SALVINI E IL NUCLEARE SICURO

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Europa Verde: “Sondaggio sul nucleare: votiamo contro Salvini!” Controattacco degli ambientalisti dopo che affaritaliani.it ha promosso un sondaggio sul “nucleare sicuro”.

Europaverde.it passa al controattacco: “Matteo Salvini, non contento di diffondere fake news sul nucleare sui suoi canali social, oggi ha deciso di passare alle testate online, lanciando un sondaggio delirante su Affari Italiani” così recita l’Ufficio comunicazione di Europa Verde – Verdi “mostriamo a Salvini, e a tutti quelli che stanno salendo sull’anacronistico carrozzone del nucleare, che le cittadine e i cittadini italiani hanno già bocciato questa energia costosa e pericolosa”.

“Basta cliccare sul link qui , e votare NO al sondaggio, e poi condividerlo coi tuoi contatti e sui social”.

E in effetti la gente vota dal 9 di gennaio. E più cittadini votano, più diminuisce il consenso al “nucleare sicuro”, a Salvini e Chicco Testa! Ad esempio, quando i votanti erano 4670 il sì era al 46,94% e il no al 53,06%. Quattrocento voti dopo (5087), i sì sono scesi al 44,19% e i no sono saliti al 55,81%.


Il quesito: Salvini ha ragione, sì al nucleare sicuro di ultima generazione; Salvini ha torto, no al nucleare sicuro di ultima generazione.

Perché Salvini insiste a proporre il nucleare “pulito”? Perché è un affare per poche aziende italiane con un giro di miliardi e interessi francesi e americani. L’Italia ha abbandonato il nucleare da tempo, perché antieconomico, pericoloso e perché la volontà popolare è stata espressa in modo chiaro ed inequivocabile più volte!

Le cinque centrali nucleari italiane sono state chiuse per raggiunti limiti d’età, o a seguito dei referendum del 1987. Il dibattito sull’eventuale reintroduzione dell’energia nucleare che si era aperto fra il 2005 ed il 2008, si è chiuso con il referendum abrogativo del 2011, con cui sono state abrogate alcune disposizioni concepite per agevolare l’insediamento delle centrali nucleari.

La sicurezza degli impianti nucleari divenne una preoccupazione crescente negli anni ottanta. Sulla scia dell’incidente di Three Mile Island del 1979, l’inizio dell’esercizio commerciale dell’impianto di Caorso fu posticipato al fine di provvedere ad alcuni aggiornamenti ai sistemi di sicurezza.

Nel 1982 l’impianto di Sessa Aurunca viene fermato per un guasto e, a seguito di valutazioni sull’antieconomicità delle riparazioni, viene spento.

L’incidente di Černobyl’ del 1986 portò a indire in Italia l’anno successivo tre referendum nazionali sul settore elettronucleare. In tale consultazione popolare, circa l’80% dei votanti si espresse a favore delle istanze portate avanti dai promotori. I tre referendum non vietavano in modo esplicito la costruzione di nuove centrali, né imponevano la chiusura di quelle esistenti o in fase di realizzazione, ma si limitavano ad abrogare i cosiddetti “oneri compensativi” spettanti agli enti locali sedi dei siti individuati per la costruzione di nuovi impianti nucleari, nonché la norma che concedeva al CIPE la facoltà di scelta dei siti stessi in presenza di un mancato accordo in tal senso con i comuni interessati, e a impedire all’Enel di partecipare alla costruzione di centrali elettronucleari all’estero.


Dal 1999 tutti i siti di queste centrali sono di proprietà e gestiti da SOGIN e, assieme agli altri complessi nucleari presenti sul territorio italiano, sono in fase di smantellamento e programmati per essere rilasciati all’ambiente senza alcun vincolo radiologico entro il 2025.

Nel periodo di attività antecedente al 1987, le centrali elettronucleari italiane hanno prodotto scorie radioattive che, ad ottobre 2011, si trovano per il 98% negli impianti di ritrattamento di Areva a La Hague in Francia (da dove verranno restituite riprocessate nel 2025) e di BNFL a Sellafield nel Regno Unito (che saranno invece rese nel 2017).

In passato, a causa di un trasudamento, si sono verificati dei rilasci incontrollati di liquidi radioattivi da una “piscina” (oggi completamente svuotata).

La mancata produzione di energia elettrica da fonte nucleare, che nel 1986 ebbe un picco pari al 4,5% del totale, ma che negli anni precedenti si attestava generalmente intorno al 3-4%, fu compensata con l’aumento dell’utilizzo di combustibili fossili, in particolare carbone e gas ma anche petrolio/olio combustibile, e con un ulteriore incremento delle importazioni, passate complessivamente da 23 TWh del 1987 a 31 TWh del 1988, in aggiunta a quello già necessario ogni anno a coprire il generale aumento dei consumi, che nel 1987 era stato del 4,9% e nel 1988 del +5,1%.

Nel tempo poi, l’uso di carbone e petrolio/olio combustibile è stato sempre più abbandonato in favore del gas, attualmente principale fonte fossile utilizzata per la produzione elettrica.


Secondo uno studio dell’ENEA, per gli scaglioni domestici di modesto consumo i costi nel 2006 risultano essere tra i più bassi d’Europa (circa la metà della media continentale per utilizzi inferiori ai 600 kWh) mentre per quelli ad alto assorbimento i valori sono decisamente più cospicui (fino a oltre il 40% sopra la media).

Per i clienti industriali la situazione è sempre quella di una spesa maggiore dell’elettricità rispetto alla media europea, surplus che va da un minimo del 15% circa per usi inferiori ai 50 MWh fino a un massimo del 35% circa per impieghi pari a 10 GWh.

Negli anni successivi a questo rapporto la situazione si è mantenuta sostanzialmente invariata.

Altri osservatori fanno notare che tale discrepanza è costante sia nei confronti dei Paesi europei nuclearizzati che con i restanti altri e che quindi i maggiori costi avrebbero cause diverse come una rete di distribuzione obsoleta, la scarsa concorrenza del mercato elettrico, la pesante tassazione (che, al 1º ottobre 2011, grava sulla “bolletta tipo” per circa il 14,11%) e la presenza di consistenti “oneri generali di sistema”, tra i quali la parte preponderante (pari a circa l’11,65% sempre della “bolletta tipo”) è rappresentata, attraverso la componente A3, dalle incentivazioni alle fonti rinnovabili e assimilate.

In seguito ai referendum del 1987, erano stati sospesi anche gli investimenti dell’Enel nella produzione elettronucleare all’estero.

Tale disposizione però è stata rimossa per legge “Marzano” e così Enel S.p.A. ha potuto acquistare nel febbraio del 2005 il 66% della Slovenské Elektrárne a.s., massima produttrice di elettricità in Slovacchia e seconda dell’Europa centro-orientale con i suoi oltre 7000 MW di potenza installata, di cui 1762 MW generati da quattro reattori nucleari di tipo VVER440 sovietico. L’impresa italiana si è offerta di finanziare la costruzione in Slovacchia di due nuovi reattori (il terzo e il quarto della centrale elettronucleare di Mochovce nel centro del Paese) rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi. La costruzione di questi due reattori (di tipo VVER440 da 391 MW di potenza netta ciascuno) è ripresa ufficialmente l’11 giugno 2009 e utilizzerà un sistema che è un misto di tecnologia russa, francese e tedesca.

Lo shopping nucleare continua imperterrito a favore di pochi beneficiari: nel 2005, Enel S.p.A. ha sottoscritto un accordo con Électricité de France per partecipare allo sviluppo del nucleare di terza generazione avanzata, l’EPR (European Pressurized water Reactor), con un investimento preventivato di 375 milioni di euro (pari al 12,5% della spesa totale) per la costruzione (iniziata il 3 dicembre 2007) di un nuovo reattore da 1650 MW di potenza elettrica lorda nella centrale di Flamanville (nella penisola di Cotentin, sulla costa del canale La Manica in Bassa Normandia). In cambio ha ottenuto la possibilità di mandare propri dipendenti a condurre dei tirocini in loco, acquisendo così le competenze e le risorse umane necessarie per il ritorno al nucleare in Italia. Seguono altri accordi nel 2007 per due miliardi ma l’errore è stato quello di pensare che si sarebbe consumata sempre più energia. Invece a causa della flessione dei consumi, la collaborazione con i francesi va e viene accumulando costi e perdite.

Inoltre, il referendum del giugno 2011 in Italia, che ha impedito lo sviluppo dell’energia nucleare nel Paese, ha ridotto la rilevanza strategica dell’intero accordo di collaborazione con Edf.]

Anche Ansaldo Energia S.p.A., che fa capo a Finmeccanica S.p.A., ha fatto tornare in piena attività una sua controllata al 100%, l’Ansaldo Nucleare S.p.A., che, con un’esperienza di 30 anni nel settore nucleare, il 31 ottobre 2007 ha concluso la costruzione, attraverso una joint venture con la società canadese AECL, del secondo reattore della centrale rumena di Cernavodă ma che comunque non aveva mai interrotto in passato le proprie collaborazioni in Armenia, Ucraina (compresa Černobyl’), Cina e Francia e quelle con altri costruttori per fabbricare e sperimentare componenti innovativi.

Questa società inoltre ha avuto un ruolo pionieristico nello sviluppo di reattori di terza generazione avanzata a “tecnologia passiva” (sistema che evita problemi di raffreddamento dei reattori in seguito a un black out), collaborando fin dalle primissime fasi (2001) con il gruppo Toshiba-Westinghouse Electric Company allo sviluppo del reattore AP1000, ed è attualmente impegnata, fra le altre cose, nella progettazione del recipiente di contenimento della centrale elettronucleare cinese di Sanmen.

A ottobre 2011 si è anche unita alla joint venture fondata nell’agosto 2010 dalle società britanniche Nuvia e Cammell Laird per partecipare alla progettazione e alla costruzione di componenti pesanti per i reattori AP1000 ed EPR delle prossime centrali elettronucleari inglesi.

Il dibattito politico si è riaperto dopo l’impennata dei prezzi di gas naturale e petrolio negli anni tra il 2005 e il 2008 e ha condotto alla decisione del Governo Berlusconi IV di ripristinare in Italia una capacità nucleare a fini di elettro-generazione.

È stato rilevato che vi sono state anche pressioni internazionali da parte di Francia e Stati Uniti per vendere impianti nucleari all’Italia.

Il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola propose di costruire dieci reattori con l’obiettivo di arrivare a una produzione di energia elettrica da nucleare in Italia pari al 25% del totale, la qual cosa, associata all’aumento fino al 25% di quella fornita da fonti rinnovabili, porterebbe conseguentemente a un ridimensionamento al 50% di quella di origine fossile.

Lo scopo dichiarato di questa politica era di tagliare le emissioni di gas serra, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e abbassare il costo dell’energia elettrica all’utente finale, anche se soprattutto quest’ultimo punto non è provato.

Enel S.p.A. ha dichiarato nel 2009 che non avrebbe chiesto incentivi o sussidi allo Stato ma che, per poter rassicurare gli investitori che anticiperanno i capitali necessari, sarebbe stata necessaria “una soglia minima garantita” nelle tariffe di vendita dell’energia elettrica analoga quindi ai prezzi incentivati cosiddetti CIP6 pagati nelle bollette.

Il braccio di ferro tra il Governo che vuole tornare al nucleare e le Regioni che sono contrarie, si inasprisce. Si pronuncia anche la Corte Costituzionale che corregge il Governo ma non lo scontenta rispetto alle Regioni che impugnano la legge 23 luglio 2009, n. 99 (nella sua parte che conferisce al Governo la delega per la riapertura degli impianti nucleari in territorio nazionale) in quanto da loro ritenuta incostituzionale, ricorso poi rigettato dalla Consulta il 24 giugno 2010.

Tre di queste Regioni (Emilia-Romagna, Puglia e Toscana) hanno anche fatto istanza per illegittimità costituzionale contro vari punti del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31. Con la sentenza numero 33/2011 la Corte Costituzionale si è espressa in merito ai ricorsi, giudicando che prima di costruire un impianto nucleare è obbligatorio chiedere alla Regione che dovrà ospitarlo il suo parere, che non sarà però vincolante.

Parallelamente agli interventi legislativi, il 24 febbraio 2009 il Governo italiano ha siglato con quello francese un accordo di collaborazione industriale sul nucleare civile.

Il braccio operativo dell’accordo è costituito dall’intesa tra Enel S.p.A. ed Électricité de France che il 3 agosto 2009 hanno dato vita alla joint venture Sviluppo Nucleare Italia S.r.l., con una compartecipazione paritaria al 50%, allo scopo di redigere gli studi di fattibilità per la costruzione in Italia di almeno quattro reattori nucleari di terza generazione entro il 2020.

Nel 2011 ENEL ha acquistato il 50% che EDF deteneva in Sviluppo Nucleare Italia che ora è controllata al 100% da ENEL Ingegneria e Innovazione S.p.A. L’azienda ha avuto nei suoi due anni di attività 43 milioni di euro di perdite, perdite più contenute per ENEL che per EDF in quanto SNI ha affidato buona parte degli studi e delle valutazioni a società del gruppo ENEL: la compagnia da ora in poi fornirà servizi di ingegneria e operation collegati alla tecnologia Epr.

Il 30 settembre 2009 il Governo italiano ha firmato un’intesa simile anche con l’amministrazione Obama, che verte sulla collaborazione tra la Westinghouse e Ansaldo Nucleare (del gruppo Finmeccanica).

Il 15 e il 16 maggio 2011 la Regione Sardegna ha tenuto un referendum regionale consultivo proposto da Sardigna Natzione Indipendentzia, sull’eventuale costruzione di impianti nucleari nell’isola, con il Decreto n. 1 del 30 gennaio 2011. Il quesito referendario, più breve del testo del successivo referendum nazionale, recitava semplicemente: «Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?», coinvolgendo dunque anche i depositi di scorie, a differenza di quello nazionale, che si sarebbe limitato alle centrali per la produzione di elettricità a scopo commerciale. La consultazione, sostenuta dall’abbinamento alle elezioni amministrative voluto dalla Giunta Cappellacci, ha visto una partecipazione del 59,49% del corpo elettorale e una vittoria dei “Sì” con una percentuale di oltre il 97%. Tale referendum ha avuto solo valore consultivo, non impegnando né il governo regionale né quello nazionale, servendo comunque come messaggio politico, date le dimensioni della partecipazione popolare e l’esito della consultazione.

L’Italia dei Valori il 9 aprile 2010 presenta una proposta di referendum sul nuovo programma elettronucleare italiano. Dopo aver ricevuto il via libera dalla Corte Suprema di Cassazione il 7 dicembre 2010, il quesito referendario viene dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale il 12 gennaio 2011. Ad inizio marzo 2011, viene proposta come data per lo svolgimento del referendum il 12 giugno e 13 giugno 2011, nell’ambito dei referendum abrogativi del 2011.

A seguito dell’incidente di Fukushima Daiichi dell’11 marzo 2011, il Consiglio del ministri, con un decreto legge che sospende gli effetti del D.Lgs. n. 31/2010 sulla localizzazione dei siti nucleari, stabilisce una moratoria di 12 mesi del programma nucleare italiano. La moratoria non riguarda l’Agenzia per la sicurezza nucleare, né il deposito di scorie. La Corte di Cassazione il 1º giugno decide di confermare la consultazione, formulando però il quesito sulla nuova normativa contenuta nel decreto Omnibus, e non sul testo originale su cui erano state raccolte le firme l’anno precedente, in particolare sul comma 1 e 8 dell’articolo 5. Si tratta dei commi che danno mandato al governo, pur annullando la costruzione delle nuove centrali, di attuare successivamente il programma di energia nucleare in base alle risultanze di una verifica condotta sia dall’agenzia italiana che dall’Unione europea sulla sicurezza degli impianti.

Svoltosi regolarmente il referendum, all’esito il quesito viene validamente approvato con un quorum di circa il 54% di votanti e una maggioranza di oltre il 94%. Le norme inerenti al nucleare del cosiddetto decreto Omnibus vengono quindi abrogate, determinando la chiusura del nuovo programma nucleare.

A favore del nucleare c’è il Forum Nucleare Italiano, associazione non a scopo di lucro volta a contribuire, promuovendo il dialogo tra tutti gli attori coinvolti, alla ripresa del dibattito pubblico sullo sviluppo dell’energia nucleare in Italia, il primo presidente è Chicco Testa. Ne sono soci fondatori diciannove tra aziende, associazioni d’impresa, sindacati e società di consulenza i cui campi di attività e ricerca riguardano lo sviluppo dell’energia nucleare per uso pacifico (Alstom Power, Ansaldo Nucleare, Areva, Confindustria, E.ON Italia, EDF, Edison, Enel, Federprogetti, FLAEI-CISL, GDF Suez, SOGIN, StratinvestRu Energy, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, UILCEM e Westinghouse) mentre ne sono attualmente soci onorari cinque università italiane. Il budget del Forum Nucleare Italiano per il secondo semestre 2010 è stato di sette milioni di euro e la sua prima campagna pubblicitaria è stata curata dalla Hill & Knowlton.

La campagna è stata giudicata non conforme all’art.2 (cioè Comunicazione commerciale ingannevole) del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale con sentenza n. 12/2011 del 18/2/2011 dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, che ne ha così ordinato la cessazione. Il Forum Nucleare Italiano ha in seguito pubblicato una nuova versione dello spot, in cui è stata modificata la scena finale.

Le motivazioni anti-nucleari sono molteplici:

  1. Il territorio italiano è in gran parte a rischio sismico elevato e molte coste sono a rischio sommersione.
  2. I problemi che si hanno anche con i normali rifiuti solidi urbani non fanno ben sperare riguardo alla gestione delle scorie nucleari, anche considerato che quelle delle vecchie centrali non hanno ancora trovato collocazione definitiva e sicura dopo un quarto di secolo dalla chiusura degli impianti.
  3. Gli intrecci fra affari, politica e criminalità organizzata non danno alcuna garanzia di una corretta gestione sia dei costi che della sicurezza.
  4. L’Italia non ha sufficienti risorse di uranio, per cui dipenderebbe sempre e comunque dall’estero, oltretutto in regime pressoché monopolistico.
  5. Il nucleare a fissione come oggi concepito ha un orizzonte di vita di pochissimi decenni: riavviare ora il settore partendo da zero non ha alcun senso programmatico tecnico o economico.
  6. Non è affatto dimostrato che si avrebbero miglioramenti di costi in bolletta, in quanto essi sono in parte dovuti ad altri fattori (59% del costo dipende dalla produzione).
  7. Più in generale, a livello mondiale, gli oppositori dell’uso dell’energia nucleare la considerano pericolosa ed inefficace. Coloro che si oppongono al nucleare hanno sollevato molti problemi correlati:
  8. Incidenti nucleari: la preoccupazione che il nucleo di un impianto di produzione nucleare possa surriscaldarsi e fondersi, rilasciando radioattività.
  9. Smaltimento delle scorie radioattive: la preoccupazione che il nucleare produca un gran numero di rifiuti tossici, alcuni dei quali rimangono pericolosi per un lungo periodo.
  10. Proliferazione nucleare: la preoccupazione che le tecnologie e le competenze necessarie a produrre energia nucleare possano essere velocemente convertite per produrre armi atomiche. (cosa che non dispiaceva al ministro della Difesa La Russa.
  11. Alto costo: la preoccupazione sul costo degli impianti di produzione nucleare.
  12. Terrorismo nucleare: la preoccupazione che gli impianti nucleari possano essere bersaglio di terroristi e criminali.
  13. Restrizione delle libertà civili: la preoccupazione che il rischio di incidenti nucleari, la proliferazione e il terrorismo possano essere usati per giustificare limitazioni imposte ai diritti civili.
  14. Produzioni alimentari, biologico e turismo sono attività che rischiano di fallire in prossimità delle centrali nucleari.

Di queste preoccupazioni, gli incidenti nucleari e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi hanno probabilmente il più grande impatto sull’opinione pubblica mondiale.

L’Italia non è un paese produttore di uranio benché indagini del passato abbiano rilevato la presenza di minerali uraniferi in alcune aree dell’arco alpino ma in un rapporto talmente scarso da alimentare un reattore per circa dieci anni, un sesto della sua vita. Quindi il minerale andrebbe poi arricchito in un’altra nazione!

Intanto il sondaggio… 5307 voti raccolti: sì 43,45; NO 56,55%

Votate anche voi, prima che lo facciano sparire! Chissà se il segretario leghista ha compreso il messaggio.

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