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Amministrazione di Sostegno: Evita rischi per te e i tuoi cari

Oggi si utilizza spesso la parola “protezione”, soprattutto quando si avvia un’Amministrazione di Sostegno, presentata come uno strumento di aiuto. Tuttavia, questa fiducia cieca suscita preoccupazione per le dinamiche che si instaurano successivamente.

La legge stabilisce che l’Amministrazione di Sostegno ha lo scopo di tutelare la persona, preservandone la dignità e offrendo affiancamento anziché sostituzione.

La realtà pratica, però, può risultare differente. Il processo inizia con la compilazione di moduli e l’ottenimento di un decreto, culminando in un giuramento. Successivamente, l’attenzione si sposta dalla cura diretta della persona fragile alla necessità di dimostrare costantemente al Giudice Tutelare l’adeguatezza delle cure prestate.

L’amministratore, spesso una figura improvvisata, si trova a dover gestire scadenze e richieste burocratiche, sentendosi colpevole fino a prova contraria. Sorge quindi il dubbio: quando si è smesso di dare fiducia alle persone?

L’inseguimento di scontrini e la rendicontazione minuziosa possono distogliere l’attenzione dalle reali necessità dell’assistito, alimentando il sospetto di possibili negligenze o abusi.

L’Amministrazione di Sostegno rischia così di trasformarsi in un labirinto burocratico che soffoca la vita della persona, limitandone l’autonomia decisionale e generando un senso di solitudine. Spesso si assiste a una forma di interdizione di fatto, più subdola e lenta.

Pertanto, si suggerisce di valutare attentamente l’opportunità di avviare un’Amministrazione di Sostegno, esplorando alternative come procure, deleghe o accordi familiari. Una volta avviato il processo, uscirne può essere complicato, e il sistema potrebbe non restituire facilmente la serenità e l’autonomia perdute.

Nel contesto dell’Amministrazione di Sostegno, il termine “rendiconto” assume un peso rilevante. Durante il processo di rendicontazione, viene richiesto di giustificare ogni spesa, anche la più piccola, interrompendo l’ordinaria cura della persona fragile per dimostrare di non aver commesso illeciti.

Il rendiconto implica la prova continua della propria innocenza, elencando minuziosamente ogni spesa, anche quelle apparentemente insignificanti. Questo processo può risultare umiliante, costringendo a giustificare scelte e decisioni che dovrebbero rientrare nella sfera della cura e dell’affetto.

Il rendiconto, presentato come strumento di tutela, può paradossalmente allontanare l’attenzione dalla persona fragile, concentrandosi sulla documentazione e sulla giustificazione delle spese.

Chi amministra con amore, percepisce l’assurdità di dover dimostrare il proprio affetto attraverso la rendicontazione. Il rendiconto annuale, pur richiedendo un notevole impegno, si conclude spesso con una semplice vistatura, senza una reale approvazione.

Ci si interroga se il sistema non avrebbe dovuto basarsi maggiormente sulla fiducia, riconoscendo l’impegno di chi si prende cura di un altro essere umano. La cura rischia così di trasformarsi in una mera formalità burocratica, imprigionando sia l’amministratore che l’amministrato in una gabbia, seppur gentile.

Si consiglia di valutare attentamente le implicazioni dell’Amministrazione di Sostegno prima di intraprenderla.

L’articolo 411 del codice civile sottolinea l’obbligo di rendicontare entrate e uscite, un dovere che si attenua se l’amministrato conserva la capacità di scegliere, come previsto dall’art. 405, comma 1, n. 6, del codice civile. In caso contrario, il rendiconto diventa un obbligo imprescindibile, un controllo costante esercitato dal Giudice Tutelare.

Il rendiconto rappresenta la memoria del progetto di vita di un individuo fragile, ma questo rigore non si traduce in una vera approvazione, bensì in una semplice vistatura.

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