Cultura e società

Kalahari

All’interno del gruppo sociale dei !KUNG SAN, i cacciatori-raccoglitori del Kalahari, gli anziani erano le vere autorità. Ciechi e storpi erano mantenuti dagli altri, smentendo così l’idea (peraltro confermata in molti altri casi) che nelle società di caccia-raccolta i vecchi e gli infermi vengano eliminati. Un dato interessante che emerse dallo studio dell’antropologo Richard Lee era che gli individui non diventavano “produttori” se non relativamente tardi, non prima di 15-20 anni le donne e 20-25 gli uomini, in media l’età di matrimonio tra i !Kung per femmine e maschi rispettivamente. Non ci si aspettava cioè che individui non sposati procurassero cibo con regolarità, per cui, dice Lee, poco meno della metà dei membri dell’accampamento provvedeva al mantenimento del restante 55-60% degli individui. Si tratta di statistiche non troppo diverse da quelle delle odierne società post-industriali europee, dove il numero dei pensionati eccederà ben presto quello degli individui attivi. I rapporti tra i sessi erano improntati a una sostanziale parità di diritti e doveri. Le donne erano molto libere e trascorrevano la maggior parte del tempo in visite presso altri accampamenti; i compiti domestici non le assorbivano che per poche ore al giorno. Gli uomini, impegnati più a lungo nella caccia, avevano però ritmi disomogenei: potevano infatti cacciare intensamente per una settimana-dieci giorni e poi, per mancanza di selvaggina o per semplice sfortuna, mancare le loro prede per un mese. Alla natura aleatoria della caccia (fronteggiata anche con metodi magici) sopperiva tuttavia il principio della ridistribuzione delle risorse, per cui le famiglie non rimanevano mai sprovviste di carne. I !Kung non disdegnavano i giochi e i divertimenti. Canti e danze, che spesso si prolungavano per una notte intera, erano frequenti al tempo della ricerca di Lee. Negli anni successivi, l’area dei !Kung è stata raggiunta da spacci alimentari, dispensari, scuole, piste di atterraggio e rappresentanti del governo del Botswana. Alla fine degli anni Novanta lo stesso Lee e altri suoi colleghi rilevarono che la società !Kung era in pieno cambiamento. Nello spazio di una generazione si era trasformata in una società di pastori, di salariati, di agricoltori e di artigiani, anche se i suoi componenti avevano conservato in parte le loro attività di caccia e di raccolta. A differenza di altri popoli di cacciatori-raccoglitori africani, come ad esempio i Pigmei BaMbuti della foresta congolese, i !Kung del Kalahari non sono riusciti a mantenere il loro sistema adattativo intatto o a modificarlo funzionalmente al nuovo contesto. Anche i loro villaggi sono cambiati: al posto dei ripari semisferici di arbusti disposti in maniera circolare negli accampamenti attorno alle buche d’acqua sono arrivate le case con i muri di fango e il tetto di paglia allineate lungo le piste per varie centinaia di metri. La caccia e la raccolta forniscono oggi loro solo il 25-30% del cibo, mentre gran parte della loro sopravvivenza è da fatto assicurata dai programmi governativi ed internazionali di intervento alimentare. Intanto il loro territorio è sempre più occupato da agricoltori e allevatori in cerca di nuove terre.

I !KUNG SAN, cacciatori-raccoglitori del Kalahari

Negli anni Sessanta l’antropologo Richard Lee intraprese lo studio a lungo termine di un gruppo di cacciatori-raccoglitori del deserto del Kalahari.

I boscimani !Kung parlanti una lingua della famiglia kohisanide, erano circa quattrocentocinquanta, dispersi in vari accampamenti occupati in media da trenta individui ciascuno. Benché avessero avuto i primi contatti con gli europei a partire dalla fine dell’Ottocento, i !Kung erano privi di armi da fuoco, di bestiame e di agricoltura. Negli anni Sessanta erano interamente dipendenti dalla caccia-raccolta, tranne che per il latte bovino che ottenevano dai loro vicini allevatori Herero di lingua bantu.

Ogni accampamento era associato a una “buca d’acqua”; durante la stagione secca gli accampamenti si concentravano attorno a queste buche, ma la loro composizione non era affatto stabile.

Benché ogni agglomerato costituisse un insieme di individui sempre disposti a cooperare, gli accampamenti andavano incontro a cambiamenti per quanto riguarda le dimensioni e gli individui che ne facevano parte; erano il risultato di un flusso abbastanza continuo.

Ogni accampamento costituiva un’unità autosufficiente per quanto riguarda la produzione di cibo. Gli individui partivano dall’accampamento al mattino in cerca di cibo animale e vegetale per farvi ritorno al calar del sole. Qui radunavano il cibo e lo ripartivano equamente tra i membri dell’accampamento.

Gli scambi di beni tra gli accampamenti erano minimi; al contrario, gli individui si muovevano da un campo all’altro con grande facilità. Lee osservò che in media un individuo passava un terzo del proprio tempo accanto ai propri parenti stretti, un terzo a visitare altri accampamenti e un terzo ad accogliere visitatori di altri campi.

In seguito a questa alta mobilità unita all’enfasi posta sulla ridistribuzione del cibo, i !Kung non accumulavano cibo conservabile per più di due o tre giorni.

L’impossibilità di accumulare cibo faceva sì che essi dovessero mantenere uno sforzo produttivo continuo per tutto l’anno, anche se l’impegno lavorativo non superava le tre giornate a settimana. Il cibo vegetale (radici, frutti selvatici) rappresentava circa il 70% del volume alimentare ed era assicurato dalle donne mediante un lavoro di due o tre giorni alla settimana. La caccia forniva il rimanente cibo consumato dai !Kung. (a parte il latte ottenuto dagli Herero) e, per quanto la carne fornisse un maggior numero di proteine rispetto ai vegetali, Lee concluse che “le donne procuravano una quantità di cibo superiore di due-tre volte rispetto a quella fornita dagli uomini”.

Il territorio dei !Kung abbondava di noci mongongo, capaci di fornire un’adeguata copertura alimentare integrata da ben oltre ottantaquattro specie vegetali. Questo fatto non costringeva, nelle condizioni generali di vita di questi Boscimani a lavorare più del necessario. Pur conoscendo alcune tecniche agricole apprese dai loro vicini di lingua bantu, i !Kung non si dedicavano all’agricoltura. Lee notò che le condizioni generali di vita di questi cacciatori-raccoglitori non erano particolarmente dure. Sembravano ben nutriti e afflitti da malattie meno gravi dei loro vicini agricoltori. Anche l’aspettativa di vita, che si supponeva bassissima fra i cacciatori-raccoglitori, si rivelò qui assai più alta del previsto.

Fu infatti possibile accertare che su 450 individui un decimo (17 uomini e 29 donne) avevano più di sessanta anni, un dato che, all’epoca, si avvicinava abbastanza all’aspettativa di vita di alcune società industriali ed era nettamente superiore a quella di molte società contadine.

I cacciatori raccoglitori

Attualmente i cacciatori-raccoglitori rappresentano una frazione percentualmente infinitesimale del totale degli abitanti del pianeta; si ritiene infatti che essi non siano più di quarantamila. Alle soglie della rivoluzione agricola essi costituivano, di contro, la totalità della popolazione mondiale.

È pertanto evidente che la caccia-raccolta ha conosciuto una progressiva e radicare ritrazione di fronte all’incontenibile avanzata di altre forme storiche di adattamento, in primo luogo l’agricoltura.

Quella dei popoli cacciatori-raccoglitori è una categoria estremamente ampia. Al suo interno vengono fatti rientrare tanto i cacciatori-raccoglitori dell’Europa preistorica, quanto gli attuali pigmei BaTwa e BaMbuti della foresta equatoriale camerunese e congolese, i boscimani !Kung San della Namibia o gli Hadza della Tanzania. Anche molti gruppi nativi del Nuovo Mondo, scomparsi recentemente o assorbiti dalla società moderna, vengono considerai tali.

E lo stesso per alcuni sparuti gruppi di Aborigeni australiani, per alcuni popoli dell’area circumpolare (i più famosi dei quali sono gli Inuit, o Eschimesi), del Sud-est asiatico e dell’India. Nonostante vengano accomunati nella stessa categoria, questi popoli mostrano differenze spesso notevolissime.

Molti di essi, ad esempio, cacciavano grandi prede, come gli abitanti dell’Europa preistorica. La caccia forniva a queste popolazioni la maggior parte del cibo, e dagli animali traevano gran parte del materiale per la fabbricazione di vesti, utensili, armi, ripari e suppellettili varie. I cacciatori-raccoglitori attuali, invece, catturano per lo più piccole prede che non offrono loro un supporto alimentare paragonabile a quello degli animali cacciati nella preistoria, e nemmeno prodotti derivati.

I popoli cacciatori-raccoglitori attuali, è stato calcolato, ricavano oltre il 70% dei prodotti alimentari dalla raccolta di frutti selvatici, radici tuberi, miele, crostacei, pesci e molluschi.

Anche dal punto di vista dell’organizzazione sociale vi sono molte differenze. Non sappiamo granché su come fossero organizzati i popoli della preistoria ma, a differenza dei cacciatori-raccoglitori attuali, erano piuttosto stanziali e formavano gruppi di varie centinaia di individui.

I cacciatori-raccoglitori attuali sono, invece, assai mobili e vivono in gruppi di venti-trenta individui al massimo. Altri gruppi di cacciatori-raccoglitori di cui si hanno testimonianze storiche ed etnografiche recenti vivevano addirittura in villaggi permanenti e avevano un’organizzazione sociale molto differenziata.

I popoli della fascia costiera che corre dagli Stati Uniti settentrionali al Canada e all’Alaska meridionale, tra cui, ad esempio, i celebri Kwakiutl, fondavano la loro sussistenza soprattutto sulla pesca del salmone, vivevano in villaggi stabili, erano popoli bellicosi, avevano gerarchie di capi e conoscevano l’istituzione della schiavitù.

I !Kung San del deserto africano del Kalahari, e gli stessi Inuit polari sono invece noti per il loro comportamento pacifico, l’esiguità numerica dei gruppi e la sostanziale uguaglianza che contraddistingue la loro società sul piano economico e politico.

In relazione ai rapporti tra i sessi, nelle società acquisitive, questi sono assai più paritari che presso altri popoli. Infatti, la divisione del lavoro è pressoché inesistente e le donne, che non possono allattare più di un figlio per volta e sono nomadi come gli uomini, non vengono confinate alla sfera domestica. Tutto questo non spinge certamente a ritenere che le società di caccia-raccolta e le società acquisitive più in generale, siano prive di differenziazioni interne. In queste società esistono, infatti, individui più autorevoli di altri per avvedutezza e visione dei problemi (ma non è detto che debbano per forza essere maschi) o più abili di altri nella caccia o nella fabbricazione di qualche arma o monile; o, ancora, individui maggiormente ispirati e capaci di entrare in contatto con gli “spiriti’ della natura. Allo stesso modo, possono esservi uomini e donne particolarmente ferrati nelle conoscenze del mondo naturale: abitudini di certi animali, proprietà di alcune sostanze vegetali e animali usate a scopi curativi, ecc. Le condizioni generali di vita di questi gruppi (esiguità numerica, mobilità, assenza di risorse accumulabili, mancanza di una divisione del lavoro) fanno sì che le differenze tra gli individui nell’abilità del cacciare, nel valutare i problemi, nella capacità di comunicare con gli spiriti ecc. non siano stabili né trasmissibili da una generazione all’altra. Non si ha, cioè la formazione, presso queste società, di gruppi socialmente differenziati. Infine, le bande studiate dagli antropologi presentano una notevole discontinuità nella composizione. Gli individui cambiano spesso gruppo, mentre le coppie si trasferiscono con la loro prole presso bande diverse da quelle d’origine. In antropologia, viene chiamato ‘flusso’ questo complesso di movimenti che rende difficile concepire la banda come un’unità stabile dal punto vista territoriale e sociale. Tuttavia, casi come quello dei Kwakiutl e di altri popoli linguisticamente affini e geograficamente contigui (e assai probabilmente anche il caso dei popoli della preistoria europea) ci dicono che la differenziazione sociale e la stanzialità possono di fatto esistere anche presso i cacciatori-raccoglitori, per cui diventa problematico stabilire delle relazioni dirette tra forma di adattamento e organizzazione sociale. Sino agli inizi del XX secolo, i Kwakiutl e i loro vicini vivevano infatti in aree assai ricche di risorse alimentari spontanee (i salmoni) che potevano essere accumulate mediante tecniche particolari di conservazione. La stanzialità e l’incremento demografico avevano posto le premesse, nei secoli precedenti, per la formazione di una società composta di nobili, liberi e schiavi, fondata su una marcata divisione del lavoro e nella quale le famiglie dominanti avevano elaborato una ideologia della propria supremazia che trovava espressione in grandi feste in cui i nobili si cimentavano in gare di distruzione di beni a scopi di prestigio (i celebri potlach). Quanto a loro, i cacciatori-raccoglitori della preistoria europea sembra vivessero, almeno in un certo periodo, in aree talmente ricche di selvaggina da rendere superflui gli spostamenti. Anche loro avevano insediamenti fortemente stanziali e le loro società conobbero, a quanto sembra, forme di stratificazione sulla cui entità e natura è però difficile pronunciarsi.

La caccia-raccolta (a cui possiamo aggiungere la pesca condotta con ami, reti e lance) si basa su tecniche di sfruttamento delle risorse naturali finalizzate all’acquisizione di risorse spontanee, di natura animale e vegetale. Caratteristica di questa forma storica di adattamento è che essa, a differenza di altre, non implica alcuna forma di intervento sulla natura che possa determinare un cambiamento della stessa natura. Gli esseri umani prendono (anche se mediante strumenti) ciò che la natura offre. Animali, piante, pesci, crostacei, prodotti di origine animale, come ad esempio il miele selvatico, sono dati in natura e non sono il prodotto di una qualche forma di intervento degli esseri umani, come è invece il caso delle piante e degli animali addomesticati.

Nelle società acquisitive il lavoro umano si presenta come un’attività a rendimento immediato. Per molti antropologi il carattere ‘spontaneo’ delle risorse su cui si basano le società acquisitive avrebbe ripercussioni importanti sul1’organizzazione sociale di queste popolazioni. I sostenitori di questa tesi hanno usato come esempio alcune società di caccia-raccolta attuali, di piccolissime dimensioni, altamente mobili, e fortemente ugualitarie, cercando di dimostrare come tutte queste caratteristiche siano connesse con la natura stessa di questo sfruttamento delle risorse naturali. Pur nella diversità delle rispettive posizioni teoriche, questi antropologi concordano innanzitutto nel ritenere che la dispersione delle risorse che si registra nei territori di questi gruppi imponga un’alta mobilità degli esseri umani: la natura non avrebbe il tempo di riprodurre le proprie risorse tanto velocemente da sostenere una popolazione stanziale e numerosa. La mobilità favorirebbe, in questa situazione, la formazione di gruppi numericamente ridotti, conosciuti nella letteratura antropologica con il nome di bande e talvolta orde. La mobilità si risolverebbe soprattutto nell’impossibilità, per i membri di queste bande, di accumulare risorse utilizzabili in altri momenti, come nel caso dei !Kung. La mancanza di “riserve” obbligherebbe quindi cacciatori-raccoglitori, ma anche pescatori come i Vezo, a una continua ricerca di cibo e sarebbe soprattutto all’origine dell’impossibilità, da parte di chicchessia, di appropriarsene a scapito di altri. Ciò spiegherebbe il fondamentale egualitarismo delle società acquisitive, la cui sopravvivenza è resa soprattutto possibile da un forte sentimento di cooperazione tra i loro membri.

Forme storiche di adattamento: le società "acquisitive"

Durante la colonizzazione del pianeta l’umanità ha occupato aree diversissime e la specie umana ha dovuto, pertanto, elaborare strategie di adattamento altamente diversificate adattandosi ad un ambiente particolare, costruendo utensili differenti per sfruttare il diverso ambiente circostante, inventando metodi diversi per ripararsi dal freddo o dal caldo, mediando con altri popoli vicini che avevano nel frattempo elaborato altre forme di adattamento. Per circa quattro quinti di questa storia lunga cinquantamila anni Homo sapiens sapiens ha fondato il proprio adattamento su un’unica opzione: la caccia-raccolta e la pesca con strumenti tecnologicamente semplici ricavati dalle piante o dalle ossa di altri animali (bastoni, lance, frecce, ami, reti). Le società di questo periodo, come del resto quelle dei periodi precedenti, sono state definite ‘acquisitive’, per sottolineare il fatto che esse realizzano la propria sussistenza attraverso il prelievo di risorse spontanee dall’ambiente. È infatti solo nell’ultima parte della storia umana che il genere umano ha compiuto la ”rivoluzione agricola”. Quest’ultima risale a circa diecimila anni fa e ha portato con sé, almeno in alcune aree del pianeta (Mesopotamia, Valli del Nilo e dell’Indo, Mesoamerica, regione Andina, aree fluviali della Cina e del Sud-est asiatico), in tempi diversi, altre e altrettanto importanti modificazioni nella vita del genere umano: la comparsa delle società stratificate, la formazione delle città, la nascita delle religioni statuali nonché di elaborare forme di divisione del lavoro, la centralizzazione politica e la scrittura. La rivoluzione agricola si impose nel giro di pochi millenni in gran parte del pianeta e fu accompagnata da un incremento demografico straordinario e da una diversa forma di adattamento all’ambiente con la quale sarebbe rimasta in simbiosi per lungo tempo: la pastorizia nomade. Con la rivoluzione industriale prodottasi in Europa alla fine del XVIII secolo l’umanità ha conosciuto un’accelerazione precedentemente impensabile nel campo della produzione e dell’innovazione tecnologica. Fino a quella data, infatti, l’umanità rimase per millenni legata a modelli di esistenza sociale basati sulle forme storiche di adattamento sviluppate nei quarantamila anni precedenti: la caccia-raccolta, l’agricoltura e la pastorizia nomade.

Forme storiche di adattamento

Durante la colonizzazione del pianeta l’umanità ha occupato aree diversissime e la specie umana ha dovuto, pertanto, elaborare strategie di adattamento altamente diversificate adattandosi ad un ambiente particolare, costruendo utensili differenti per sfruttare il diverso ambiente circostante, inventando metodi diversi per ripararsi dal freddo o dal caldo, mediando con altri popoli vicini che avevano nel frattempo elaborato altre forme di adattamento. Per circa quattro quinti di questa storia lunga cinquantamila anni Homo sapiens sapiens ha fondato il proprio adattamento su un’unica opzione: la caccia-raccolta e la pesca con strumenti tecnologicamente semplici ricavati dalle piante o dalle ossa di altri animali: bastoni, lance, frecce, ami, reti. Le società di questo periodo, come del resto quelle dei periodi precedenti, sono state definite acquisitive, per sottolineare il fatto che esse realizzano la propria sussistenza attraverso il prelievo di risorse spontanee dall’ambiente. È infatti solo nell’ultima parte della storia umana che il genere umano ha compiuto la “rivoluzione agricola”. Quest’ultima risale a circa diecimila anni fa e ha portato con sé, almeno in alcune aree del pianeta (Mesopotamia, Valli del Nilo e dell’Indo, Mesoamerica, regione Andina, aree fluviali della Cina e del Sud-est asiatico), in tempi diversi, altre e altrettanto importanti modificazioni nella vita del genere umano: la comparsa delle società stratificate, la formazione delle città, la nascita delle religioni statuali nonché l’elaborazione di forme di divisione del lavoro, la centralizzazione politica e la scrittura. La rivoluzione agricola si impose nel giro di pochi millenni in gran parte del pianeta e fu accompagnata da un incremento demografico straordinario e da una diversa forma di adattamento all’ambiente con la quale sarebbe rimasta in simbiosi per lungo tempo: la pastorizia nomade. Con la rivoluzione industriale prodottasi in Europa alla fine del XVIII secolo l’umanità ha conosciuto un’accelerazione precedentemente impensabile nel campo della produzione e dell’innovazione tecnologica. Fino a quella data, infatti, l’umanità rimase per millenni legata a modelli di esistenza sociale basati sulle forme storiche di adattamento sviluppate nei quarantamila anni precedenti: la caccia-raccolta, l’agricoltura e la pastorizia nomade.

di Donatella D’Addante

Il grande sviluppo delle ricerche etnografiche nel corso del Novecento ha indotto gli antropologi a sistematizzare le conoscenze acquisite secondo il criterio delle aree culturali. Un’area culturale è una regione geografica al cui interno sembra plausibile comprendere una serie di elementi sociali, culturali, linguistici, ecc. relativamente simili. La suddivisione del mondo per aree culturali deve essere considerata, soprattutto oggi che siamo in presenza di processi sempre più intensi di interazione tra popolazioni, come puramente indicativa delle maggiori differenze socio-culturali riscontrate dall’antropologia nel periodo aureo dell’etnografia. In anni recenti alcuni antropologi hanno messo in evidenza come una considerazione troppo letterale di tali aree possa portare a effetti di irrigidimento della realtà culturale, la quale è invece assai più fluida e “meticcia” per sua natura. Il rischio di prendere troppo sul serio la ripartizione del mondo in aree culturali è quello di “essenzializzare” tali aree e le società che ne fanno parte. Infatti molto spesso le aree culturali vengono caratterizzate per gli elementi particolarmente rilevanti di alcune società e culture studiate in maniera approfondita dagli antropologi, elementi che vengono poi considerati tipici dell’intera area. L’Africa è stata, ad esempio, ritenuta per molto tempo rappresentativa di alcune forme “classiche” di organizzazione sociale quali il lignaggio e la tribù; l’India il “luogo” delle caste per antonomasia; il Sudamerica amazzonico il luogo delle società fondate sulle metà matrimoniali e su un elaborato sistema mitico. Con questo criterio la Melanesia è diventata, invece, l’area in cui la manipolazione delle sostanze corporee viene connessa con quella delle dinamiche sociali e cosmiche; la Polinesia è stata eletta a luogo per eccellenza dei meccanismi della reciprocità economica; il Medio Oriente l’area dell’onore e della vendetta; la Cina della pietà filiale e così via di seguito. La scelta di uno o più elementi socio-culturali come rappresentativi delle società comprese in determinate aree, ha finito quasi sempre per creare una distinzione tra società e culture più rappresentative e meno rappresentative delle aree in questione. Si corre il rischio di presentare le società più rappresentative di una certa area culturale come se si trattasse di società statiche, al di fuori della storia e sottratte a qualunque processo di trasformazione. Il fatto di privilegiare certi elementi culturali e certe società, perché più rappresentativi di una certa area culturale, comporta la messa in ombra di tanti altri elementi e di tante altre realtà sociali. La considerazione di questi ultimi dovrebbe invece favorire un’analisi più articolata e maggiormente problematica delle relazioni tra le società e le culture di quell’area medesima, e tra queste ultime e le culture e le società appartenenti ad altre aree culturali.

di Donatella D’Addante

L’idea di famiglia linguistica risale alla seconda metà del XVIII secolo, quando il giurista inglese William Jones (che esercitava presso la corte coloniale di Calcutta, in India) notò notevoli somiglianze tra il sanscrito (la lingua sacra degli indù), il latino, il greco, il celtico e il gotico (tedesco arcaico). Questo gruppo di lingue non più parlate, ma ricostruibili a partire da testi scritti o da frammenti, divenne nota come la famiglia indoeuropea. Per molto tempo si ritenne che questa “familiarità” fosse esclusiva delle lingue studiate da Jones e di quelle da esse, derivate (l’hindi dal sanscrito, il tedesco moderno dal gotico, l’italiano e il francese dal latino ecc.). Con il progredire degli studi, invece, alcuni linguisti e glottologi cominciarono a intravedere somiglianze e affinità tra altri gruppi di lingue, come quelle semito-camitiche (di cui fanno parte l’arabo, l’ebraico e il berbero) e quelle uraliche (comprendenti il finnico e l’ungherese). Alcuni studiosi arrivarono addirittura ad ipotizzare, sulla base di alcune ricorrenze fonetiche e morfologiche, che tutte le lingue estinte e parlate fossero riconducibili a più grandi “superfamiglie”, le quali sarebbero derivate da una comune origine. Tra i primi ad avanzare questa ipotesi vi fu il glottologo bolognese Alfredo Trombetti (1866-1929), il quale riteneva che il genere umano fosse una specie comparsa in un determinato punto della Terra. Le sue teorie non ricevettero al tempo molta attenzione (tranne che da parte di alcuni antropologi americani). Tuttavia di recente esse sono state riprese con vigore da un gruppo di studiosi, i quali sulla base di nuove e più solide conoscenze rispetto a quelle disponibili ai tempi di Trombetti, sono stati in grado di elaborare una visione del “mosaico linguistico” planetario come riconducibile a famiglie e superfamiglie a loro volta derivate da un ipotetico ceppo comune. Queste posizioni sono state definite ‘unitariste’. Il punto notevole della questione è che le ricostruzioni operate dai ricercatori unitaristi sulla distanza e sul processo di differenziazione delle lingue sembra corrispondere largamente a quello di distanziazione delle popolazioni genetiche, a cui appartengono i soggetti che parlano quegli idiomi. In molti casi è stato possibile sovrapporre i grafici che illustrano entrambi i processi di differenziazione, quello linguistico e quello genetico. Non tutti i linguisti sono però oggi d’accordo con questa visione unitarista, ed esprimono seri dubbi che si possano individuare vere e proprie famiglie linguistiche senza che sia possibile determinare l’esistenza di una proto-lingua da cui esse sarebbero derivate.

di Donatella D’Addante

Un’efficace illustrazione di come fattori culturali, migrazioni e costituzione di popolazioni geneticamente individuabili possano essere tra loro interconnessi è quella derivante dalla diffusione dell’agricoltura in diverse parti del pianeta a partire dalla rivoluzione agricola dell’VIII millennio a. C. Secondo gli studiosi, la diffusione di alcune famiglie linguistiche particolarmente numerose, tra cui quella indo-europea, fu una conseguenza della diffusione dell’agricoltura ad opera di alcuni gruppi. L’adozione dell’agricoltura in diverse aree del pianeta e in tempi differenti si tradusse in un incremento della popolazione. A tale incremento demografico seguì, da un lato un’espansione territoriale che portò in aree sempre più vaste alla sostituzione della caccia-raccolta con l’agricoltura; dall’altro la lingua degli agricoltori andò diversificandosi in seguito all’incontro con gli idiomi delle popolazioni preesistenti. Tutte queste lingue verrebbero a formare così quella che viene chiamata una ‘famiglia linguistica’. La distanza genetica tra le popolazioni non trova però alcun corrispettivo nelle differenze culturali che le popolazioni presentano. Alla distanza genetica (e linguistica) non corrisponde cioè una distanza culturale commensurabile. Questo perché i tratti culturali non linguistici non sono stabili, isolabili e databili alla maniera di quelli genetici da un lato e di quelli fonetici e grammaticali dall’altro. Un esempio di questo fatto può essere offerto dai Baschi del nord della Penisola Iberica e della Francia meridionale. Gli studi di genetica concordano nell’individuare nei Baschi una popolazione molto distante (geneticamente) dal resto delle altre popolazioni europee. Secondo alcuni studiosi, i Baschi potrebbero essere i discendenti di una popolazione paleolitica presente in Europa prima delle ondate migratorie che, provenienti dal Medio Oriente, introdussero l’agricoltura in Europa circa 6500 anni fa. Per altri studiosi, invece, essi sono i discendenti di una popolazione isolatasi sui Pirenei all’epoca delle invasioni dell’Età del ferro dall’Est europeo (circa 3000 anni or sono). In ogni caso sembra che i Baschi siano i discendenti di popolazioni preindoeuropee. Geneticamente i Baschi mostrano una certa somiglianza genetica con i Sardi (la cui lingua è però indoeuropea), ma soprattutto con alcune popolazioni dell’area del Caucaso. Pur essendo di origine ignota e non classificabile all’interno di alcuna famiglia linguistica attualmente riconosciuta, la lingua parlata dai Baschi (che si definiscono Euskaldunak) mostra qualche affinità con alcune lingue dell’area del Caucaso, parlate da discendenti di popolazioni molto antiche, come appunto gli stessi Baschi. Nonostante queste affinità genetiche e linguistiche, tra Baschi e Caucasici, non esiste un qualche elemento culturale comune a entrambe le popolazioni che sia individuabile con altrettanta sicurezza dei dati genetici e linguistici da esse condivisi. Infatti pare non esistere alcun elemento o modello culturale comune a entrambe che possa essere fatto risalire alla stessa epoca in cui presumibilmente le due popolazioni si staccarono geneticamente e linguisticamente dal resto delle popolazioni dell’Europa. Geni e lingue cambiano anch’essi, ma a una velocità infinitamente minore rispetto a quella con cui mutano comportamenti, usanze e modelli culturali.

Il tempo, questo mistero

Il tempo, questo mistero

La parola ‘tempo’ nel nostro linguaggio comune e quotidiano è tanto usata, che quasi ne ignoriamo il significato autentico, vero e profondo. Un vecchio saggio disse “se nessuno mi chiede che cosa è il tempo, lo so, ma se me lo chiedono non lo so”. Il tempo rimarrà un ‘mistero’ sino a quando la divisione tra natura e società e, con essa, anche quella tra tempo fisico e tempo sociale, verrà ritenuta una divisione esistenziale eterna; sino a quando, di conseguenza, il problema del rapporto tra tempo fisico e tempo sociale rimarrà inesplorato. Questa contrapposizione può essere superata solo se il tempo viene considerato come ‘unità’ e, cioè, non considerando i fattori sociali e naturali separatamente. L’esperienza umana del cambiamento si articola su piani temporali che si condizionano reciprocamente senza raggiungere mai una completa autonomia. Infatti, il tempo naturale è in qualche misura socialmente deformato, il tempo sociale non può mai prescindere completamente dai vincoli naturali e il tempo individuale è il risultato di una continua mediazione tra le personali esigenze del soggetto e le richieste avanzate da parte del tempo sociale e naturale. 

Abbiamo anche visto diverse teorie sull’uso del tempo; teorie che tendono a descrivere la collocazione spazio-temporale delle attività quotidiane come il risultato di complessi meccanismi di regolazione, di cui non sempre gli attori sono consapevoli. Perciò le routine di comportamento giornaliero possono essere viste come l’esito di una complessa congerie di elementi micro e macro sociali, in relazione reciproca. Di fronte all’impossibilità di svolgere tutte le attività previste in una giornata, o di farlo in un certo ordine di successione, oppure di dedicare una maggiore durata ad una di esse o ancora di armonizzare tempi e spazi degli eventi, un soggetto cercherà di trovare soluzioni riaggiustando le proprie abitudini di comportamento. Poiché ogni soggetto è inserito all’interno di processi sociali più generali, l’organizzazione ed eventuale modifica della successione temporale delle attività risente anche dell’influenza dei sistemi normativi e regolamentativi di riferimento. Questo ultimo aspetto chiama in causa delle dimensioni che richiedono di compiere un passaggio di analisi dal livello delle micro sequenze a quello dei micro aggregati. Abbiamo anche visto cosa sia il ‘presentismo’ e come in esso si aggiunge la certezza angosciante di non poter immaginare un orizzonte verso cui tendere creando una insicurezza generalizzata, con la sensazione di abitare nella ‘società dell’insicurezza’, dove il rischio è dietro l’angolo con l’avvenire, teatro degli incubi dell’uomo. Come afferma Simonetta Tabboni, il tempo, strumento di organizzazione della vita collettiva, può arrivare a trasformarsi in un impedimento all’organizzazione. Soltanto con un’analisi del rapporto tempo-cambiamento sociale è possibile, non solo analizzare le cause di molte contraddizioni, ma anche azzardare qualche previsione per il futuro. Alla base deve comunque essere il presupposto che, se cambiano le finalità e i valori sociali, anche il tempo (la sua disposizione e suddivisione) deve registrare tali mutamenti orientandoli e inquadrandoli nelle proprie strutture; quando questa ordinazione non avviene o avviene in ritardo, il tempo perde la sua funzione ordinatrice e diventa ostacolo. Antonio Del Balzo crede che “bisognerebbe prendere atto semplicemente della complessità del nostro tempo, della sua incertezza, della sua insicurezza, confessare il nostro non-sapere, riconoscere che siamo disorientati, privi di direzione, riconoscere i nostri limiti e avere coscienza del fatto che l’unico senso della storia è quello che gli conferiamo noi”.

Parlando di lingue, culture e razze, non può non colpire la grande varietà che caratterizza l’umanità attuale, a più livelli. Da un punto di vista fisico gli esseri umani si differenziano per statura, colore della pelle, forma e colore degli occhi e dei capelli e tratti facciali. A livello linguistico, la varietà si esprime in almeno cinquemila lingue oggi parlate nel mondo e in un numero infinitamente superiore di idiomi locali conosciuti come “dialetti”. Sul piano culturale, infine, esiste una grande varietà di comportamenti e di idee che contraddistingue persino quanti condividono gli stessi modelli culturali. A fronte di questa grande varietà nel genere umano, possiamo constatare però anche elementi di forte unità.

Alla fine del XVIII secolo il naturalista George Leclerc de Buffon fu in grado di stabilire che i gruppi umani fanno tutti parte di una sola specie. E nella seconda metà dell’Ottocento i linguisti giunsero alla conclusione che le lingue parlate dalle diverse popolazioni della terra possiedono, al di là delle enormi differenze che le contraddistinguono, strutture grammaticali paragonabili dal punto di vista della complessità.

Per lungo tempo l’aspetto degli esseri umani ha costituito il principale fattore di riconoscimento della differenza. In effetti l’aspetto fisico è ciò che colpisce più d’ogni altra cosa, assieme ai suoni di una lingua sconosciuta. In varie epoche storiche le differenze fisiche sono state di supporto a ideologie e pratiche di discriminazione. Il colore della pelle ha costituito, e costituisce ancora, un marcatore di diversità da cui vengono fatte talvolta dipendere erroneamente le differenze culturali. Il razzismo, che ruota attorno alla nozione di ‘razza’, nella sua forma classica, ha infatti preteso di stabilire un nesso causale tra aspetto fisico e cultura e di giustificare, sulla base delle differenze somatiche, la dominazione di alcuni gruppi su altri: ad una supposta superiorità sul piano fisico doveva necessariamente seguire una superiorità sul piano culturale. Gli studiosi tuttavia hanno dimostrato che non si può parlare di razze umane come nel caso degli animali, perché non esiste alcun criterio per individuarle che possa ritenersi scientificamente fondato. E in più i criteri utilizzati per la classificazione delle razze, che riguardano prevalentemente l’aspetto fisico e la discendenza, sono estremamente soggettivi. La razza è innanzitutto una ‘costruzione culturale’. Ciò è evidente, per esempio, negli Stati Uniti dove i gruppi razziali sono riconosciuti ufficialmente: bianchi, neri, indiani, ecc. In questo paese un individuo non è classificato’ sulla base del suo aspetto, ma in relazione ai suoi ascendenti. Così, una persona può essere bianca oppure nera a seconda che i suoi ascendenti fossero considerati a loro volta bianchi o neri.

In Brasile vale il contrario: un individuo appartiene a un tipo sulla base del suo aspetto. Se, per esempio, una persona è bianca di aspetto, è bianca indipendentemente dal fatto che i suoi ascendenti fossero neri, bianchi o morenos, cioè bruni di carnagione. Così la stessa persona che negli Stati Uniti è ‘nera’ può essere ‘bianca’ in Brasile o viceversa. Perciò non è possibile tracciare distinzioni nette tra gruppi umani basandosi sulle caratteristiche somatiche degli individui. In realtà, quelle che sembrano essere le differenze più appariscenti tra i diversi soggetti umani sono, paradossalmente, proprio quelle più superficiali. Le ossa di un individuo, come del resto il suo cranio, potranno, ad esempio, rivelare molte caratteristiche: sesso, età, malattie contratte in vita, tipo di nutrizione; ma non potranno mai rivelarci se quello stesso individuo fosse un nero o un bianco o un asiatico, se i capelli fossero biondi e lisci o ricci e neri, ecc.