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Il Turco: rivelazioni sulla cellula terroristica in Veneto

Il Blog mafie su Domani, nato da un’idea di Attilio Bolzoni e curato con Francesco Trotta, continua con approfondimenti mensili in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese sono stati pubblicati ampi stralci dell’ordinanza del 18 Marzo 1995, “Azzi+25” di Guido Salvini, il giudice che a Milano ha cercato di far condannare responsabili e complici di una stagione di sangue.

La prima testimonianza di Gianni Casalini, seppur incompleta, ha offerto la certezza che alla fine del 1972 il personale del Centro C.S. di Padova del S.I.D., ignaro delle intenzioni della Direzione del Servizio, aveva “agganciato” una fonte interna al gruppo di FREDA e VENTURA.

Gianni Casalini è stato in contatto con tre sottufficiali del Centro C.S. di Padova (nomi in codice “Nico”, “Nievo” e “Luca”) e gli è stato proposto di raggiungere Marco Pozzan e altri a Madrid, frequentando il locale El apuntamiento per raccogliere informazioni.

Gianni Casalini ha riferito di lettere che Franco Freda aveva inviato a ufficiali delle Forze Armate per convincerli a sostenere un progetto di colpo di Stato.

La circostanza è confermata dal fatto che, al momento delle dichiarazioni di Casalini, Franco Freda era imputato a Milano, insieme a Giovanni Ventura, per propaganda sovversiva e istigazione a commettere delitti contro la personalità dello Stato, per l’invio di 2000 lettere a firma NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO ad altrettanti militari. Casalini ha confermato di aver riferito al sottufficiale NICO che il gruppo di Padova disponeva a Venezia di uno scantinato con armi.

Si tratta della medesima notizia presente nell’appunto sul Caso Padova, la cui conferma da parte della “fonte” ne accresce la validità e preoccupava il generale Maletti.

Tale dettaglio risulta importante in quanto, dagli interrogatori di esponenti di Ordine Nuovo, è emerso che il riferimento logistico per il gruppo di Padova per l’acquisizione e la custodia di armi ed esplosivi era il gruppo di Venezia e che i gravi episodi hanno avuto origine dalla collaborazione fra le due realtà.

L’argomento sarà trattato nella seconda ordinanza, ma è possibile affermare che le informazioni fornite da Gianni Casalini meritavano un approfondimento e non la disattivazione e chiusura della “fonte”.

In merito agli attentati dell’aprile 1969 alla Fiera di Milano e dell’agosto 1969 in danno di convogli ferroviari, che hanno preceduto la strage di Piazza Fontana, il testimone si è limitato a dire di “non aver avuto notizie specifiche”, anche se tali episodi erano azioni di “Ordine Nuovo a livello nazionale”.

La chiave di interpretazione di tale cautela è desumibile dal capoverso successivo della deposizione.

Gianni Casalini, chiedendo informazioni sulla posizione degli esponenti della vecchia cellula di Padova (Freda, Ventura, Toniolo e Balzarini), ha dichiarato di “avere paura” di possibili conseguenze derivanti da sue ammissioni.

Tale preoccupazione, unitamente al timore di conseguenze penali, spiega la sua reticenza e conferma quanto riportato nell’appunto del generale Maletti. Si sottolinea che Gianni Casalini non è una persona dalla psiche compromessa.

Egli soffre di forme ansiose e depressive, ma ciò non intacca la sua capacità di ricordare e valutare i fatti. Egli è dotato di ottima memoria e ha fornito una spiegazione razionale della sua scelta di diventare un informatore del S.I.D.: pur essendo sempre stato un uomo di destra, aveva ritenuto giusto segnalare al S.I.D., in un’ottica di tutela dello Stato, situazioni di pericolo che provenivano da posizioni radicali.

Nel corso di una seconda testimonianza, Gianni Casalini, ha fornito altri dati sui suoi rapporti con il personale del S.I.D.: “…. Posso confermare che io sono stato sopratutto in rapporto con un sottufficiale di nome NICO che tuttora abita a Padova e che mi capita ancora di vedere per strada.

Posso meglio spiegare il senso del riferimento al mio eventuale viaggio in Spagna di cui ho parlato nel corso della deposizione dinanzi a Lei in data 15.5.1992.

Io ero in rapporti di buona amicizia con Marco POZZAN più di quanto non lo fossi con altri del gruppo della libreria Ezzelino. Pozzan era fuggito, non ho mai capito perchè, in Spagna.

Pozzan, non sono in grado di precisare se prima o dopo la sua fuga, mi fece sapere che potevo mettermi in contatto con lui scrivendogli ad un recapito degli Stati Uniti d’America che egli mi fece avere. Io effettivamente gli scrissi qualche volta ed egli, evidentemente, ricevette le mie lettere in quanto una volta mi rispose scrivendomi, credo tramite il recapito americano.

Nella lettera per me, che era di poche righe, c’era però un’altra busta con una lettera per la moglie di Pozzan. Io, allora, mi misi in contatto con Nico a cui avevo già fornito il recapito statunitense e gli dissi che in qualche modo avrei dovuto aprire con il vapore acqueo la busta per la signora Pozzan. Nico mi rispose che di una simile operazione avrebbe potuto occuparsene lui tramite un tecnico. io diedi quindi la busta a Nico ed egli me la restituì, una volta richiusa, con una fotocopia della lettera per mia conoscenza. Devo dire che il contenuto di quella lettera era abbastanza insignificante.

La proposta di viaggio in Spagna si collegava quindi sostanzialmente a Pozzan, nel senso che io avrei dovuto trovare Pozzan in Spagna per avere da lui notizie su Piazza Fontana.

Il riferimento che ho fatto a Delle Chiaie nella precedente deposizione era relativo solo al fatto che Delle Chiaie era titolare di un ristorante, “El Apuntamiento”, dove abitualmente si ritrovavano i rifugiati italiani dei vari gruppi. Non andai poi in Spagna per i motivi che ho già spiegato.

Ricordo che in quel periodo la moglie di Pozzan mi disse che Marco aveva avuto, sempre in Spagna, una polmonite. Ciò avveniva quando era ancora vivo Francisco FRANCO.

Ripensando quindi globalmente ai miei discorsi con Nico, posso dire che in quel periodo effettivamente si è parlato degli attentati di Piazza Fontana ed anche di quelli precedenti.

Ci incontravamo spesso al bar ristorante della Stazione ferroviaria di Padova. Mi riservo di riflettere sul tenore dei miei discorsi con Nico su questi argomenti. Voglio parlare con Nico perchè lui è uno del mestiere, un professionista. Ho potuto leggere per la prima volta in questa sede l’appunto del generale Maletti e devo dire che mi preoccupa quel “procedere” nei miei confronti che vi compare.

Del Gaudio lo conosceva mio padre, io personalmente non l’ho mai visto. Sta di fatto che effettivamente Nico mi comunicò, ad un certo punto, che i rapporti con me si dovevano considerare chiusi senza darmi spiegazioni. Io però ho difficoltà a collocare nel tempo questa sua comunicazione.”

Da tale seconda deposizione emerge:

– che Gianni Casalini era rimasto in contatto con Marco Pozzan in ragione del loro rapporto di amicizia, dopo la fuga di questi in Spagna, tanto da disporre di un recapito postale indiretto di Pozzan grazie al quale era possibile spedirgli e ricevere corrispondenza. Purtroppo Casalini non è stato in grado di ricordare di che esatto indirizzo si trattasse. Riferita tale significativa circostanza al S.I.D., il sottufficiale di nome Nico gli aveva proposto di cercare di “agganciare” il latitante Pozzan a Madrid per ottenere da lui qualche notizia. Evidentemente, quindi, il Centro periferico di Padova, allora diretto da un funzionario onesto quale il maggiore Giuseppe BOTTALLO, agiva secondo corretti criteri istituzionali, probabilmente all’oscuro e comunque non in sintonia con la Direzione del Servizio e sopratutto con il Reparto D e il Nucleo Operativo Diretto del generale Maletti che aveva organizzato proprio la fuga di Marco Pozzan per sottrarlo all’imbarazzante confronto con i giudici milanesi.

– Gianni Casalini aveva “effettivamente parlato dell’attentato di Piazza Fontana ed anche di quelli

precedenti” con Nico, il sottufficiale con cui era entrato in un rapporto di maggior confidenza. Prima di riferire al giudice quanto egli aveva saputo, egli desiderava poter parlare ancora con Nico, che “era un professionista”, evidentemente al fine di essere rassicurato.

– Gianni Casalini si mostrava, comprensibilmente, ancora preoccupato dei contenuti minacciosi nei suoi confronti presenti nell’appunto e riferiva che comunque, all’epoca, il personale del S.I.D. di Padova lo aveva ad un certo punto “sganciato” senza dargli spiegazioni, circostanza questa di cui non era mai riuscito a spiegarsi il motivo.

È quindi molto probabile che Gianni Casalini, dopo la riunione del 5.6.1975 fra il Direttore del Servizio e il generale Maletti, non sia stato direttamente minacciato, ma che l’incarico di “procedere” accennato nell’appunto sia comunque stato attuato, ottenendo l’abbandono della fonte da parte del Centro periferico e probabilmente esercitando pressioni indirette e raccomandazioni sul padre, Mario Casalini, che era in diretti rapporti con il capitano Manlio Del Gaudio.

A tale punto dell’indagine, risultava assolutamente necessario procedere all’approfondimento dei risvolti del “Caso Padova” mediante la diretta audizione dei sottufficiali che negli anni ’70 avevano mantenuto i rapporti con la fonte.

Per primo, e già in un momento antecedente alla seconda testimonianza di Casalini, veniva convocato e sentito, in data 9.4.1992, il maresciallo Fulvio FELLI, ancora in servizio presso il Centro del SISMI di Padova ed identificato nel sottufficiale che si presentava con il nome di copertura di LUCA. Il maresciallo Felli, al fine di non alterare la spontaneità della deposizione, veniva sentito senza che gli fosse comunicato l’intero tema dell’audizione.

Infatti in una prima fase dell’audizione, alla presenza di questo Giudice Istruttore e del Giudice Istruttore di Brescia, al testimone veniva chiesto di mettere a fuoco i rapporti da lui intrattenuti e le notizie raccolte, sempre negli anni ’70 a Padova, da un’altra fonte nel settore dell’estrema destra, denominata in codice TRITONE, la cui “produzione” era stata acquisita in copia agli atti delle due istruttorie (cfr. vol.30, fasc.4). La fonte TRITONE, un giovane dell’estrema destra padovana in contatto con il Centro C.S. dal 1973 al 1975, era infatti di notevole interesse per l’istruttoria-bis sulla strage di Brescia del 28.5.1974 in quanto aveva reso informazioni ai suoi referenti in merito ad alcune riunioni svoltesi, a Brescia e ad Abano Terme nei giorni immediatamente successivi alla strage di Piazza della Loggia, fra alcuni militanti di Ordine Nuovo.

In tali occasioni il dr. Carlo Maria Maggi, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto e promotore di tali incontri, aveva, secondo la fonte, ricordato ai militanti che la strage di Brescia non doveva “rimanere un fatto isolato”, ma essere seguita da altre “azioni terroristiche di grande portata da compiere a breve scadenza” in modo tale da aprire un “conflitto interno risolvibile solo con lo scontro armato” (cfr, relazione del Centro C.S. di Padova in data 6.7.1974, vol.30, fasc.4. ff.13 e ss.). Esaurito l’argomento concernente la fonte TRITONE, sul quale non è il caso di soffermarsi in questa sede essendo stato già ampiamente trattato nell’istruttoria-bis concernente la strage di Piazza della Loggia (cfr. provvedimento conclusivo del G.I. di Brescia in data 23.5.1993, vol.12, fasc.13, ff.23-35), l’attenzione del maresciallo Felli veniva richiamata sull’eventuale esistenza di altre fonti, all’epoca, nel campo dell’estrema destra (cfr. dep. citata, f.2).

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