La mia testimonianza indiretta dei gravi fatti accaduti contro i manifestanti “no global” ad opera delle cosiddette forze dell´ordine.

Dal 19 al 21 luglio 2001 si svolse a Genova il G8 con i rappresentanti dei governi più industrializzati della terra e centinaia di migliaia di pacifici manifestanti provenienti da tutta Europa. Io realizzavo un sogno. Diventato pubblicista vari anni prima, mi immergevo nello stage presso una redazione giornalistica dopo la frequenza del Master in Tecniche di Comunicazione e Giornalismo dell’Università di Sassari.

Un periodo molto intenso, duro e faticoso. Di mattina a lavoro, di pomeriggio in redazione fino a sera inoltrata. Il lavoro di “desk” consisteva nell’occupare una postazione dell’open space dove altri giornalisti indaffarati a “passare pezzi” propri o di colleghi entravano e uscivano di continuo dalla sala. Al telefono c’era chi si informava di incidenti gravi avvenuti, chiamando ospedali, chi guardava le agenzie di stampa a caccia di notizie, chi recuperava articoli mandati dai corrispondenti provinciali, il vicecaporedattore preparava i paginoni centrali e gli inserti delle feste culturali sarde, molto gradite ai lettori. Io, quando non ero impegnato sul campo a raccogliere interviste per preparare un articolo estivo, ero pronto a ridurre, modificare, rendere leggibile e far stare nello spazio concesso, gli articoli dei corrispondenti. E mi beavo di quanto accadeva intorno a me.

Il vertice di Genova era una notizia nazionale e internazionale e poco rilievo avrebbe avuto in un giornale locale. Qualche amico era partito per Genova a manifestare e lo avrei “intervistato” al suo ritorno. Le notizie arrivavano tramite agenzie e televisore, sempre acceso in redazione, ma che tutti guardavano distrattamente. A un certo punto si fece silenzio nella sala. Chi leggeva le notizie dalle agenzie straniere riferiva di gravi incidenti a Genova ma la tv continuava a riportare i soliti programmi mediocri. Poi le agenzie straniere riferivano di un morto o forse due e di incidenti sempre più gravi. Le agenzie italiane tacevano (il governo di destra di Berlusconi era in carica da un mese). Fu Mediaset a dare le prime notizie, a modo suo, la RAI attendeva silente. Al tg apparivano Berlusconi e Fini (all’epoca vicepresidente del Consiglio e leader di Alleanza Nazionale, antesignano della Meloni, per intenderci). A parlare era solo il presidente forzista che in tono serio rimproverava (chi?) e deplorava gli incidenti perché “avevano rovinato l’immagine dell’Italia”. Lui che aveva passato il tempo a disporre le fioriere e decidere i colori delle tende, non sto scherzando, vi invito a leggere gli ottimi articoli che vi segnalo che riprendono tutta la storia del G8, e aveva delegato la sicurezza a un postfascista che diede mano libera alle cosiddette forze dell’ordine.

Ho visto gli sguardi dei colleghi in redazione. Era chiaro che qualcosa di grave fosse successo. Il fiuto dei giornalisti che percepivano che quei disordini erano stati voluti o non impediti. Poi si seppe dei “black bloc” non bloccati dalle forze dell’ordine ai confini nazionali. L’Italia era precipitata in una violenza da governi sudamericani. Giorni dopo si parlerà di macelleria messicana per i fatti della caserma di Bolzaneto e della Scuola Diaz. La sospensione della democrazia voluta da Fini e Berlusconi era solo all’inizio, durò tre giorni. Altro che tende e fioriere. I governi europei protestarono per il trattamento riservato ai loro cittadini. Il discredito politico in Europa per Berlusconi iniziò col G8 di Genova, non certo col cucù alla Merkel negli anni successivi. Provò anche ad addossare la colpa al governo precedente di centrosinistra che aveva organizzato il meeting (tipico della destra, basti pensare al ripascimento del Poetto dove un assessore si permise pure di dire che gli ambientalisti avevano nottetempo messo una bomba americana della seconda guerra mondiale sulla spiaggia per bloccare i lavori. Bomba rastrellata in mare dalla ditta che procedeva in modo veloce e grossolano al recupero della sabbia, senza filtrarla).

Nei giorni successivi mi misi in caccia per saperne di più. L’amico andato a manifestare con i lavoratori il primo giorno (19 luglio) mi raccontò che furono accolti da forze dell’ordine pronte a ingaggiare carica. Battevano tutti il manganello sullo scudo per darsi coraggio e intimidire i lavoratori che sfilavano ordinatamente e con un servizio d’ordine impeccabile che non consentiva infiltrazioni di black bloc o di violenti. “Sono dei pazzi” mi diceva “ci volevano provocare! Ma noi non abbiamo reagito!”. Non mi bastava. Partecipai ad un incontro di studenti universitari che reduci da Genova raccontarono del 20 luglio. Per la città un delirio di scontri e cariche. Lacrimogeni. Vecchiette e suore pestate dalle cosiddette forze dell’ordine e black bloc liberi di fare casino, spaccare vetrine e bruciare cassonetti e macchine. A un certo punto quattro ragazzi sardi incontrano una ragazza seduta sul marciapiede in evidente stato di shock. Si avvicinano e le chiedono cosa le sia successo. Lei non risponde e chiede di essere lasciata lì, non vuole essere accompagnata in ospedale (dove i feriti venivano schedati e portati in caserma). Poi alle ragazze del gruppo racconta cosa le è accaduto. Senza aver fatto niente, è stata caricata su un cellulare e qualcuno, che dovrebbe vigilare sulla sicurezza dei cittadini, si è preso delle libertà che non dovrebbe prendersi nessuno, men che meno chi indossa una divisa (o un abito talare). Poi, prima di essere buttata su un marciapiede in stato di shock, fu pure minacciata: “sappiamo chi sei, se parli, sappiamo dove cercarti”.

I mezzi tecnologici dell’epoca non erano quelli di oggi e le “gesta eroiche” compiute dalle cosiddette forze dell’ordine, furono chiare solo dopo tempo. I primi libri sulle denunce dei fatti di Genova uscirono quasi clandestinamente perché troppo grave appariva quanto era successo. Io provai a portare la storia al giornale, pronto a intervistare i ragazzi e chiedere ulteriori dati oltre a quelli già raccontati. La reazione dei “colleghi” fu qualcosa di inaspettato. Non c’erano premi Pulitzer tra loro. Nemmeno “cuor di leone” o forse avevano ragione loro: “Vuoi fare lo scoop? Sei qui per fare lo stage. Vuoi mettere il giornale in cattiva luce? Cosa pensi di ottenere? Secondo te crederanno a qualche studente o alle forze dell’ordine?”

Evidentemente i tempi non erano maturi. Solo nei giorni, settimane e mesi successivi, tutti avrebbero saputo cosa le cosiddette forze dell’ordine in mano a Fini avessero combinato scatenando la riprovazione di tutto il mondo occidentale. Oggi assistiamo ai ricorsi respinti proposti dagli avvocati delle (poche) divise condannate e ai fatti gravissimi accaduti in un penitenziario a Santa Maria Capua Vetere. Niente a confronto della Scuola Diaz e della Caserma di Bolzaneto… ma il lupo perde il pelo ma non il vizio. Certo che se i blog si fossero usati venti anni fa, forse questa storia sarebbe stata di dominio pubblico e avrebbe anticipato quanto denunciato da altri solo col passare del tempo.

Per approfondire i fatti di Genova si rimanda il lettore a questi interessanti articoli:

https://www.ilpost.it/2021/07/19/g8-genova-venti-anni-dopo/

https://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/20-anni-di-g8-livido-sulla-faccia-dell-italia/

https://tg24.sky.it/cronaca/2021/07/18/g8-genova-cosa-e-successo

https://www.repubblica.it/online/politica/gottotredici/berlusconi/berlusconi.html

Jovanotti: “Io, Bono, il G8 di Genova e quel concerto mancato” (msn.com)

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