Uno studio pubblicato negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze (PNAS) ha analizzato i depositi di carbonato di calcio conservati nei pozzi, nelle sorgenti termali e nelle infrastrutture idriche di Pompei, città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., rivelando come le terme pubbliche e l’intero sistema idrico urbano subirono una profonda trasformazione dal periodo tardo repubblicano a quello augusteo.
La ricerca, condotta da Gul Surmelihindi, Cees Passchier e colleghi, ha combinato l’analisi geochimica di isotopi stabili e oligoelementi nei depositi di carbonato con osservazioni archeologiche per ricostruire l’evoluzione delle fonti d’acqua, della qualità e della quantità nel tempo.
I risultati indicano che nelle fasi iniziali i bagni pubblici e le strutture artigianali erano alimentati da pozzi profondi fino a 40 metri, dai quali l’acqua veniva estratta mediante macchine azionate manualmente. Le vasche riscaldate delle Terme della Repubblica, abbandonate tra il 30 e il 20 a.C., mostrano segni di contaminazione da attività umana nei depositi, il che suggerisce che l’acqua non veniva frequentemente rinfrescata.
La costruzione dell’acquedotto in età augustea, dal 27 a.C. al 14 d.C., ha rappresentato un punto di svolta, consentendo l’espansione delle strutture termali e, potenzialmente, un miglioramento dei servizi igienico-sanitari, grazie a una fonte d’acqua più stabile e continua.
Secondo gli autori, l’analisi dei giacimenti minerari offre una prospettiva sulla vita quotidiana e sulle pratiche sociali nella città romana, evidenziando il ruolo delle terme nella cultura urbana di Pompei. Lo studio sottolinea il passaggio da un approvvigionamento idrico basato su pozzi profondi a una rete di acquedotti, evidenziandone l’impatto sull’igiene urbana e sull’evoluzione delle terme pompeiane.
Così l’Acquedotto di Augusto cambiò la vita a Pompei
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