Autore: LucaGiovanni.Masala

Niente di nuovo sotto il sole. Che il calcio sia uno sport per ricchi (almeno a certi livelli) è cosa assodata. Ma rimarreste di stucco a pensare che invece, nonostante l’enorme giro di danaro che muove il mondo del pallone, quello dell’arte sia un mercato molte volte più redditizio in termini di movimento di danaro. Pensate che il giro d’affari dell’arte (compresi musei, monumenti e perfino mercato nero!) si dice essere il terzo al mondo, dopo armi e droga. Forse è solo una leggenda, ma non ci giurerei e prometto di procurarmi dei dati a riguardo. Per ora accontentatevi delle parole di qualche docente di Economia dell’arte da me sentite anni fa ad un suo corso.

In ogni caso mi sento di credere a questa teoria, anche perché essendo un lavoratore del settore, avrei solo da guadagnarci! E’ bello sapere di lavorare in un mercato così ricco, fa sperare che prima o poi una parte di quei milioni pervenga miracolosamente anche al sottoscritto. Chissà.

Sta di fatto che in nel calcio i milioni circolano di sicuro e certe cifre fanno quantomeno riflettere se le affianchiamo a dati reali provenienti dalle aste d’arte. In questi giorni ad esempio si parla tanto della clausola rescissoria del “pipita” Higuain, attaccante del Napoli e capocannoniere in carica della serie A. 94 (o 97 a detta di De Laurentis, presidente del Napoli) milioni di euro che la Juventus sarebbe pronta a pagare per strapparlo al club partenopeo. Ad averli io, con tutto il rispetto per Higuain, mi ci sarei comprato un Van Gogh (Campo di grano con cipressi fu venduto per 84 milioni nel 1993), con avanzo di 10 milioncini che male male non fanno.

E che dire dell’offerta per il francese della Juventus Paul Pogba? 120 o forse 140 milioni che il City verserebbe alla Juventus per avere il talento del centrocampo bianconero. Ci saremmo appesi in casa un Picasso o un Renoir e ci sarebbe anche qui avanzato qualcosa.

La lista potrebbe essere infinita. Ma tornando seri, viene da restare esterrefatti pensando a queste cifre e forse anche più facile credere al prof di Economia. Investimenti, guadagni, importanza della “merce”, pubblico, ecc… tutte cose che muovono questi mercati e che fanno lievitare queste cifre, alle volte anche oltre i limiti della decenza. Cose che noi poveracci non potremmo mai capire perché quelle che a noi sembrano solo spese, chissà, magari sono davvero investimenti che pagano molte e molte volte quanto si è speso.

Resta il fatto che è un piacere veder giocare certi giocatori e ammirare certe opere d’arte, ma nel dubbio io (egoisticamente) scelgo sempre l’opera d’arte. Entrambe restano per sempre nella storia, siano campioni o capolavori, ma meglio, a mio avviso, se la storia la fanno fra le mura di casa mia.

Vi lascio con una lista di calciatori il cui acquisto vi avrebbe garantito d’avere un capolavoro d’arte *

Neymar, 57 milioni > Donna con le braccia incrociate (Picasso) 55 milioni

Cavani, 64 milioni > Police Gazette (De Kooning) 63 milioni

Zidane, 75 milioni > Vaso con 12 girasoli (Van Gogh) 74 milioni

Cristiano Ronaldo, 94 milioni > Ritratto di Adele Bloch Bauer II (Klimt) 93 milioni

Bale, 101 milioni > Dora Maar con gatto (Picasso) 100 milioni

Chissà se i nuovi record potranno permetterci a breve di dire che con il prezzo di un certo giocatore, ci si sarebbe potuti comprare N°5 di Pollock, al momento l’opera più cara al mondo, con i suoi 148 milioni.

*NB i prezzi non sono convertiti euro-dollaro e sono puramente indicativi.

Arte e spazi pubblici, arte e proprietà private, arte propria e arte di qualcun altro. Cosa intercorre fra arte e proprietà e cosa fra arte e pubblico? Domanda assai difficile che, al momento, non ha nemmeno una adeguata legislazione a riguardo. Si pensi che nel caso della Street Art si ebbero perfino dei risultati contrastanti, laddove da un lato un muro privato “abbellito” da un writers fu tutelato in tribunale impedendo che venisse rimbiancato (che poi chi voleva ridipingerlo ci guadagno pure); dall’altra un vagone della Trenord fu invece “danneggiato” da un collega del primo artista, il quale fu obbligato a un pesante risarcimento. E che dire di quanto fece Blu qualche mese fa a Bologna? La scelta di “privatizzare” la street art non era adeguata all’anima della stessa e allora cancelliamo tutto! Una censura di protesta che riconsegnava l’arte al suo artista, anche quell’arte che era di tutti, in una strada di tutti e forse non più solo dell’artista.

A Cagliari, con le dovute proporzioni, possiamo dire di vivere giorni intensi da questo punto di vista. La pluricitata scultura sul bastione di Santa Croce ha già tanto fatto parlare di sé, ma cosa dire degli interventi artistici del francese Clet sui cartelli stradali di via Roma? Danneggiano importante segnaletica stradale che ha ben altra funzione o sono un intervento artistico e in quanto tale “da tutelare”? A me personalmente piacciono, per il resto non mi esprimo, limitandomi per questa volta ad un mero giudizio estetico (e so che non dovrei!).

E che dire invece del “cardinale” che per sensibilizzare sulla tematica dell’omofobia ha sfilato per via Garibaldi e via Manno qualche giorno fa? Una performance forse “già vista”, ma che sicuramente ha attirato l’attenzione. Svolta in una strada pubblica al fine di essere vista e commentata, anche a costo di ricevere critiche. Come si dice: “basta che se ne parli”. In questo caso l’artista mascherato da alto prelato ha sicuramente mosso qualcosa e pertanto ben venga! Perlomeno si è limitato ad una strada pubblica, evitando di andare a svolgere, come accaduto sul ponte di Christo, una performance su un’opera d’arte. Qualcuno aveva bisogno di luce riflessa, non avendone abbastanza propria?

Il discorso potrebbe risultare lunghissimo, il fatto è che fra pubblico e privato i confini sono sempre stati molto labili e spesso l’utilizzo o l’intervento di qualcuno su uno spazio fa cambiare dall’una all’altra definizione ogni spazio e ogni oggetto. I problemi nascono quando trattasi di oggetti o spazi famosi, conosciuti da tutti o da tutti considerati privati o pubblici. E’ mio o è nostro cambia poco, la gelosia è un’arma letale.
 

Ecco perché forse ciò che ci indispettisce, più delle passeggiate cardinalizie di Cagliari o le sculture sui bastioni, più dei muri “imbrattati” o meno dagli street artist e dei cartelli abbelliti dall’amour alla francese, è che politici o personaggi famosi possano impossessarsi di spazi come il Colosseo (che fu usato per una festa vip) o Ponte Vecchio (riservato ai tempi di Renzi sindaco).

Per queste cose dovremmo indignarci a mio avviso, del resto se ne discuta pure: spesso è dal dialogo che la società trae i migliori spunti per progredire. Ed è compito dell’arte far discutere.

 

Una volta pubblicai, per la mia galleria web, l’immagine dell’opera di un’artista che seguo. L’opera, un acrilico su tela molto “cartoon”, seppure con il suo stile inconfondibile, subì il “linciaggio” da parte delle ferree linee anti oscenità di Facebook. Perché? Perché l’opera in questione raffigurava due donne a seno scoperto nell’atto di prendere il sole sulla spiaggia. Inutile aggiungere che l’opera ha ben poco da spartire col realismo e a mio avviso era meno oscena di tante foto che circolano sul famoso social network.

Questa breve storiella dimostra come alle volte anche opere abbastanza innocenti possano essere viste come oscene. E viceversa ovviamente. Certe volte opere o performance “oscene” vengono spacciate tranquillamente per arte. E ciò accade anche in ambienti culturali d’eccellenza.

Voi mi direte che l’arte è in parte anche la “storia dello scalpore”, che l’arte deve necessariamente sconvolgere, spezzare tabù e far discutere. Vero, ma sino ad un certo punto.

Quando nel 1866 Gustave Courbet dipingeva “l’origine du monde”, probabilmente immaginava che quell’opera avrebbe fatto scalpore fra la gente della sua generazione. Ciò che non poteva immaginare però era che molti anni dopo, al Musée d’Orsay, la performance di una “artista” contemporanea d’origine italiana avrebbe messo in ombra quell’antico scandalo. Deborah de Robertis, dal Lussemburgo, ha infatti “dialogato” fra le sacre sale del museo con l’opera di Courbet. Come? Semplice, mostrando dal vivo quello che il pittore aveva rappresentato. Calate le mutande, aperte le gambe (e qualcos’altro), ha mostrato al visitatore la forma concreta di quello che il quadro figurava alle sue spalle. Come dire: “la rappresentazione e l’oggetto concreto”. Molto platonica! …ma arrestata. Correva l’anno 2014 e all’artista fu comunque consentito di terminare la performance perché “il pubblico si dimostrava interessato e applaudiva”; alcuni critici dissero “Deborah supera abbondantemente Courbet perché mostra l’occhio spalancato, ovvero ciò che questi non aveva saputo (o voluto?) rappresentare”.

Notizia di qualche giorno fa è invece quella dell’artista Milo Moiré, la quale ha “portato l’erotismo manuale” nell’arte. Li ho capito che molti ragazzini diventano artisti su youporn.

A parte gli scherzi, la Moirè ha fatto la stessa fine della sua collega artista, arrestata. Anche lei però ha riscosso grandi consensi e in tanti si sono cimentati nell’esplorazione artistica dei suoi orifizi. 30 secondi a ciascuno, 45 minuti totali. Il tutto a portata di dita, ma lontano da sguardi indiscreti, dato che le zone interessate erano occultate da un trapezioide riflettente che impediva lo sguardo ma consentiva di infilare la mano. Nulla di nuovo insomma, una rivisitazione di Valie Export, antesignana di queste forme d’arte prossime all’osceno.

Ora, levando l’ironia che permea questo mio pezzo, sono costretto a delle osservazioni oggettive.

L’arte è sicuramente qualcosa di effimero e difficilmente definibile, motivo per il quale molte forme espressive si situano sui bordi di questo mondo, si appropriano di questo “titolo” impropriamente o non lo possiedono pur avendone diritto.

Parlare di arte in rapporto ad un tema come quello dell’osceno è argomento delicato perché prescinde il già difficile giudizio su cosa sia arte e cosa no. E supera di gran lunga anche problema dell’arte contemporanea, intasata da arte “diversa”, ben lontana da quadri e sculture, ma spesso fatta di performance, oggetti in divenire, istallazioni e concetti.  

Tanto per cominciare alcuni dati: in Italia cultura e creatività muovono 249,8 miliardi di euro (dati dello studio IoSonoCultura2016 di Symbola); nei prossimi anni l’Italia perderà circa il 48% dei posti di lavoro a causa della così detta “quarta rivoluzione industriale”, descritta nel rapporto Future Jobs: nello stesso si parla di Facebook come “il giornale più letto al mondo”, nonostante sia privo di contenuti, indicando come il futuro sia inevitabilmente legato ad un nuovo modo di intendere il mercato, i servizi e la rete.

Le due cose sono strettamente connesse e, benché ci si ostini a credere che la nostra Sardegna sia un’isola felice dove si è al riparo da tutto, non è così. Siamo anche noi parte del mondo, che lo si voglia oppure no.

Già è preoccupante la situazione a livello nazionale, dato che il “comparto cultura”, nonostante i dati sopra espressi, venga considerato l’ultima ruota del carro; ad aggravare ulteriormente le cose s’aggiunge la nostra atavica diffidenza verso il cambiamento, verso la novità, verso il futuro: non è un caso che la Sardegna (e non è colpa solo dell’insularità), abbia sempre percepito i principali influssi modernizzanti con netto ritardo, specie in ambito culturale e artistico.

Chi di voi lettori avrà vissuto all’estero si sarà accorto di ciò di cui parlo. State altrove per un po’, poi tornate nella vostra terra natia e pare che tutto o quasi sia rimasto esattamente come prima. E’ una strana sensazione di lentezza, di congelamento, di rallentamento; quando “si torna” la si percepisce maggiormente, perché abituati ad una realtà che, fuori dall’isola, è veloce e iperattiva, con treni che ti portano da ogni parte del mondo e gente che fa business 24h su 24.

Ora non linciatemi, amo tanto la Sardegna, ma mi serviva un pretesto e dei dati validi per porvi una domanda. Qualche giorno fa si è fatto un gran discutere sulla scultura di Bruno Meloni “liberà va cercando”, chiamata anche “Icaro”. Ora l’opera, per i troppi pareri negativi ricevuti, pare sia stata rimossa e “sostituita” idealmente da un emblematica scritta spray sul muro del bastione di Santa Croce che recita: “bello il cemento, vero?”

Quel cemento c’era prima e c’è adesso. Vuoto e danneggiato dal vandalo (non faccio allusioni) che ha scritto quella frase. Certo, potrà essere pulito e tutto tornerà come prima. Torna sempre tutto come prima. Ma la mia prima domanda è: c’era davvero bisogno di arrivare a tanto?

Intanto, su un noto quotidiano locale, appare la notizia di una turista straniera che rinuncia a visitare il museo etnografico di Nuoro perché nessuno sa farle da guida in inglese.

Nel mentre vanno deserte varie mostre al Lazzaretto, un’autentica perla che in piena stagione turistica risulta ancora sconosciuta anche a molti cagliaritani e che chiude alle 20, facendo pure una pausa pomeridiana.

Ci lamentiamo come ossessi per una scultura che attira i turisti (quantomeno per la polemica suscitata), tanto da volerla rimuovere, ma non fa notizia che quello stesso muro sia stato imbrattato. A noi va bene così, perché non ci va a genio che se ne “impossessi” qualcun altro. Non fa notizia che ora quel bastione sia forse tornato vuoto e nessuno se ne curi, nessuno fa battaglie campali per trascinarvi i turisti, non fa notizia che quegli stessi turisti vogliano conoscere le nostre bellezze quanto e più di noi ma non possano o non sappiano. Noi siamo egoisti e invidiosi. Ci basta protestare, basta che tutto torni inesorabilmente come è sempre stato e guai a chi cerca di cambiare qualcosa!

<La Sardegna è fuori dal tempo e dalla storia> D.H.Lawrance. Niente di più vero.

Un’ opera d’arte spunta sulle mura del Bastione di Santa Croce e subito è polemica sui social e dibattito nei salotti dell’arte cittadini. Ma come mai tanto scalpore nella intorpidita scena artistica cagliaritana?
L’opera, realizzata da Bruno Meloni, è un intervento non autorizzato di public-art, una pesante scultura metallica ancorata alle mura del bastione, dal titolo “libertà va cercando…”.

Nessuno, forse nemmeno lo stesso artista, avrebbe pensato di creare tanto chiasso attorno ad una sua opera, tanto più che non si tratta della prima realizzata per le vie della città. Ma nel caso specifico a parlarne sono stati e sono ancora in tanti. Perché?

Quando nel 1889 veniva inaugurata la Tour Eiffel, in molti, fra cui anche il famosissimo scrittore Guy De Maupassant, si dichiararono scettici su quell’ enorme “asparago di ferro” che deturpava la loro romanticissima città: sembrava un gigantesco faro trascinato sulla terra ferma, si diceva, ed in effetti lo era! La Tour Eiffel si accingeva per davvero a diventare un “faro di cultura”, un simbolo che oggi tutti conoscono ed invidiano alla Ville Lumiere. Ma ovviamente, a quei tempi, nessuno poteva immaginarlo.

Con le dovute proporzioni, vorrei prendere come esempio questa storiella (forse anche per le affinità “metalliche” fra le due opere) per ridiscutere alcuni commenti riguardanti l’opera.

Sul profilo social di Cagliari Capitale si legge: “Passeggiando tra le vie di Castello abbiamo notato questa specie di scultura agganciata alla balaustra del Bastione Santa Croce. Che ne pensate? A noi di CC non piace, speriamo che sia solo temporanea”.

Sacrosanto il dibattito proposto e sacrosanto il giudizio di gusto espresso, un po’ meno l’apostrofare l’opera come una “specie di scultura” e lo sperare che sia “solo temporanea”. L’opera deturpa il paesaggio, deturpa la città, esattamente come faceva la Tour Eiffel a Parigi nel 1889.

Su questa linea si è espresso anche Salvatore Deidda di Fratelli d’Italia, dichiarando: «Non è una questione artistica, non conosco il significato di questa creazione. Da sempre l’arte divide i più, tra quelli che ritengono un’opera bella o brutta. Ma su questa scultura sentiamo la necessità di appellarci al buon senso di tutti, ritenendo che questo sia un caso di pessimo gusto. Chiediamo che questa presunta opera d’arte sia rimossa. Purtroppo i bastioni sono stati teatro di tanti e troppi suicidi e questa rappresentazione artistica è oggettivamente di cattivo gusto e fuori luogo. Non sappiamo chi possa aver autorizzato questa installazione su quello che è un monumento storico, in uno dei punti più panoramici e belli della città ma con forza ribadiamo l’appello a rimuoverla nel più breve tempo possibile. Chi ha il potere, si muova».

Opera bella, opera brutta o solamente opera? Il problema dell’arte è che i più non riescono a scindere il giudizio estetico (spesso frutto di un parere personale) dal significato e dalla qualità di un’opera. Bello e brutto non devono mai interferire nella valutazione di qualsivoglia opera, si finirebbe per sottoporre il giudizio alla soggettività del giudice!

Fa sorridere pensare che mentre questa scultura di ferro deturpa il paesaggio cagliaritano, chilometri di “pedane” rendono il Lago D’Iseo teatro del maestoso intervento di Christo. Certo, Christo non è Bruno Meloni, ma siamo davvero così convinti che sia solo questo il problema?

Il problema, per come la vediamo noi, è che a Cagliari (come ha dichiarato lo stesso artista), mancano spazi nei quali gli artisti possono esprimersi liberamente; manca una vera attitudine al cambiamento e si è subito pronti a scagliarsi contro un’opera d’arte ma non contro tutto lo scempio che c’è intorno. La città è sporca e disordinata, ma quella “specie di scultura” va rimossa, questo è l’importante. Ciò perché dobbiamo salvare il panoramicissimo Bastione, che rimossa la scultura tornerà nel dimenticatoio.

Ora, il mio scopo non è difendere a spada tratta la scultura, ciascuno può avere il proprio parere a riguardo, ma difendere la legittimità di un intervento artistico e del dialogo che questo comporta: sono convinto che quella sagoma di ferro possa veramente portare un gran senso di libertà.

Istiga al suicidio ed è di cattivo gusto per i tanti morti gettatisi dal bastione? O forse è un “monumento” a quelle persone, capace di ricordarci che la nostra società ha bisogno di rinascere, anche con l’arte, per evitare che simili tragedie ricapitino?

E’ orribile e deturpa il paesaggio o ha finalmente riportato l’attenzione sulle meraviglie della nostra terra, dandoci a sperare che non vengano nuovamente dimenticate?

E’ un uomo che si lancia dal bastione o che cerca di volare? Dipende solo dal punto di vista da cui la si guarda. Una libertà assoluta.

L’obbiettivo dell’artista di “smuovere le coscienze” (che poi è l’obbiettivo di tutta l’arte, veicolante messaggi), è riuscito. Ora che venga tolta o meno non importa, ma ci auguriamo che la prossima volta si apprezzi la scossa generata da certe questioni, si cerchi il dialogo e non lo scontro! Ancora una volta l’arte ci fa riflettere e guai se non fosse più così.

“Mi hanno chiesto mille euro per esporre un solo quadro”. Spesso la cifra è anche più alta, eppure le reazioni ad un’espressione come questa sono quanto mai differenti. Eh sì, perché quella cifra (o perfino più alta) può sembrare un affare o meno, in base a tanti fattori. Mi è capitato di constatare, ad esempio, che mille euro spesi per una mostra a Parigi, fosse anche in una fogna della Ville lumiere, sono considerati un affare; la stessa cifra, se spesa per un’esposizione raffinata nell’hinterland cagliaritano, sembra un furto. O ancora, è appurato che mettere in preventivo una spesa come questa è più facile se si sa di fare il bonifico “al critico dottor curatore Pinco Palla che rilascerà il titolo di Maestro d’arte di blablabla”, anche se spesso tali titoli e tali certificati hanno lo stesso valore di uno strappo dello scottex usato. Più difficile invece risulta fare lo stesso bonifico se a beneficiarne sarà uno sconosciuto Signor Nessuno, anche se professionista ineccepibile e con tutti i titoli in ordine per svolgere compiti come questo (eh si, mi sento toccato!).

Potrei parlare per ore di ciò che può rivelarsi una variante notevole in questo discorso, ma per evitarvi lamentosi sermoni mi limito a dire quanto penso, senza mezzi termini, sperando in un vostro commento.

Ritengo che il mercato dell’arte e più in generale l’ambito artistico-culturale, specie in realtà piccole e provinciali come quella cagliaritana, sia un covo di furbi e di approfittatori. In questo regno nebuloso e indistinto è facile che tanti artisti, specie quelli alle prime armi o che non sono adeguatamente informati, finiscano nelle grinfie di sedicenti critici, curatori, storici dell’arte e chi più ne ha più ne metta. Una volta spesa per la famigerata “cifrona” per garantirsi il titolo di Maestro o per esporre nella prestigiosa Paris o per chissà quale altra diavoleria, solitamente subentra lo sconforto. Qualora non subentrasse, solitamente l’artista o non capisce molto di mostre d’arte (e s’accontenta di vedere appesi i suoi quadri dove capita e di bere Tavernello al vernissage) o è talmente tanto pieno di soldi da potersi permettere di buttarne.

Se invece, a giochi fatti, l’artista prova un senso di vuoto (non solo al portafogli), allora si è forse reso conto di essere stato gabbato. Ciò perché sono tanti i critici che non sanno che per definirsi tali occorrono anni di studio; sono tanti i curatori che si permettono di curare una mostra senza sapere che il loro è un lavoro di “curatela” e non di “curatoria”; tanti i furbetti che riescono a ingannare le persone indossando un buon completo, avendo le giuste conoscenze e facendo sembrare oro ciò che oro non è.

Ed eccoci dunque al titolo di questo articolo: è giusto pagare per esporre? Si, lo è.

O meglio, è giusto, ma non sempre. E’ giusto quando si paga “il giusto” (perdonate il gioco di parole), cifra che non può essere stabilita dal solo parere personale di qualcuno; giusto quando si paga una professionalità capace di allestire una mostra secondo criterio, fornendo ai visitatori una esperienza appagante e completa, oltre che le dovute informazioni su ciò che è esposto; giusto quando si è consapevoli che non è il luogo, il nome o i finiti attestati a fare di una persona un vero artista. Sono ben altre le cose che distinguono chi vale da chi no, anche il saper riconoscere gli inganni.

Non è giusto invece pagare cifre improponibili per poi ricevere di contro solo improvvisazione e prestazioni “amatoriali”; non è giusto quando si va a pagare chi è interessato solo a lucrare sui sogni artistici di tante persone; non è giusto quando si pagano falsità, scartoffie senza valore e luminose bigiotterie che sembrano diamanti senza esserlo.

Per questo, lasciatemelo dire, si è davvero stanchi di artisti infelici che han pagato milioni per poi vedere le loro opere allestite nel retrobagno di un motel: artisti che “i curatori vanno tutti arsi vivi, tanto non servono a nulla”. Carissimi, non è proprio così.

Abituiamoci a pensare che ciascuno ha la sua professione e che certe cose sa farle solo chi è preparato per farle. Un medico non sa costruire case e un ingegnere non sa curare le persone. Allo stesso modo capirete perché solo chi ha intrapreso certi studi può svolgere il ruolo di curatore e critico d’arte.

D’ora in poi diffidate dalle imitazioni, preferite sempre chi vi sa offrire professionalità, anche se vi porta a esporre in sedi meno prestigiose e non vi può conferire onorificenze. La crescita di un artista passa necessariamente attraverso la qualità. Ve lo assicuro, perché cosciente che il mercato dà e il mercato toglie e in tempi come questi essere placati oro non significa essere pepite.

Pagare per esporre non va bene. Investire per esporre sì. Scegliete con cautela i vostri curatori e critici, non siamo vostri nemici. Solo così ne beneficerete voi, il vostro percorso artistico e soprattutto…il vostro portafogli.

In fin dei conti, l’unica verità è che si fa tanta, tanta confusione quando si parla d’arte; se a questo si aggiunge che non è certamente uno degli argomenti più di grido della nostra società e che l’ignoranza in tale campo è davvero altissima, è facilmente comprensibile come certe discussioni finiscano per cadere velocemente in un susseguirsi di stereotipi, frasi fatte, pensieri comuni, facili categorizzazioni, eccetera…

Il motto più classico è “questo lo so fare anche io”, riferito solitamente al “mito” della “tela bianca”, come se tutta l’arte contemporanea fosse un susseguirsi di tele bianche o di strani schizzi buttati li senza una ragione che vengono venduti a milioni di dollari per chissà quale strano motivo, si va dalle macchinazioni segrete, alla fortuna, al “perché lui l’ha inventato per primo” e via discorrendo.

Andiamo con ordine, dato che l’argomento è molto complesso e serviranno sicuramente altri articoli per sviscerarlo:

Punto primo: già l’arte contemporanea è un concetto che va preso con le pinze, dato che si tratta di una catalogazione di riferimento per chi studia in tale campo. Molti infatti, sbagliando, continuano a parlare delle fantomatiche tele bianche come di “quest’arte moderna incomprensibile”. Bene, l’arte moderna non ha nulla a che fare con le tele bianche, dato che, orientativamente, tramonta con l’impressionismo. Quindi, di tele bianche, ha visto solo quelle usate per supporto alla pittura.

Punto secondo: perché ostinarsi a parlare se non si studia, a parlare se non si conosce? L’arte contemporanea sfrutta dei linguaggi differenti da quelli a cui siamo abituati, linguaggi che non sono per tutti, spesso astratti, oscuri, difficilmente comprensibili. Ora faccio un esempio: se voi sentiste parlare un aborigeno, senza conoscere la sua lingua, direste che non avete capito, giusto? Non direste che non è una lingua la sua o che non sa comunicare. Sa farlo, semplicemente voi non conoscete l’aborigeno e non riuscite a capire ciò che dice. Così è anche per l’arte contemporanea.

Molti artisti che hanno lasciato il figurativo e la dimensione bidimensionale della tela, hanno solo scelto di non usare (per esempio) la cara e vecchia “illusione” della prospettiva (che, carissima amica, ci prende in giro facendoci credere che su un 2D si possa creare il 3D); altri hanno capito che non occorre simulare un oggetto, quando è più diretto e più corretto utilizzare l’oggetto stesso (perché scolpire un ferro da stiro quando posso esporre un vero ferro da stiro?); altri ancora hanno pensato che non fosse possibile rappresentare concetti come l’eternità, il divino, il bene, l’amore e così via attraverso qualcosa di figurato, quindi hanno cercato di esprimerli con qualcosa di ineffabile, di astratto. Niente di tanto diverso da ciò che fa la musica ad esempio, che esprime emozioni attraverso note, suoni e armonie.

Chiaro no?

Punto terzo: “le opere di una volta erano più belle” e “bisogna essere più bravi a fare quelle che a lasciare tutto bianco”. Condivisibile come pensiero, ma sino a un certo punto. Infatti se è vero che per certi esiti nel disegno, nel chiaroscuro, nella capacità tecnica in generale di un artista figurativo richiedono anni ed anni di studio, lo è altrettanto il fatto che molti che hanno scelto un diverso modo di esprimersi artisticamente prima son passati attraverso quei lunghi anni di studio e di fatica, salvo poi accorgersi che non era così che desideravano esprimersi. Il classico “Picasso disegnava benissimo, poi…”. Ma non è tutto qui: c’è da considerare anche che non tutta la fatica deve per forza misurarsi con la capacità tecnica. Certe opere d’arte contemporanea (per esempio nella land-art) sono decisamente più impegnative in termini di fatica. Altre opere, nell’astratto per esempio, richiedono profonde conoscenze e studi in discipline filosofiche, teologiche, fisiche, eccetera…

Infine dovete vedere quella “tela bianca” come un risultato, allo stesso modo della pittura che conoscete. E’ frutto di un differente processo creativo, spesso molto articolato e lungo anni. E se proprio vogliamo puntualizzare, anche l’utilizzo delle categorie “bello” e “brutto”, in arte, ha poco senso: l’arte è comunicazione e trasmissione di emozioni, qualunque esse siano. Al cinema vi lamentate se un film anziché trasmettervi gioia vi incute paura, come un horror? Credo di no. Non fatelo allora nemmeno davanti ad un quadro che ritenete brutto, che vi fa paura, che vi inquieta o vi dà il voltastomaco.

Il discorso potrebbe continuare in eterno, son stati scritti libri e libri sull’argomento e anche il grande mistero del prezzo di certe opere, vendute per milioni di dollari, merita d’essere trattato. Ne parleremo più in là in un articolo dedicato.

Chiudo dicendo che con non mi sogno di dire che tutta l’arte contemporanea sia effettivamente arte, ma anche il semplice dire cosa lo sia e cosa no è complicato. Ne parleremo.

Certo si vedono molte, forse troppe esagerazioni e sotto la “scusa” del processo creativo, l’ignoranza di certi compratori e di molto pubblico, ha consegnato all’arte dei veri e propri abomini. Ma sono convinto che la storia e la storia dell’arte saranno un setaccio finissimo in grado di lasciare ai posteri ciò che veramente merita e può insegnarci qualcosa.

Mi riservo il diritto di dire che la presente “apologia dell’arte contemporanea” è scritta da un medievalista convinto, amante di chiesette romaniche perse nelle campagne sarde. Fate voi. Io credo che ogni cosa vada valutata con criterio e che con la giusta dose di informazione, si riesca ad apprezzare tanto, basta un poco d’apertura e di attenzione in più.

Nella “fu” capitale italiana della cultura sono giorni frenetici. La corsa al seggio è quanto mai serrata e chi da una parte, chi dall’altra, fa incetta di promesse di vario tipo per accaparrarsi qualche voto in più. La solita solfa insomma, quella minestra riscaldata che puntualmente, in sede di elezioni, fa rifiorire per qualche giorno la tanto bistrattata cultura e l’arte, salvo poi dimenticarsene a giochi fatti.

Siamo stati abituati a non prendere per vero tutto quello che leggiamo e scopriamo, specialmente considerando la parzialità delle informazioni ed il fatto che queste possono essere “usate” per favorire, così come le promesse, questo o quell’altro candidato.

Detto questo però, riportiamo la notizia della recente riapertura dell’Orto dei Cappuccini. Per una strana coincidenza questa inaugurazione è caduta proprio in piena campagna elettorale e casualmente in concomitanza con un’edizione dei Monumenti Aperti particolarmente efficace ed efficiente. Ma a noi ciò non interessa, quel che conta è che le bellezze del nostro Paese vengano restituite al pubblico, no? No, perché “passato il santo, passata la festa”: una volta terminati i giorni di Monumenti Aperti il giardino è tornato a chiudersi, un po’ come era capitato per l’ex manifattura tempo fa, aperta per pochi eletti, salvo poi scoprirsi che mancavano certificati d’agibilità e visti vari, dando così il via libera al ritorno dei lucchetti.

Che tristezza. Il tutto mentre veniva a mancare un grande dell’arte come Pinuccio Sciola, anche lui finito per diventare un’arma di questa battaglia a colpi di schede elettorali. Nemmeno ai morti è dato di riposare, perché se è vero che le polemiche intorno alla questione dell’orto dei cappuccini sono state particolarmente intense (in altri periodi son certo che la questione sarebbe passata in sordina), ben più spudorata è la questione relativa al murales di Sciola che l’artista aveva eseguito sulla facciata cieca di un palazzo in piazza Repubblica a Cagliari. Quel murales non esiste più, ricoperto da un uniforme strato di vernice. Ciò che fa orrore però, non è il fatto che un’opera di Sciola sia stata cancellata, né che la questione sia riemersa a pochi giorni dalla sua morte, né la mancanza di informazione sulle condizioni del murales o sugli interventi che lo avrebbero riguardato: ciò che fa orrore è che il nome Sciola e l’opera d’arte prodotta da questo maestro sia diventata perno di una guerra elettorale, con un rimbalzare di colpe e di “si sarebbe dovuto fare così” e “si doveva fare cosà”. Che pena.

Nel frattempo a Milano riapriranno le ex Cristallerie Livellara: al loro interno uno spazio polivalente per l’arte con tanto di servizi. Cultura e produttività insomma, in un colpo solo. Anche sotto la Madonnina però sono in corso le elezioni: tutto il mondo è paese insomma, ma mi accontenterei di queste “concessioni elettorali” se funzionassero come funzionano altrove. Sperare non costa nulla, le elezioni non sono ancora terminate, non sia mai che accada qualche inaspettato miracolo.

Pinuccio Sciola è morto, all’età di 74 anni. Una carriera costellata di successi la sua, una carriera che ha visto lui e le sue opere girare il mondo, senza tuttavia mai separarsi totalmente (quasi avesse una sorta di cordone ombelicale), dalla sua amata Sardegna e dal suo paese: San Sperate.

Su di lui, come artista e come persona, si è scritto tanto: per questo la presente rubrica non si arroga il privilegio di stendere una relazione critica sul Maestro, su quanto di “nuovo” ha portato alla storia della scultura, alla musica o alla storia dell’arte; ne intende cercare di parlarne umanamente, dato che tanti, avendolo conosciuto (e bene), possono certamente essere più competenti in questo.

Ritengo però sia nostro dovere, se non altro per rendergli un doveroso omaggio, parlare di lui al fine di rendere la sua scomparsa l’occasione per discutere d’arte.

Pinuccio era famoso per le sue note pietre sonore e per le “note” (scusate il gioco di parole) che questi strani strumenti erano in grado di produrre. Faceva cantare la roccia, materiale muto per eccellenza. E fa un po’ strano, ora che è venuto a mancare, riflettere sullo stridente contrasto che intercorre tra il silenzio che accompagna questa dipartita e la sua vita melodicamente colma.

Fa strano, specie perché non si tratta del silenzio rispettoso di chi lo ha ammirato o più semplicemente amato; no, si tratta di un silenzio strano, un silenzio che viene da quell’Italia della cultura che, forse, avrebbe dovuto dedicare ad un artista come lui ben più di qualche servizio in tv e una manciata di articoli.

E’ un silenzio che rimbomba sordo ancora maggiormente se a fargli da contraltare sono le parole del Presidente Mattarella, talmente assorto nel contemplare le statue di Mitoraj che nel suo discorso sullo stato di “rilancio” culturale del Paese, s’è scordato che quel Paese aveva appena perso una delle persone che proprio nella cultura s’adoperava da tempo.

Al di là del proprio gusto personale è innegabile il peso che Sciola ha avuto per la Sardegna e per l’Italia. Quindi fermiamoci a pensare perché il nostro Paese, terra di arte e cultura per eccellenza, si ostina ancora una volta a voler guardare oltre il confine per cercare modelli a cui rivolgersi. E perché si persegue ad ogni costo con l’intento innaturale di creare una sorta di storia dell’arte di serie A e una di serie B, quasi che ci fossero capolavori che meritano d’essere salvati e altri che “chissenefrega”.

Il tutto tralasciando coloro che per invidia o vecchie ruggini hanno perfino detto di peggio. Comprendiamo che a molti Sciola poteva sembrare una grande quercia arrogante che impediva ai piccoli alberi di ricevere sole: questo tuttavia non è sufficiente per offenderne la memoria, come ci è capitato di leggere e vedere da qualche parte.

Riposa in pace Pinuccio, ignora questa ignoranza. Le tue pietre ti sopravvivono e questo, al di là di facili entusiasmi ed eccessivi dissapori, è quello che conta. L’arte è immortale e tu, che piaccia o meno, un po’ d’arte a questo mondo l’hai lasciata.

11 mila metri quadri chiusi e che ancora non si capiva che fine avrebbero fatto. Ne abbiamo già parlato, certo, ma nel frattempo qualcosa è cambiato.

D’improvviso, anche grazie ad una “sommossa social” al grido di #riprendiamocilexmanifattura, quella che in origine sarebbe dovuta diventare la “Fabbrica della creatività”, ovvero uno spazio sconfinato da destinare a cultura e arte, ha ripreso ad essere il centro di una piacevole discussione culturale. A seguito della famosa delibera che minacciava di fare di Sardegna Ricerche il capo condomino dell’Ex manifattura (e che forse avrà davvero questo effetto), si è infatti mossa la “Cagliari dell’arte”: più un manipolo di intrepidi rivoltosi a dire il vero, che il movimento coeso di tutti gli operatori culturali della città e dintorni. Peccato: per una volta, quando si sono aperte le porte dell’Ex Ma per dare uno spazio alla discussione e al confronto sul tema, speravamo in una vera e propria adunanza. Invece si, qualcuno c’era, ma certamente potevano essercene di più.

Nonostante questo la serata è stata proficua: fra la proposta di un’occupazione e gli strani personaggi che tentavano di catturare l’attenzione parlando di se stessi anziché del tema dell’incontro, si è svolto un piacevole meeting che ha quantomeno chiarito ai più le idee sullo status quo e sulla necessità di un fronte comune che faccia percepire alla classe dirigente la necessità di lasciare lo spazio dell’ex manifattura alla sua destinazione d’uso originale (senza strani giochetti) e che forse la scelta di Sardegna Ricerche come ente gestore non è stata così azzeccata.

Fra i veri interventi di artisti, operatori culturali “and more”, spicca di sicuro quello di Gianluca Floris, presidente del conservatorio di Cagliari, che ha abilmente sintetizzato il discorso fatto dai tanti nell’ora precedente; a replicare, sul fronte politico, un pacato e accomodante Raffaele Paci, assessore regionale, capace tanto di rassicurare sul fatto che l’ex manifattura resterà luogo destinato alla cultura, quanto di preoccupare l’assemblea: in molti infatti, ormai navigati marinai del mare magnum della burocratica scena culturale italiana, diffidano delle parole e aspettano con ansia l’evolversi della questione sperando di veder seguire alle parole una sostanziosa dose di fatti.

Si è rimasti, grazie al moderatore della serata Paolo Carta, felicemente rimandati: nel senso che da una serata come questa non credo ci si potesse aspettare di meglio e che rimandare, chiamando in causa più partecipanti, sia dal lato culturale che da quello istituzionale, possa solo far bene alla discussione.

Con la speranza quindi che si prosegua in questa linea di dialogo e chiarezza, continuiamo a tenere d’occhio l’ex manifattura. Intanto la stessa, pare, ospiterà per i Monumento Aperti le collezioni del consiglio regionale. E’ un buon inizio, dopo tutto…

 

Qualche giorno fa su un noto quotidiano sardo, un interessante sondaggio domandava ai lettori se fosse giusto o meno introdurre l’obbligo dell’insegnamento della storia sarda nelle scuole dell’Isola.

Preso atto che ogni fattore, dall’istruzione alla promozione turistica, dalla tutela delle opere d’arte alla valorizzazione del patrimonio (inteso come insieme di testimonianze non solo materiali) ha portato la popolazione sarda a una pressoché nulla conoscenza del proprio passato e di ciò che questo passato ha prodotto e lasciato sul territorio, viene da domandarsi se un simile provvedimento abbia validità se non supportato da un coeso cambio di rotta.

Ad oggi questa enorme mole di sapere sul passato della Sardegna sembra essere un “tesoro per pochi”, quei coraggiosi che hanno voglia e tempo per informarsi su qualcosa che ai più non interessa. Sappiamo a malapena che nella nostra isola ci sono i nuraghi, abbiamo il mito di Eleonora d’Arborea (ma chi sia poi, nessuno lo sa!) e poi si passa direttamente a Gigi Riva. Non male.

Come dunque possiamo pensare che, da solo, l’insegnamento della storia sarda possa cambiare le cose? E se anche potesse, in quanto tempo? Mentre fra i banchi si studierà, le nostre chiese romaniche (abbandonate o usate come magazzini) cadranno a pezzi per via dell’incuria, le nostre tradizioni verranno dimenticate o peggio trasformate in feste commerciali e quello che le nuove generazioni avranno finalmente appreso sarà ormai scomparso, troppo danneggiato o nelle mani di qualche ricco privato.

Sono un catastrofista? Può darsi.
Ma anziché proporre l’insegnamento della storia della Sardegna, perché non proporre l’insegnamento dell’amore per la Sardegna?

Altrove, in Paesi che non tolgono la storia dell’arte dai loro programmi scolastici e dove la “lingua natia” non è sinonimo di ignoranza e arretratezza, i giovani vengono istruiti a difendere le loro memorie vivendole, studiandole, lavorando attivamente (e guadagnando) attraverso esse. Altrove lo studio della storia locale va di pari passo con il restauro dei monumenti che ne sono testimonianza; il senso di rispetto verso gli stessi è assoluto e questi divengono produttivi centri di cultura, di sapere e turistici. Sovente capita che fianco a fianco si possano vedere le opere d’arte di artisti quotati e di artisti locali sconosciuti, in mostre temporanee finanziate e ospitate da istituzioni e enti anche prestigiosi. Il tutto affiancato da una promozione soverchiante d’ogni singolo sasso, albero o libro che racconti, anche alla lontana, dell’amore per il proprio passato.

E’ una questione di predisposizione d’animo, non solo di studio. E’ una questione di vita, non d’istruzione, ma più largamente sociale e politica.
La speranza è dunque che il quesito porti non ad un “si” o ad un “no”, ma ad una presa di coscienza totale che un passato lo abbiamo e che quel passato è la miglior benzina per un futuro migliore.

Relativamente al nostro campo, speriamo che s’abbia parità di istruzione su nuragici e romani, fra feudalesimo e giudicati, fra macchiaioli e scuola sarda del 900. Senza giudizi di merito, quelli lasciamo sia ciascuno a darli: ogni luogo ha la sua storia e le sue testimonianze e tutte sono importanti alla stessa maniera se rapportate al luogo che le ha prodotte.

Dicono che la speranza sia l’ultima a morire, per cui…

L’ex manifattura tabacchi di Cagliari al centro di una guerra generazionale. E’ più o meno riassumibile così il botta e risposta scatenatosi a seguito della decisione da parte della Giunta Regionale di destinare lo spazio all’innovazione e alle start-up e il susseguente articolo uscito su una nota rivista online d’arte e cultura locale, a firma Gianluca Floris.

In molti, nell’articolo, hanno voluto leggere un attacco ai giovani di Cagliari e dintorni, specialmente a quelli che operano o si interessano dell’ambito artistico-culturale. Può anche darsi che si tratti di questo, anche se è facile leggere fra le righe (e in tal senso va un plauso a Floris) sia la delusione per uno spazio che sarebbe potuto essere destinato all’arte, sia la “rabbia” per i tanti che (informati o meno) non hanno combattuto per far sì che la destinazione d’uso fosse differente.

Certo uno spazio di 22 mila metri quadri destinato all’innovazione e alle start up sarà sicuramente di grande aiuto alla città, o almeno così ci si augura, ma constatare che questa è l’ennesima occasione persa per poter realizzare a Cagliari uno spazio culturale poliedrico che funga da polo attrattivo tanto per gli artisti, quanto per gli operatori culturali del settore, fa male.

Floris, dal canto suo, ha steso con tanta ironia l’articolo, definendosi “vecchio” pur non essendolo affatto e le troppe critiche ricevute per quanto espresso avrebbero dovuto tener conto del fatto che fra quelle parole era intessuto un grande sogno e la conseguente disillusione. “I giovani” l’hanno presa come una sgridata ma in realtà suonava di più come una richiesta d’aiuto, una “chiamata alle armi” che potesse fungere da sveglia per non lasciarsi sfuggire le future occasioni e per continuare a sognare.

Con questo, ovviamente, non vogliamo schierarci solo dalla parte dello scrivente e, a favore dei giovani, viene spontaneo ritenere esagerata l’espressione messa loro in bocca da Floris: “tanto non cambia niente”.

Siamo d’accordo che sia un cancro, un cancro pericoloso e tanto diffuso, ma siamo altresì consapevoli che a non rendere attivi i giovani non siano solo la poca voglia di fare e la presa di coscienza che nulla può cambiare le cose, ma anche la scarsa informazione causata da chi certe occasioni preferisce restino celate e un insieme di tanti mali che fa sì che ogni giovane con belle idee e bei progetti debba scalare sette montagne prima di poter anche solo sperare di fare qualcosa.

Abbiamo visto troppi spazi concessi senza che ci fosse trasparenza, abbiamo visto troppe bocciature sommarie a progetti validi, ma ciononostante speriamo che questa occasione persa sia finalmente l’ultima.