Caso Piredda, un ribaltamento possibile

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Dopo 6 anni, una denuncia e un’indagine rischiano di cambiare completamente la ricostruzione della tragedia di Bacu Abis.

Era la notte tra il 16 e il 17 aprile 2011, quando un rumore di finestre rotte e delle urla allarmano i vicini: erano quelle di Valentina Pitzalis, ex moglie di Manuel Piredda. Immediata la chiamata al 112 che verso le 00:20 che fece arrivare una pattuglia. Gli agenti scoprirono il cadavere di lui carbonizzato vicino alla porta d’ingresso ostruendola, lei invece era viva, tra la camera da letto e il corridoio, completamente sfigurata dal calore delle fiamme. Segue il ricovero della Pitzalis al Centro grandi ustioni di Sassari dove il 27 maggio 2011 avverrà l’interrogatorio che darà la prima ricostruzione apparentemente coerente della scena: Piredda avrebbe cercato di bruciarla viva gettandole benzina e poi dandole fuoco, sarebbe però rimasto vittima dell’incendio da lui stesso provocato. Lei invece sarebbe miracolosamente sopravvissuta. Il movente sarebbe stato quello passionale, dato che i due avevano interrotto da poco la relazione seppur non formalizzandolo. Le testimonianze e lo stato in cui erano i protagonisti della vicenda avvalorarono il racconto di Valentina Pitzalis, rendendo responsabile Piredda di incendio doloso e tentato omicidio. Il caso fu però archiviato per morte del reo, data l’impossibilità di giudicarlo.

Nel 2014 c’era già stato un esposto da parte della famiglia Piredda, sull’istanza di nuove indagini che vedono il figlio come persona offesa, ma fu rigettato. Al contrario, l’esposto del 2017 ha dato i frutti sperati: su ordine del Gip le indagini portate avanti dalle Dott.sse Elena Mazzone e Claudia Trignano dell’Università di Sassari per quanto riguarda gli esami isto-patologici e tossicologici, insieme alla criminologa Elisabetta Sionis, hanno confermato che Piredda non era morto a causa dell’incendio ma era già morto quando le fiamme l’hanno raggiunto. Risulta inoltre che la causa di morte sia dovuta ad asfissia meccanica. Pure i presunti guanti in gomma che Piredda avrebbe indossato per compiere il presunto omicidio e che si sarebbero fusi con la mano, non sarebbero tali, ma un fenomeno tipico dell’esposizione a grandi fonti di calore, noto come “fenomeno delle mani a guanto”. Escluse quindi le ipotesi di suicidio o di morte durante la fuga per sfuggire all’incendio. La difesa della Pitzalis invece, fa leva sulla mancanza di segni di contusione per cui un omicidio da parte della donna non sarebbe plausibile, oltre a un certo scetticismo per quanto riguarda le indagini compiute, posizione a cui però la Sionis controbatte energicamente: “Ci siamo avvalsi della collaborazione di luminari del campo e di laboratori la cui serietà e scientificità è riconosciuta a livello internazionale” – ha affermato. Al momento le parti sono in attesa dell’udienza per l’incidente probatorio che dovrebbe avvenire il 18 marzo.

La madre di Piredda si dice fiduciosa per quanto riguarda l’esito del processo, mentre si avvicina il giorno che potrebbe trasformare una persona divenuta ormai simbolo della lotta al femminicidio qual è Valentina Pitzalis, in una omicida e responsabile dell’incendio della casa dell’ex marito, tali sono infatti i capi d’accusa che pendono su di lei.

 

 

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