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Cassazione: Definitiva la pena per caso Rebibbia

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla difesa di Gianni Alemanno. L’ex sindaco di Roma rimane nel carcere di Rebibbia, dove sta scontando la pena residua di 22 mesi per traffico di influenze illecite, nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”. La decisione, resa nota il 9 gennaio 2026, conferma quanto stabilito in sede di sorveglianza.

Per i giudici, l’impugnazione non soddisfa i requisiti richiesti ed è stata giudicata “inammissibile”. Di conseguenza, non ci saranno modifiche al quadro attuale, né rientri in misura alternativa, né riduzioni automatiche della pena in questa fase. La notizia segue il ritorno in cella di Alemanno, avvenuto nella notte di Capodanno 2025, quando la misura alternativa dei servizi sociali era stata interrotta a seguito di contestazioni sulle prescrizioni.

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, il 28 gennaio 2025, aveva stabilito che Alemanno dovesse scontare in carcere la pena residua, revocando l’affidamento ai servizi sociali. Si discusse anche del mancato riconoscimento di mesi già svolti in affidamento, ritenuto determinante dalla difesa. L’ordinanza di sorveglianza ha stabilito che le violazioni contestate erano incompatibili con la prosecuzione della misura esterna.

La condanna definitiva a 22 mesi riguarda il traffico di influenze illecite, l’accusa rimasta in piedi dopo il ridimensionamento delle contestazioni più gravi nate nel perimetro di “Mondo di Mezzo”. L’impianto accusatorio si è ristretto nel tempo, ma il procedimento ha evidenziato il tema della permeabilità degli snodi amministrativi, delle relazioni opache e della distanza fra regole e prassi quotidiane. La sentenza di primo grado richiamò la presenza di “zone d’ombra” ritenute idonee a favorire comportamenti distorsivi nell’azione amministrativa.

Alemanno, leader del movimento “Indipendenza!”, aveva tentato un rientro nello spazio pubblico tramite interventi e prese di posizione a tema pacifista e critica dell’attuale esecutivo. La permanenza a Rebibbia solleva questioni relative alla gestione delle misure alternative, al senso della pena e alla credibilità dell’affidamento esterno quando vengono contestate violazioni. Inoltre, viene posto l’accento sulle condizioni detentive, menzionate anche per denunce e racconti dal carcere su sanità, trasferimenti, permessi e carenze strutturali.

La pronuncia della Cassazione rende stabile il quadro: Alemanno resta detenuto per la pena residua indicata dagli atti. Restano gli strumenti previsti dall’ordinamento penitenziario, ma il baricentro torna alla sorveglianza e ai tempi della pena, non più al giudizio di legittimità su questo ricorso. Il caso continua a essere uno specchio sul rapporto fra potere, controlli e fiducia nelle regole.

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