La manifestazione dei fogli bianchi

IL GRIDO “MUTO” DELLA CINA

Tra Covid e dittatura, cosa sta succedendo in Cina?

L’urlo “non vogliamo la dittatura”, Pechino, Shangai e Nanchino. Sono le quattro del mattino e marciano verso piazza Tienanmen, non solo “meno tamponi, più cibo” ma anche, e soprattutto “Xi Jinping dimettiti”.

Stiamo parlando delle recentissime proteste cinesi che hanno mosso varie città del paese per motivazioni sempre più precise. Tutto nasce nel fine settimana con una commemorazione, quella per ricordare le vittime di un incendio ad Ürümqi, nella regione autonoma dello Xinjiang. Morti, che secondo i manifestanti potevano essere evitate da un arrivo dei soccorsi più rapido, rallentato, però, dalle strettissime misure anti-covid presenti in Cina.

La questione della politica Covid zero cinese è da un po’ discussa, ad ottobre in alcune città sono comparsi striscioni contro il partito: “ci chiudete in casa e ci fate morire di fame”, per non parlare degli episodi, arrivati fino in Europa, dell’Ikea o della FoxConn, che, ricordiamoci, produce per Apple, dove la gente viene bloccata e chiusa dalle autorità nei negozi o nei posti di lavoro per il sospetto di un contagio. Ciò nonostante i contagi non raggiungono lo zero, ma non sono nemmeno alti, se ne contano 40.000 su 1 miliardo e 400 milioni di abitanti; i numeri, però, non importano più, Xi Jinping ha messo il suo volto sulla politica Covid 0, il leader, infatti, giustifica le azioni estreme commesse sostenendo che delle riaperture possano causare un collasso dei piccoli centri sanitari e mostrando il basso numero di morti nel paese.  

I cittadini, però, lo sanno bene, che si tratti di qualcosa di efficace o meno, il partito non si fermerà, e infatti “non vogliamo la dittatura” assume tutto un altro significato, ci si sposta su un altro campo, oltre la dittatura sanitaria, ma verso quella fisica, simbolicamente marciando verso Piazza Tienanmen. Le proteste, infatti, da Ürümqi si spostano in tutte le grandi città, prima a Shangai, poi a Nanchino e anche a Pechino, dove sono soprattutto gli universitari a scendere in piazza, “abbiamo bisogno di democrazia, abbiamo bisogno dello stato di diritto, abbiamo bisogno della libertà d’espressione”, queste le grida di 200-300 persone davanti alla mesa dell’ateneo dell’università di Tsinghua di Pechino.

Nelle proteste è stato arrestato anche un giornalista della BBC, trattenuto diverse ore, durante le quali è stato picchiato e preso a calci dalla polizia, oltre a molti altri, centinaia di video su Twitter e Instagram, oltre che sul social cinese più utilizzato nel paese, WeChat, dove ne compaiono altrettanti che non sono stati censurati. Questo dimostra la portata colossale del fenomeno, quasi assurda per un paese come la Cina.

Ma cosa significano i fogli bianchi?

In tutte le città i manifestanti tenevano in mano dei fogli A4 bianchi, per criticare la censura del partito, questi sono diventati il simbolo delle nuove proteste, su tutti i social compaiono moltissimi “quadri bianchi”. Un nuovo modo per aggirare la censura, che i leader cinesi usano sistematicamente per tenere sotto controllo l’opinione pubblica; ed eppure questa volta non ha funzionato: era da quel 4 giugno del ’89 che non si registravano proteste di questa portata, che il partito, nonostante tutto continua a negare sostenendo che i manifestanti siano influenzati dalle forze straniere.

Da qui varie voci e cartelli “non sono mosso da forze straniere, sono cinese”, tra i tentativi, piuttosto vani, della polizia di cancellare un simbolo: i cartelli stradali con il nome della città di Ürümqi sono stati oscurati.

E come ricorda V per Vendetta: “Gli uomini muoiono, le idee no.

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