Vai al contenuto

Furto d’arte: la vera storia dietro “Mastermind”

Il nuovo film di Kelly Reichardt, “The Mastermind”, esplora il mondo delle rapine d’arte con un’ambientazione museale ad alto rischio. Tuttavia, il ritmo lento e riflessivo ha già diviso il pubblico, suscitando reazioni contrastanti. La pellicola si ispira a fatti realmente accaduti.

Un furto d’arte senza tensione?

Mentre alcuni apprezzano lo stile contemplativo tipico di Reichardt, altri hanno trovato il film eccessivamente lento. Le prime proiezioni hanno generato commenti contrastanti, con alcuni spettatori che lo hanno definito “un hamburger completamente vuoto”. Questa risposta evidenzia una potenziale discrepanza tra le aspettative del pubblico e l’approccio registico di Reichardt, che spesso privilegia l’atmosfera e la caratterizzazione dei personaggi rispetto all’azione pura.

Nonostante le critiche, “The Mastermind” presenta un’interessante colonna sonora jazz di Rob Mazurek. Il film vede Josh O’Connor nel ruolo di un goffo leader di una banda che irrompe nel Framingham Museum of Art, rubando opere dell’artista modernista Arthur Dove. L’ambientazione è quella dei primi anni ’70, sullo sfondo delle proteste contro la guerra del Vietnam. L’epoca storica aggiunge un ulteriore livello di complessità al racconto.

Va notato che il Framingham Museum of Art è in realtà inesistente e la rapina, sebbene ispirata a eventi reali, è in parte frutto di finzione. Questa rielaborazione della realtà sottolinea l’interesse di Reichardt per l’esplorazione psicologica dei personaggi piuttosto che per una ricostruzione fedele dei fatti.

La vera ispirazione: il furto al Worcester Art Museum

Il film trae ispirazione da un reale furto avvenuto nel 1972 al Worcester Art Museum in Massachusetts. In quella occasione furono rubati quattro dipinti, tra cui opere di Rembrandt, Picasso e Gauguin, per un valore stimato all’epoca di 1 milione di dollari (circa 7,72 milioni di dollari attuali). Il quadro più famoso era “Gloomy Woman” di Gauguin. La rapina originale ebbe un impatto significativo nel mondo dell’arte.

Reichardt inserisce nel film una scena simile a quella accaduta nel 1972, dove due studentesse assistono involontariamente alla rapina. Nel 2022, il “Worcester Telegram & Gazette” ha rintracciato due ex studentesse che si trovavano al museo quel giorno. Una di loro, Kathy Kartiganer, ha raccontato di aver visto gli uomini strappare i quadri dalle pareti e di aver estratto una pistola quando si sono accorti della sua presenza. Le ragazze sono riuscite a fuggire, ma la guardia giurata del museo rimase ferita. La testimonianza diretta aggiunge realismo al racconto.

La polizia e l’FBI intervennero rapidamente, arrestando i responsabili e recuperando tutti i dipinti entro la fine di giugno del 1972. La rapidità della risoluzione del caso contrasta con altri furti d’arte di alto profilo, come quello all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, dove le opere rubate non sono mai state ritrovate.

Perché raccontare questa storia?

A differenza di altri furti d’arte leggendari, quello al Worcester Art Museum non è tra i più famosi della storia. Anthony Amore, coautore di un libro sui Rembrandt rubati, ha dichiarato che questo è stato il primo furto d’arte commesso sotto minaccia armata. L’unicità dell’evento potrebbe aver attratto Reichardt.

La regista sembra interessata a capire cosa ha spinto i ladri a compiere un gesto così eclatante e, allo stesso tempo, così maldestro.

Il film non offre risposte definitive, suggerendo che il furto sia stato una sorta di futile protesta, destinata a essere dimenticata. Reichardt ha persino cambiato il nome del capo banda, forse per sottolineare la sua mancanza di fama e importanza. Il furto, in definitiva, si rivela essere un atto privo di reale significato.

  • Il film è ispirato ad una storia vera
  • Il furto d’arte è fallimentare
  • La fama dei ladri è inesistente

Anni dopo, Florian “Al” Monday, la vera mente della rapina, spiegò che per un amante dell’arte, possedere un Rembrandt è come vincere le World Series, il Super Bowl e la Stanley Cup tutto in una volta. Tuttavia, Monday non ottenne quella vittoria. Allo stesso modo, il protagonista del film di Reichardt non raggiunge la fama e il suo gesto rimane incompreso. La regia sembra voler esplorare la psicologia di chi compie gesti estremi senza una reale motivazione o un piano concreto.

Il furto d’arte che ha ispirato “Mastermind” di Josh O’Connor


Leggi l’articolo completo

Entra nella community su Telegram

Vai al gruppo
Google News Ricevi le nostre ultime notizie da Google News clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella.
SEGUICI

Articoli correlati

Autore

0 0 voti
Valutazione dell'articolo
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x