L’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica, bensì una realtà con cui le aziende italiane fanno i conti quotidianamente. I numeri, però, raccontano una storia fatta di entusiasmo e prudenza in egual misura: secondo l’ultimo AI Maturity Report di Insight, per esempio, il 57% delle imprese nella regione Emea dichiara di nutrire “molta fiducia” nell’affidabilità dei sistemi di AI. Eppure, appena il 5% ha completato l’integrazione di queste tecnologie nei propri flussi di lavoro. In Italia il dato sale all’8%, ma solo il 16% delle aziende ha superato la fase pilota.
Un divario che si assottiglia
Il tradizionale gap tecnologico tra Nord e Sud Europa sembra ormai un ricordo. La globalizzazione delle competenze e la diffusione del cloud hanno livellato il campo di gioco, riducendo le differenze a pochi punti percentuali. Le imprese italiane, in particolare quelle di media dimensione, si distinguono per curiosità e creatività nell’individuare casi d’uso, muovendosi con agilità sorprendente.
“Quello che stiamo osservando sul mercato italiano è un fermento autentico”, spiega Luigi Marino, fondatore e CEO di Creact, società di riferimento nello sviluppo di applicazioni di intelligenza artificiale come i chatbot. “Le aziende non si accontentano più di capire cos’è l’AI: vogliono sapere come può trasformare concretamente il loro business. È un cambio di mentalità significativo rispetto anche solo a due anni fa.”
Dalla sperimentazione alla produzione
Il percorso tipico parte da strumenti pronti all’uso, spesso legati alla Generative AI: automatizzazione della lettura e scrittura di documenti, sentiment analysis, sintesi di testi. Da qui si evolve verso applicazioni più sofisticate come la verifica di compliance normativa o la creazione di motori di ricerca semantici interni, capaci di analizzare la knowledge base aziendale e suggerire correzioni.
Ma è l’Agentic AI il tema che oggi cattura maggiore attenzione, e insieme solleva le maggiori perplessità. Se l’AI generativa fornisce informazioni su cui basare decisioni umane, l’Agentic AI propone di delegare direttamente quelle decisioni. Un salto che richiede fiducia, e i dati parlano chiaro: solo un business leader su sei in Europa si sente pronto a portare in produzione questa delega.
“Il passaggio all’Agentic AI è inevitabile, ma va governato”, osserva Marino. “I nostri clienti ci chiedono sempre più spesso di costruire sistemi che non solo analizzino, ma agiscano. La sfida è garantire trasparenza: quando un algoritmo prende una decisione, devi poter ricostruire il perché. Senza questa tracciabilità, nessun CEO responsabile darà il via libera.”
I settori più attivi
Logistica e produzione guidano la corsa agli investimenti in intelligenza artificiale, ma l’interesse è trasversale e generalizzato. Anche comparti tradizionalmente cauti come il settore bancario mostrano infatti segnali di importante apertura, mentre altri scenari promettenti sono quelli dell’efficienza operativa e dell’evoluzione del customer care, dove diversi agenti AI possono orchestrare interi percorsi di interazione con il cliente.
Le grandi aziende affrontano inevitabilmente maggiori complessità nell’implementazione, mentre le medie imprese italiane si rivelano particolarmente agili nel passare dall’idea al progetto pilota. Una lentezza relativa nella fase esecutiva, compensata però da risultati qualitativamente solidi.
Le previsioni per il 2026
Ripercorrendo la recente storia delle applicazioni dell’intelligenza artificiale, è evidente come il 2025 abbia segnato un punto di svolta: l’AI è infatti entrata stabilmente nelle strategie aziendali. Ma il vero motore del cambiamento restano le persone, i decision maker capaci di immaginare nuovi modi di fare impresa. Per il prossimo anno si prevede una cospicua accelerazione verso l’integrazione completa, con soluzioni sicure, scalabili e orientate ai risultati.
“Il futuro dell’AI in Italia dipenderà dalla nostra capacità di formare talenti e costruire ecosistemi collaborativi – aggiunge Marino – La tecnologia c’è, le idee non mancano. Ora serve il coraggio di investire non solo in strumenti, ma in competenze. Le aziende che lo capiranno per prime avranno un vantaggio competitivo difficile da colmare”.
La partita, insomma, è aperta. E l’Italia, con la sua combinazione di creatività e prudenza, potrebbe giocarla meglio di quanto i numeri oggi suggeriscano.
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