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MARCO IL PINGUINO

Marco era un pinguino che si credeva uomo e gli uomini, sbagliando, credevano fosse un pinguino. Marco ha vissuto a Trieste dal 1953 al 1985. Vi arrivò a bordo della motonave Europa proveniente dal Sudafrica e subito fu adottato dallo staff dell'Aquario.


Il pinguino diventa ben presto molto popolare e il numero di visitatori dell’Aquario cresce in maniera esponenziale. Solo che Marco, credendosi un uomo, all’ Aquario ci sta ben poco e preferisce passeggiare sulle rive assieme ai suoi amici custodi.
Per incontrare Marco le persone arrivavano da tutto il mondo e lui si metteva in posa per farsi fotografare come una star. I bambini osservavano quello strano essere con curiosità mista a timore. Non era né un cane né un gatto: cos’era allora? I bambini più temerari che provavano ad accarezzarlo venivano puniti con una beccata sul naso: decideva solo Marco se e da chi farsi avvicinare.
Un giorno un custode dell’Aquario gli pesta involontariamente una zampetta. Mortificato e dispiaciuto per l’incidente l’uomo soccorre
Marco: lo culla, lo accarezza. Al pinguino non sembrano vere tante attenzioni. Da quel giorno, quando vuole farsi coccolare, finge di zoppicare quasi che fosse stato un piranha a mordergli la zampetta.

Come arrivò a Trieste?

Sull’arrivo di Marco a Trieste ci sono tante versioni. La più nota è che proviene dal Capo di Buona Speranza. A provvedere al suo imbarco ci ha pensato il commendator Fiorello de Farolfi, commissario di bordo del Lloyd Triestino, compagnia armatrice nella cui flotta figura anche la motonave Europa. Si è scritto anche che dopo alcune settimane dall’arrivo a Trieste del pinguino, visto l’entusiasmo suscitato dalla sua presenza all’ Aquario, si propone di assegnargli un nome. Come ricordava l’allora direttore del Civico museo di storia naturale, Renato Mezzena, si decide di bandire un concorso tra gli scolari triestini. Vince il nome di Marco.
Un’altra versione della storia fa riferimento a un coraggioso salvataggio attuato da un componente dell’equipaggio dell’Europa. Passeggiando sulle rive del porto di Città del Capo l’uomo nota una gigantesca orca dirigersi verso un pinguino che si sta lasciando cullare dalle onde. Non ci pensa due volte e quasi si immola per salvare il pennuto. Sull’esatta dinamica dell’improbabile operazione sì è opportunamente soprasseduto.
Quello che è certo è che all’epoca dei fatti Marco è solo un cucciolo di pinguino ed è facilmente immaginabile pensare quanta tenerezza sappia suscitare negli esseri umani anche se si tratta di navigati lupi di mare.
Sta di fatto che quell’uccello in frac – per citare una delle più ricorrenti definizioni di Marco – arriva. un bel giorno a Trieste per diventare, a sua insaputa, uno dei più popolari e amati “testimonial” della città.
Ma c’è un’altra storia che riguarda Marco. Ea è la storia che proponiamo in questo libro: la storia di Marco, il pinguino rapito.
Nella nebbia che avvolgeva quella mattina il porto di Città del Capo una musichetta metteva allegria. E soprattutto significava che un bastimento stava per attraccare lungo le solide banchine di legno, che nell’accogliere il grande scafo scricchiolavano emettendo una sorta di mostruoso lamento. La musichetta che si disperdeva dagli altoparlanti della nave era un valzer, precisamente il Valzer delle rose, all’epoca molto in vaga. Il ritornello faceva più o meno così:
“Domani tu mi lascerai e più non tomerai, domani tutti i sogni miei li porterai con te”.
Il valzer è di salito una musica allegra, se non allegra almeno spensierata. Certamente non sono note adeguate per la colonna sonora di un addio e un incerto arrivederci, quali erano quelli che i passeggeri di quella nave avevano rivolto ai propri cari al porto di Trieste, da dove la nave del valzer era salpata. Sicché quella musichetta così allegra (e allo stesso tempo così triste) era un’insolita attrattiva anche per i pinguini che pigramente ciondolavano nei pressi del porto di Città del Capo.

Gli emigrati
La nave del Valzer delle rose si chiamava Europa ed era una delle più nuove e più belle della ricca flotta del Lloyd Triestino. Era stata costruita a Monfalcone qualche anno dopo la fine del lungo e tormentato dopoguerra. Superati tanti dolori e tragiche vicende Trieste voleva ridiventare protagonista nei mari del mondo e forse per questo le due nuove navi passeggeri del Lloyd vennero battezzate Europa e Africa.
L’Europa era davvero bellissima, elegante nel suo vestito bianco, e poteva trasportare quasi 400 passeggeri: 220-240 nella classe turistica e 120-130 in prima classe. L’equipaggio era composto da 220 persone, comandate da ufficiali in genere piuttosto anziani e quasi tutti reduci dalle esperienze belliche. Solo che a differenza di quanto accade oggi, la motonave passeggeri Europa non ospitava persone che vogliono godersi il relax di una crociera. Trasportava invece centinaia di infelici provenienti da Trieste, dal Friuli, dal Veneto e da altre parti d’Italia costretti a lasciare il Paese in cui erano nati per cercare un lavoro dall’altra parte del mendo. Erano gli emigranti, quasi tutti diretti in Sudafrica, precisamente a Durban. In questo importante centro industriale erano sorte in quegli anni imponenti cartiere, costruite dalla società Umkomas che cercava continuamente manodopera. Un’occasione da non perdere dunque per tanta gente delle nostre parti, disperata nella morsa della povertà.

È un’alba fredda quella del 5 febbraio 1953 quando dal porto di Trieste, preceduta dal cupo e imponente suono della sirena, la motonave Europa – al suo secondo viaggio verso Città del Capo dopo quello inaugurale, da Genova, del 10 ottobre 1952 – si fa largo nel golfo per puntare la prua verso Brindisi e poi transitare attraverso il Canale di Suez e fare rotta verso i porti di Massaua, Aden, Mogadiscio, Mombasa, Dar es Salaam, Beira, Durban e Città del Capo.
Un viaggio di 50 giorni attende l’equipaggio e gli ospiti, tra i quali si instaurano rapporti di amicizia, essenziali per combattere la malinconia di quell’estenuante traversata. Ci pensano i più giovani elementi dell’equipaggio a rinfrancare il morale generale con scherzi di ogni tipo. Il comandante della nave si chiama Arrigo Liberi, è di origine istriana, ed è un ufficiale molto esperto, rigoroso nel lavoro ma capace di assecondare nei momenti opportuni le stravaganze del suo equipaggio.
Quando la nave ‘Europa giunge a destinazione, al capolinea di Città del Capo, in Sudafrica è autunno ma il clima è mite con temperature che toccano anche i 28 gradi. Sole e caldo è quanto ci vuole per sollevare il morale dell’equipaggio. Città del Capo, considerata non a caso una delle più belle città del mondo, è incastonata tra immense spiagge bianche e una montagna alta poco più di mille metri e dalla forma stranissima, come un gigantesco ferro da stiro: è il Table Mountain.
Quando dalla nave stanno per essere lanciate le cime il comandante Liberi ordina all’equipaggio di provvedere alle operazioni di sbarco, che consistono anche nell’espandere le note del Valzer delle rose e nel gettare al vento – verso la gente che aspetta sulle banchine – migliaia di coriandoli colorati. Una festa insomma.
Finalmente un po’ di svago anche per l’equipaggio, soprattutto per i più giovani che scendono a terra con il desiderio nemmeno tanto segreto di qualche spumeggiante avventura sentimentale. Tra gli uomini dell’equipaggio ci sono quelli che hanno uno dei compiti più modesti, cioè quello di pulire le cabine e di provvedere a tutte le esigenze dei passeggeri. In gergo vengono chiamati “piccoli di camera”. Non sono piccoli di statura, anzi spesso si tratta di baldanzosi giovanotti che hanno iniziato a navigare vista la carenza di personale a terra. Vengono cosi chiamati perché stanno all’ultimo posto della gerarchia dei ruoli a bordo di una nave, ma nessuno allo stesso tempo, riesce ad essere più invidiato per le mance che riescono ad attenere e, soprattutto per i flirt con qualche avvenente e disinibita passeggera.

Molti dei “piccoli di camera” sono al loro primo imbarco, e dunque ritrovarsi dall’altra parte del mondo rappresenta per loro un’emozione grandissima, capace di accendere le più impensabili fantasie.

Tra le sorprese che colpiscono particolarmente i “piccoli di camera” dell’Europa ci sono gli animali, i pinguini in particolare, che certo è raro incontrare alle nostre latitudini. È un piacere vederli ciondolare ridicoli e impacciati sulle rotonde scogliere e fare capolino tra le candide distese di sabbia, ed è altrettanto strabiliante osservarne l’agilità quando volano sull’acqua cimentandosi in piroette estasianti.
Il tempo scorre veloce e arriva il momento di salpare per la rotta del ritorno. È il 28 marzo 1953 quando l’Europa molla gli ormeggi del porto di Città del Capo: destinazione Trieste. Rispetto al viaggio di andata la nave ospita meno passeggeri, ma parecchio materiale che via posta gli emigranti fanno recapitare ai parenti rimasti in Italia.
Per l’equipaggio è il momento dell’arrivederci e come sempre in questi casi gli animi più sensibili vengono sopraffatti dalla tristezza. Ma come fare per vincere questo stato d’animo? Uno scherzo è la medicina migliore e tra l’equipaggio non manca certo la fantasia.
“Perché non catturare un pinguino, così ci potremo divertire durante il viaggio?” butta lì qualcuno. L’idea è davvero originale ma eccessivamente rischiosa. I controlli alle dogane sono molto rigidi e soprattutto è severamente vietato trasportare clandestini a bordo, tanto più se sono animali. Ma la prospettiva di farsi compagnia con la simpatia di queste bestiole prende il sopravvento e dunque si studiano i particolari del piano. Senza trascurare di mettere a punto una versione ufficiale, da fornire al comandante Liberi non appena si sarebbe scoperta l’insolita presenza a bordo dell’Europa.
Il nostromo della motonave – un bonario veterano del Lloyd Triestino – si chiama Giovanni Barrera ed è un siciliano di Ragusa che sui mari del mondo ha vissuto le avventure più incredibili. Durante la seconda guerra mondiale la sua nave fu bombardata e lui per 48 ore rimase in mare. Quell’esperienza gli procurò seri guai fisici in quanto in quel naufragio inalò acqua di mare mista alla nafta fuoriuscita dai serbatoi della nave che stava colando a picco.
Scampato perfino agli attacchi dei pirati nei mari del Sud, Barrera conta i mesi che lo separano dalla pensione e offre una copertura agli ideatori del rapimento del pinguino. “Non preoccupatevi ragazzi – assicura – quando il comandante scoprirà il pinguino gli dirò che l’abbiamo portato a bordo per salvarlo dall’attacco di un’orca assassina”, La copertura è davvero convincente, e poi detta da un marinaio esperto come Barrera è quanto più verosimile possa esserci. Barrera chiede in cambio del suo appoggio un piccolo favore: il pinguino che verrà rapito dovrà chiamarsi Marco. E il nome che il nostromo avrebbe voluto dare al figlio vanamente atteso.
A questo punto può scattare il piano del rapimento. Sono due in particolare gli esecutori del blitz, Ezio e Nini, entrambi “piccoli di camera” di origine istriana. All’imbrunire della sera precedente alla partenza dell’Europa si muniscono di una rete da pesca trovata sui pontili e, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, riescono a catturare un pinguino.
L’animale si dimena impaurito, ma dopo qualche minuto lo sforzo sostenuto lo placa e diventa quasi inerme. È un esemplare molto piccolo, probabilmente un cucciolo, alto nemmeno mezzo metro, una ventina di centimetri in meno rispetto alla media dei suoi simili. Appartiene alla specie Spheniscus demersus altrimenti detto pinguino africano. La bestiola fa tenerezza, è stremata e impaurita e anche questi particolari hanno la loro importanza.
“Stremato” e “impaurito” infatti, saranno i termini usati da Barrera quando confesserà il finto salvataggio del pinguino dalle fauci dell’orca. A questo punto Ezio e Nini hanno il problema di come far salire a bordo Marco e soprattutto dove custodirlo in segreto, almeno nei primi giorni fino a quando l’Europa raggiungerà il mare aperto.

In soccorso dei due rapitori vengono due addetti alla cucina, un cameriere e un cuoco. Si chiamano rispettivamente Annibale e Ferruccío. Marco viene avvolto in un sacco di juta e caricato assieme ad altri viveri nella gigantesca cambusa.
Ben presto la notizia del nuovo ospite a bordo si diffonde, ma fortunatamente nessuno fa la spia al comandante. Il pinguino viene liberato dal sacco, è malconcio davvero, tanto che Ezio e Nini temono stia per morire e quasi quasi pensano di riportarlo sulla spiaggia dove l’hanno rapito. Ma è troppo tardi il gigantesco scafo bianco fa già rotta verso il largo di Città del Capo. Marco sta sempre peggio, non mangia le verdure che ingenuamente gli vengono sistemate in una ciotola, non beve acqua e non si regge in piedi. Sta a pancia in giù, con le pinne adagiate sul pavimento della cambusa. Abituato alle distese sabbiose e alla compagnia di mamma, papa e dei suoi compagni di giochi, adesso si ritrova in uno stanzone buio, freddo e con il rimbombo sinistro dei motori.

Cosa fare del pinguino? Ezio, Nini, Annibale, Ferruccio e qualche altro ancora cercano una soluzione. A trovarla è il nostromo Barrera che propone di sistemare Marco nel bagno della cucina, un gabinetto alla turca dove di tanto in tanto si potrà rinfrescarlo con i getti d’acqua dello sciacquone. L’idea piace, anche perché non sono individuate alternative migliori. Ma per il pinguino i guai non finiscono.
Prigioniero nell’angusto gabinetto (un vero e proprio cesso per chiamare le cose come stanno) rischia di finire arrostito dal gran caldo che le lamiere della nave assorbono dal sole e poi sfogano all’interno. Marco non mangia e soprattutto è vittima di un vistoso deperimento: dimagrisce a vista d’occhio.
A questo pessimo stato di salute si aggiunge un altro guaio, piuttosto sorprendente: il pinguino sembra soffrire di mal di mare. Infatti, il piccolo bagno alla turca diventa ben presto impraticabile per gli addetti alla cucina, ridotto com’è a una vera e propria cloaca. Preoccupati, i rapitori di Marco stilano i turni per tirare lo sciacquone e rinfrescare così l’animale. Ma la situazione non migliora. Nemmeno Barrera sa che pesci pigliare, ma nel pensarlo ecco che trova una soluzione: bisogna assolutamente armarsi di una lunga lenza e pescare del pesce.

L’operazione ovviamente deve essere eseguita nel massimo se-greto, e va portata a termine sporgendosi da un portellone della parte bassa dello scafo, la cui apertura è permessa solo nei porti per caricare i viveri in cambusa. A turno i marinai si alternano alla pesca e pian piano Marco dimostra di gradire il nuovo menù. Il pinguino migliora e diventa perfino giocherellone. E dispettoso. Come quando, non si sa bene in che modo, riesce a nascondersi nel piccolissimo bagno per poi saltare addosso al malcapitato che si avventa sulla tazza preso da ben altre urgenze.

Marco sta ormai bene, aumenta di peso e di statura. L’Europa ha già compiuto migliaia di miglia e fa rotta verso il Canale di Suez, 193 chilometri strappati nel 1869 al deserto, da percorrere in un clima torrido, insopportabile. È il tratto più temuto dall’equipaggio costretto ad alloggiare anche in sei uomini in una stessa cabina, spesso senza oblò e sprovvista di aria condizionata.
Molti cuochi, camerieri e “piccali di camera” dormono per terra, lungo i corridoi del lato sinistro della nave, verso la poppa, dove sono ricavate le cabine del personale.
Il caldo non dà tregua e Marco non può resistere in quel minuscolo bagno. Bisogna trovare un nuovo nascondiglio al povero pinguino, che tuttavia non perde il buon umore. Intanto la sua presenza a bordo ormai è nota a gran parte dell’equipaggio. Non resta che la lavanderia, situata nella parte bassa della poppa, proprio sopra le due gigantesche eliche della motonave che diffondono un rumore cupo e costante.
La lavanderia è un luogo molto umido però, con il pavimento costantemente inzuppato dall’acqua delle lavatrici e dall’acqua di sen-tina. Non è un hotel, ma i rapitori di Marco pensano sia il luogo Marco sta ormai bene, aumenta di peso e di statura. L’Europa ha già compiuto migliaia di miglia e fa rotta verso il Canale di Suez, 193 chilometri strappati nel 1869 al deserto, da percorrere in un clima torrido, insopportabile. È il tratto più temuto dall’equipaggio costretto ad alloggiare anche in sei uomini in una stessa cabina, spesso senza oblò e sprovvista di aria condizionata.
Molti cuochi, camerieri e “piccali di camera” dormono per terra, lungo i corridoi del lato sinistro della nave, verso la poppa, dove sono ricavate le cabine del personale.
Il caldo non dà tregua e Marco non può resistere in quel minuscolo bagno. Bisogna trovare un nuovo nascondiglio al povero pinguino, che tuttavia non perde il buon umore. Intanto la sua presenza a bordo ormai è nota a gran parte dell’equipaggio. Non resta che la lavanderia, situata nella parte bassa della poppa, proprio sopra le due gigantesche eliche della motonave che diffondono un rumore cupo e costante.
La lavanderia è un luogo molto umido però, con il pavimento costantemente inzuppato dall’acqua delle lavatrici e dall’acqua di sen-tina. Non è un hotel, ma i rapitori di Marco pensano sia il luogo.

Mancano poche ore di navigazione per raggiungere Porto Said, lo scalo egiziano che rappresenta lo sbocco nel Mediterraneo per i bastimenti che risalgono il Canale di Suez. Significa che ci vogliono ancora tre giorni di navigazione prima dell’arrivo a Trieste dell’Europa.
Prima di Trieste sono previste fermate a Brindisi e Venezia. Si pone il problema di cosa fare del pinguino, ma soprattutto per i suoi rapitori si sta avvicinando il momento del distacco da quell’irresistibile e dolce amico. Non lo si può certo abbandonare in Egitto, né gettarlo nel Medi-terraneo. Allora si decide: Marco arriverà a Trieste, costi quel che costi.
E dopo lo scalo a Brindisi il nostromo Barrera prende il coraggio a due mani e si affaccia alla plancia del timone. Chiede di parlare con il comandante Liberi, che subito acconsente non senza manifestare sorpresa e una qualche preoccupazione nel vedere il proprio nostromo così prostrato. “Signor comandante – ansima Barrera – le segnalo che abbiamo un clandestino a bordo. È un pinguino e sí chiama Marco. Mi assumo tutta la responsabilità. Poi Barrera racconta la storia del salvataggio dall’orca e, come un consumato attore, indugia nel descrivere quanto la bestiola fosse “stremata e impaurita”

Mai il comandante Liberi, che he sfidato tempeste e battaglie. marine, avrebbe pensato di sentire una simile e così strampalata confessione. Ma capisce anche che a Barrera non gli ha dato di volta
il cervello e che anche il suo nostromo non e mai stato così emotivamente coinvolto. Liberi si reca subito nelle lavanderie, preceduto da Barrera che con un lieve cenno del cago rassicura i suoi complici che il comandante l’ha presa bene. Quando il più alto ufficiale dell’Europa scorge Marco, intento a rotolarsi sopra le montagnole di biancheria da lavare, quasi si commuove. Si guarda attorno e incrociando gli sguardi interrogativi e intimiditi dell’equipaggio stempera la tensione con un sorriso. È sale un accenno di sorriso, ma significa che non ci saranno punizioni e, soprattutto, che Marco arriverà a Trieste

Marco comincia subito a fraternizzare con il personale dell’ Aquario e pian piano prende confidenza con la vasca interna, dove ogni tanto si concede dei tuffi. Ma i bordi della vasca sono troppo alti, e per lui che è ancora un cucciolo di pinguino, superarli è un limite insormontabile. Ma lui è furbo e scopre un trucco: quando vuole uscire dalla vasca si stende vicino al bordo aspettando che qualcuno lo raccolga e lo deponga sul pavimento. Pietro Contento, uno dei custodi dell’Aquario, diventa in poco tempo il “papà” di Marco. Il pinguino segue Pietro ovunque e si fida ciecamente di lui.
È un’altra manifestazione del fenomeno dell’ imprinting. Ecco perché dopo le prime e comprensibili titubanze gli addetti dell’Aquario lasciano sempre più spesso incustodito Marco che ballonzola tranquillamente sulle rive, si tuffa nel porticciolo del molo Pescheria, ma non si allontana mai dal suo “papà” né dalla sua nuova casa.
In poco tempo la notizia del pinguino Marco fa il giro del mondo e la presenza nell’Aquario di questo adorabile animale diventa una delle attrattive turistiche di maggior successo a Trieste.

Di pari passo alla sua notorietà si diffonde anche la leggenda del suo salvataggio dalle fauci di un’orca assassina. Un tocco di suggestione in più per rendere ancora più coinvolgente la storia di Marco. Così che negli anni la storia dell’orca diventa la versione ufficiale, quella che compare nelle biografie del pinguino più famoso.

di Alessio Lodes

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