Fiumi di inchiostro sono stati scritti sulla vita di Ornella Vanoni, anche nel nostro sito in questo articolo di Alessio Lodes. Recentemente mancata ai suoi fan e ai familiari, personalmente non l’ho mai incontrata e non sono mai andato a un suo concerto. Era una di quelle cantanti che ho conosciuto da sempre perché presente già ai tempi della mia fanciullezza (ed ero un fan di Rita Pavone). Mio zio, che amava le voci limpide e cristalline come quella di Marcella Bella, diceva per la Vanoni che sembrava che cantasse “con una patata in bocca”. Effettivamente ho compreso i testi crescendo, col tempo.
Ornella Vanoni ha ottenuto una “seconda giovinezza” essendo stata rilanciata da Fabio Fazio. In tv ne abbiamo apprezzato la raffinatezza ma anche il suo essere scanzonato. Non si è mai considerata una diva, ma a dispetto di altre, lo è stata. Inutile soffermarsi sui numerosi dischi incisi che rimarranno nel tempo. Non avendo aneddoti da raccontare, ho chiesto a “Marchino” (io lo chiamo così per affetto quando ne parlo con altri) se posso riportare alcuni brani del suo splendido ricordo pubblicato il 23 novembre.
Invito tutti a cercare l’intero editoriale che Marco Travaglio, che pubblicamente ringrazio per la gentile concessione, ha dedicato alla Vanoni, della quale è diventato amico negli ultimi anni. Ritengo che sia riuscito, meglio di altri, a descriverne la leggerezza e a restituirci la vera Ornella Vanoni! Qui riportiamo l’articolo solo parzialmente.
Marco Travaglio 23 novembre 2025
“Marcolinooo!”, “Travagliucciooo!”. Chiamava puntualmente nell’ora più impossibile, 19.30 o 20.30, quando le persone normali stanno per cenare o hanno appena cenato, mentre qui al Fatto si titola la prima pagina. Ornella voleva sempre commentare le notizie dei tg e sapere in anteprima cos’avrei scritto il giorno dopo. […]
“Mi annoiavo e ti ho chiamato: dài, fammi ridere”, “Hai notizie di Renatino (Zero, ndr)? Sta bene? Sono due giorni che non riesco a parlargli”, […] Ogni tanto lanciava insulti terribili in falsetto. “Ornella, dici a me?”. “Ma va, a Ondina, la mia barboncina”. […] “Sei troppo pestifero perché io non ti conosca. Ma come fai a restare calmo in tv davanti a quel Bocchino? A noi ci salva l’ironia, che è la parente nobile del sarcasmo”. Voleva sempre sapere tutto, del presente e del futuro, della vita. Progettava nuovi dischi, concerti, canzoni. Del passato parlava controvoglia: “Mamma che annoia”. […] Di solito, quando diventi intimo di un coetaneo dei tuoi genitori che rimpiange i bei tempi andati e dell’oggi e del domani vede solo il buio, lo senti come un altro papà o un’altra mamma. Ornella no, si imponeva come una sorella, addirittura una figlia: una ragazzina curiosa, capricciosa e impertinente che chiede sempre perché-perché-perché. Una monella dispettosa e leggera che fa le marachelle e poi se ne vanta. […]
L’ultimo concerto, a Caracalla, fu un incanto: lei a piedi nudi sul palco che volava come una libellula senza più un’età, capace di fermare anche il tempo.
“Lo sai che a giugno mi danno la laurea alla Statale di Milano? Pensa: a 90 anni, a una somara come me! Vieni? Qualche amico lo vorrei, se puoi. Laurea Magistrale Honoris Causa in Musica, Culture, Media, Performance”. Ornella entrò nell’aula magna fra la rettrice Marina Brambilla e il trombettista Paolo Fresu: l’eleganza, la leggerezza, la libertà, la curiosità, l’ironia, l’anticonformismo, la spudoratezza, insomma la vita, tutto concentrato nella stessa persona sotto i riccioli biondi, meno rosseggianti del solito, che spuntavano dal tocco nero portato con fierezza lieve. […]
Il suo cruccio era di finire come la zia, vissuta fino a 107 anni, lucidissima ma prigioniera di un corpo inerte. Però, sulla morte, ci rideva sopra: “Spero che non mi facciano monumenti o roba del genere. Potrebbero dedicarmi qualcosa al Piccolo Teatro, ma mi sa che lì è tutto già preso. Tranne forse qualche aiuola: ecco, potrebbero intestarmi un’aiuola…”. […]
Leggeva il Fatto. Un giorno mi mandò la foto dell’abbonamento digitale appena pagato: “Adesso che sono socia, ho diritto a chiamarti tutti i giorni”. Alle sue spalle, l’adorata assistente Veronica ridacchiava. Nel 2022 doveva essere alla nostra festa alla Casa del Jazz, poi fu trattenuta a Milano da un acciacchino, ma si collegò col nostro palco. Da allora provammo sempre ad averla con noi in carne e ossa. E quest’anno sembrava fatta per il Circo Massimo: “Voi mi fate le domande, io faccio la pagliaccia, come sempre, ma canto anche un po’. Due o tre brani, però, non di più se no ti schiatto sul palco”. Le chiesi Un sorriso dentro al pianto e le dissi che poi saremmo andati a mangiare insieme. “Meglio se mi fai trovare un whiskino e una cannetta”. […]
Se n’è andata senz’accorgersene, in poltrona, dopo aver chiesto un gelato e una cannetta. Che bella fine, far sorridere anche la morte.
“Se il Cielo concedesse un po’ di grazia a ogni anima quaggiù, io sarei una santa, anima che canta, che canta in equilibrio sopra un’emozione, che capovolge l’esistenza alle persone, che non si può spiegare fino in fondo, ma che resta in fondo al cuore”.
Ricevi le nostre ultime notizie da Google News
clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella.

