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Richiesta d’aiuto: Persone in difficoltà cercano supporto

Il 10 gennaio 2026, Katajun Amirpur ha pubblicato un articolo sull’Iran, analizzando le speranze nate dalla rivoluzione del 1979 e le dinamiche politiche attuali, con un focus sul ruolo del principe ereditario Reza Pahlavi e le possibili conseguenze di un intervento esterno.

L’articolo esamina le proteste in corso contro il regime della Repubblica Islamica dell’Iran e l’inatteso ritorno dello slogan “Javid Shah” (“Lunga vita allo Shah!”). Si evidenzia come, nonostante la possibile strumentalizzazione da parte di monarchici, l’appello di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, abbia raccolto adesioni anche tra chi non auspica un ritorno alla monarchia, ma lo vede come una figura in grado di mobilitare l’opposizione.

L’autrice sottolinea la difficoltà di valutare il reale sostegno popolare di cui gode il principe ereditario, data la limitata accessibilità all’Iran per giornalisti e ricercatori, aggravata dal rischio di ritorsioni per chi ha legami con l’estero.

Viene evidenziato come le minoranze etniche e linguistiche guardino a Reza Pahlavi con maggiore scetticismo, citando video in cui si levano contestazioni nei suoi confronti in regioni come il Kurdistan e l’Azerbaigian. Questa diffidenza sarebbe legata alla sua presa di distanza dai “separatisti”, termine con cui si riferisce a gruppi curdi e beluci che rivendicano l’autodeterminazione culturale.

Nonostante le diverse posizioni sulla figura di Pahlavi, l’articolo afferma che vi è un diffuso desiderio di cambiamento del sistema, supportato da sondaggi interni al regime e da ricerche condotte da figure un tempo parte del governo. Viene citato l’esempio di Abbas Abdi, ex rivoluzionario, che nel 2002 pubblicò un sondaggio che indicava come il 75% della popolazione fosse favorevole ad una politica di accomodamento verso l’Occidente.

L’elezione di Mohammad Khatami nel 1997 viene presentata come un’ulteriore prova della volontà di riforme, disattese a causa dell’opposizione degli estremisti. Secondo l’autrice, anche negli Stati Uniti, in quel periodo, prevalsero posizioni intransigenti, mancando l’opportunità di un dialogo con Khatami, il che avrebbe potuto evitare l’ascesa di figure come Ahmadinejad.

L’articolo ripercorre la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran, citando il trauma permanente causato dal rovesciamento di Mohammad Mossadegh nel 1953 e il successivo sostegno allo Scià, instaurando un “regno di terrore”.

L’autrice si interroga sull’ironia di un possibile ritorno dello Scià al potere con l’appoggio degli Stati Uniti, sottolineando come la rivoluzione del 1979 fosse animata da sentimenti antimperialisti. Viene criticata la politica di Donald Trump nei confronti dell’Iran, inclusi il divieto d’ingresso imposto a milioni di iraniani e la minaccia di bombardare siti culturali.

Nonostante ciò, si constata come alcuni iraniani auspichino un intervento esterno, anche da parte di Trump, ritenendolo l’unica via per un cambiamento. In questo contesto, l’atteggiamento europeo, considerato troppo cauto, viene visto con cinismo.

L’articolo analizza le critiche rivolte a Reza Pahlavi, accusato di non affrontare i “peccati” del padre e di non offrire un programma politico chiaro. Si sottolinea come la rivoluzione del 1979 non sia avvenuta senza motivo e che sia necessario interrogarsi sulla capacità di Pahlavi e di un eventuale intervento statunitense di raggiungere gli obiettivi di libertà e indipendenza.

Infine, l’autrice riflette sulle ragioni del fallimento della rivoluzione del 1979, attribuendolo anche all’eterogeneità dei gruppi che vi presero parte e alla fiducia riposta in leader che si rivelarono inaffidabili. Conclude con un appello a non ripetere gli errori del passato, garantendo un futuro migliore per le nuove generazioni.

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