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Elevation: Intervista a Francesco Schepisi

Ciao Francesco, partiamo subito dal tuo disco «Elevation», pubblicato quest’anno dall’Abeat Records. L’idea di questo progetto nasce da un’esigenza artistica e interiore, con la necessità di esprimere ciò che hai dentro sia come musicista che come essere umano. A livello musicale, hai avvertito che era arrivato il momento di «fotografare» una tappa del tuo percorso, un punto di arrivo o forse un punto di partenza. Negli anni precedenti alla realizzazione di questo lavoro, hai accumulato esperienze significative, principalmente attraverso collaborazioni come sideman, in concerti dal vivo e in sala di registrazione. Inoltre, la tua partecipazione da co-leader in progetti discografici precedenti ti ha già offerto la possibilità di incidere alcune tue composizioni. Sul versante personale, la realizzazione di «Elevation» ha rappresentato per te un simbolo di rinascita, dopo un periodo buio della tua vita.

Il titolo dell’album si riferisce proprio a questo percorso di cambiamento interiore e personale, che culmina in uno stato di innalzamento spirituale. Guardare dall’alto e dominare ciò che prima rappresentava una minaccia. In questo senso, la title track richiama uno stato di coscienza quasi mistico, in cui riecheggiano concetti del filosofo Nietzsche, anticipando la conquista della vetta lungo lo sviluppo della traccia successiva, Feeling Unreal, per culminare in un grido di liberazione durante il solo di sassofono.

Nove dei brani sono tuoi. La scintilla compositiva spesso scaturisce da un frammento melodico, armonico o ritmico che emerge nella tua mente. I brani vengono concepiti in pianoforte solo, con l’idea musicale che risulta di senso compiuto già da un’esecuzione sul tuo strumento. L’ordine delle tracce nel disco risponde a un’esigenza concettuale, rappresentando alcune delle tappe del viaggio interiore, ma anche a una necessità legata a ciò che musicalmente ti sembrava funzionale come tracklist.

Hai inserito brani storici del tuo passato, come Nature, scritto a sedici anni, nella versione originaria. Questa scelta rientra nel processo di decostruzione dell’io, importante per raggiungere un certo grado di unitarietà. Quel ragazzino sedicenne rappresenta oggi una parte di te più istintiva e genuina. Hai voluto riproporre Nature senza alterarne la forma e lo spirito, in cui le inevitabili sovrastrutture del tuo modo attuale di esprimerti incontrano quella forte componente istintiva.

Hai scelto di interpretare Prelude to a Kiss di Duke Ellington e The Raven That Refused to Sing di Steven Wilson. Prelude to a Kiss è una ballad che ti ha colpito per la sua profondità, eseguita piano e voce, senza particolari rimaneggiamenti. Per quanto riguarda The Raven That Refused to Sing, hai provato a suonarlo liberamente al pianoforte, enfatizzando la dimensione acustica del piano trio con interventi di violoncello e voce.

Ogni musicista ha offerto un contributo prezioso alla realizzazione di questo lavoro. Hai scelto Antonello Losacco come partner ideale per il progetto, mentre alla batteria si alternano Gianlivio Liberti e Vito Tenzone. Per i solisti, hai attribuito a ciascun brano una sonorità caratterizzante, con musicisti diversi che hanno conferito al sound generale una certa eterogeneità.

Tra i musicisti, troviamo anche Michael Rodriguez, la cui tromba ha arricchito il progetto. Hai trovato interessante il suo linguaggio, moderno e sofisticato, ma radicato nella melodia. Rodriguez ha suonato in due tracce, contribuendo a creare un’atmosfera che richiama le sue origini e influenze latine.

Dal punto di vista della produzione, non hai incontrato difficoltà particolari, grazie alla professionalità di Tommy Cavalieri, che ha curato registrazione e mixing. La tua musica presenta un dialogo tra radici mediterranee e influenze contemporanee, che cerchi di equilibrare in modo spontaneo, riconoscendo quando il risultato non è autentico.

Dopo l’uscita dell’album, hai presentato il lavoro in diversi jazz club e parteciperai a eventi come il Beat Onto Jazz Festival. Il prossimo 20 dicembre porterai la tua musica al teatro Odeion di Giovinazzo, con ulteriori concerti previsti per l’anno nuovo.

Il contesto culturale in cui sei nato ha influenzato il tuo modo di concepire la musica. Sei cresciuto in una famiglia di artisti, il che ti ha permesso di scoprire tesori musicali al di fuori dei canali mainstream. Hai iniziato a studiare pianoforte all’età di dieci anni e hai avuto i primi approcci al jazz intorno ai quindici, esibendoti dal vivo a diciotto anni.

Il passaggio dalla musica «di studi» all’improvvisazione e alla composizione personale è stato naturale per te. La tecnica di base è la stessa, e l’improvvisazione è sempre stata presente. Hai intrapreso studi che ti hanno permesso di approfondire il linguaggio jazzistico, culminando con il conseguimento del II livello in Pianoforte Jazz presso il Conservatorio di Bari.

Essere giovani e jazzisti in Italia presenta delle sfide. Da un lato, i festival tendono a ospitare nomi consolidati, dall’altro, il livello medio dei giovani jazzisti è molto alto, rendendo la concorrenza elevata. Tuttavia, la mancanza di un contesto artistico e culturale florido può rendere difficile per i musicisti emergere.

Le tue influenze principali includono il Pat Metheny Group, in particolare il pianismo di Lyle Mays, oltre a Keith Jarrett, Brad Mehldau, Coltrane e Rachmaninov. I tuoi prossimi impegni comprendono concerti in veste di sideman e l’obiettivo di condividere la tua musica con un pubblico sempre più ampio, allargando le collaborazioni, soprattutto all’estero.

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