Nel contesto delle indagini sull’operazione Gladio, una commissione parlamentare d’inchiesta della X Legislatura ha esaminato il recupero dei Nasco, nascondigli di materiali militari. Le conclusioni della commissione hanno evidenziato “elementi di ambiguità e reticenza” nei rapporti tra la struttura e le istituzioni democratiche. Il ritrovamento del Nasco di Aurisina nel 1972 portò al recupero di 139 Nasco.
Nel mese di aprile del 1972, il Capo del Sid ordinò il recupero dei 139 Nasco. Un appunto del maggio seguente informò il Capo del Servizio sull’andamento dei recuperi: sette Nasco erano stati recuperati, e altri sei avrebbero dovuto esserlo entro il 15 giugno successivo.
I materiali recuperati furono trasportati al Cag, “in attesa di definire ove dovranno essere sistemati”. Successivamente, sarebbero rimasti “126 Nasco, di cui 102 nel Friuli-Venezia Giulia e 24 nel resto del territorio nazionale”. Priorità fu data al recupero dei Nascondigli della zona del Carso.
Le operazioni proseguirono nelle zone “di più difficile controllo, data la lontananza del Centro responsabile dislocato a Roma (Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, ecc.) fino a quelle più agevolmente ispezionabili in loco (Friuli-Venezia Giulia).
Il recupero e il trasporto avvenivano di notte, con personale della Sad (Arma dei carabinieri) e con il supporto dei comandi territoriali per la sicurezza durante le operazioni di dissotterramento e trasporto.
Per i 72 Nasco del Friuli-Venezia Giulia, si ipotizzò l’uso di 48 caserme della Legione carabinieri di Udine, vicine ai Nasco di “prima schiera”. L’elenco delle caserme è in un appunto del 24 maggio 1972.
Dal 1957, tali caserme e altre quattordici di enti o reparti dell’Esercito, custodivano materiale di equipaggiamento, armi automatiche italiane e munizioni del Servizio, sotto la denominazione “Ufficio Monografie del V C.M.T. — Scorta Speciale di Copertura”.
Questa denominazione fu usata anche per il materiale ex-Nasco. In seguito allo scioglimento dell’organizzazione “O”, i materiali furono destinati alla costituzione di “Battaglioni di Sicurezza destinati, per emergenza, al Comando del V Corpo d’Armata”.
Nel 1957 il Sifar chiese che il materiale rimanesse accantonato. È probabile che la Upi “Stella Alpina” abbia ereditato parte del materiale della “O”, che rimase nei magazzini dell’Esercito.
Risulta che 2.000 serie di vestiario e di equipaggiamento vennero accantonate in “magazzini avanzati”, corrispondenti, per la maggior parte, a Stazioni dei Carabinieri; 1.000 serie considerate di riserva, vennero sistemate nei magazzini di Forte Procolo, in Verona. Le eccedenze vennero ritirate dagli organi dello SME. Il 18 maggio 1967 il Comandante della Brigata Carabinieri di Padova chiese chiarimenti sui “materiali di armamento e vestiario dislocati presso varie Stazioni Carabinieri del Friuli-Venezia Giulia”.
Il responsabile del Centro Ariete informò il Servizio dell’esito del colloquio. L’Ufficio «R» specificò che i materiali “appartengono alla organizzazione “Gladio” e costituiscono dotazione di primo impiego per le formazioni della UPI “Stella Alpina””.
Il generale Palomba richiese ulteriori chiarimenti, e il Servizio chiese formalmente la continuazione della custodia dei materiali presso le Caserme. Successivamente, le 1.000 serie di vestiario e di equipaggiamento custodite a Forte Procolo furono trasferite al CAG di Alghero.
Nel 1976, “a seguito di una diversa pianificazione operativa, tutti i materiali delle Scorte Speciali di Copertura vennero ritirati dalle Stazioni Carabinieri e Caserme dell’Esercito e, ad iniziare dallo stesso anno, in parte trasferiti e posti in carico al Centro Addestramento Guastatori di Alghero ed in parte restituiti alle competenti Direzioni militari”. Questa operazione riguardò anche il materiale proveniente dai Nasco.
Per i Nasco di seconda schiera (Padova, Brescia e Bolzano), si ipotizzò una sistemazione presso sette caserme locali dei Carabinieri. Per quelli di terza schiera (Milano, Torino, Genova, Napoli, Bari e Bologna), si pensò di utilizzare una caserma dei Carabinieri per ciascuna città.
Un appunto del 30 novembre 1972 indicava che erano stati recuperati 36 Nasco di 1a schiera su 102, 11 di 2a schiera su 13, e 16 di 3a schiera su 24.
L’operazione di recupero dei Nasco, coordinata dall’Arma dei Carabinieri, si concluse con il recupero di 127 dei 139 Nasco iniziali. La mancata individuazione dei rimanenti 12 fu attribuita a diverse cause.
Un appunto del 18 giugno 1973 specificava che agli ufficiali dei Carabinieri erano state impartite “istruzioni circa il comportamento da tenere in caso di ritrovamento fortuito”. Nel complesso, vennero recuperati 155 pacchi di esplosivi su 158.
L’appunto del 18 giugno 1973 elencava i Nasco non rinvenuti, con localizzazione, data di posa, contenuto e motivi del mancato recupero: otto Nasco, interessati da successivi interventi edilizi, risultavano “non rinvenibili fortuitamente” e “raggiungibili solo con demolizioni”. Altri due si riteneva fossero “probabilmente interrati” ma non rinvenibili; gli ultimi due risultavano “certamente asportati da ignoti”.
La situazione di questi dieci Nasco non recuperati era ritenuta “sufficientemente sicura”. Le armi leggere contenute in due Nasco non avevano numero di matricola.
La relazione sulla conclusione del recupero dei Nasco raccomandava di non informare il Servizio Collegato RIC dell’operazione.
Le località di posa dei Nasco non recuperati sono state “periodicamente ispezionate” da personale del Servizio.
Da un documento, risulta che “da ricognizioni di controllo effettuate e terminate nel novembre 1988 la situazione dei 12 magazzini non è cambiata, tranne che per il n. 502 (VC) in cui è stato reperito il “pacco pugnali””. I controlli venivano effettuati annualmente.
Il recupero dei Nascondigli in questione è stato effettuato dai Comandi dei carabinieri competenti per territorio, a seguito di ordinanze adottate dal giudice istruttore di Venezia nell’ambito dell’inchiesta penale sulla caduta dell’aereo «Argo 16».
Le operazioni di recupero hanno consentito di riportare alla luce tutti i materiali occultati nei dieci Nasco ritenuti sufficientemente sicuri nella relazione del 1973. Non sono stati recuperati i due Nasco di Villa Santina, quello interrato nel cimitero di Brusuglio, e si è avuto un recupero parziale per il Nasco di Crescentino.
Avendo il magistrato veneziano chiesto di acquisire i numeri di matricola delle armi leggere occultate in Villa Santina, il Governo ha interpellato il Servizio Informazioni americano, che ha risposto di non possedere alcuna documentazione relativa alla matricola delle armi fornite al Servizio italiano.
L’inchiesta su Argo 16 e le spie americane
Ricevi le nostre ultime notizie da Google News
clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella.

