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UE: Altri fondi alla Libia contro criminalità.

Il governo italiano, con il sostegno finanziario della Commissione Europea, è al centro di un’indagine giornalistica che rivela la costruzione di un centro di coordinamento del salvataggio marittimo (RCC) nella Libia orientale, precisamente a Bengasi, area controllata dal generale Khalifa Haftar. La notizia, riportata da un quotidiano tedesco, solleva interrogativi sulla cooperazione con paesi considerati non sicuri per i migranti e per le Nazioni Unite.

Secondo l’inchiesta del giornalista tedesco Matthias Monroy, pubblicata sul Neues Deutschland, l’iniziativa mira a replicare a Bengasi quanto già implementato a Tripoli dal 2017. Il Mediterranean Rescue Group, un’organizzazione privata di salvataggio marittimo, denuncia il progetto come una “sala operativa per coordinare le operazioni della cosiddetta guardia costiera libica” con l’obiettivo di intercettare i migranti in mare.

Esperti considerano tale operazione una politica di “ritiro”, una strategia alternativa a seguito delle accuse di respingimento nel caso Hirsi Jamaa et al., implementando un respingimento indiretto che, secondo le organizzazioni per i diritti dei migranti, causerebbe “la deportazione di decine di migliaia di persone in Libia in violazione dei loro diritti umani fondamentali”.

Anche Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, collabora con il centro di coordinamento di Tripoli nelle operazioni di pattugliamento aereo, nonostante numerosi rapporti internazionali che denunciano le condizioni inumane e degradanti in Libia. La missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sulla Libia ha rilevato “motivi sufficienti per ritenere che i migranti in tutta la Libia siano vittime di crimini contro l’umanità”.

Il Mediterranean Rescue Group definisce l’operazione come “una nuova operazione per normalizzare la cooperazione con le milizie criminali in Libia”, Paese che, secondo il gruppo, “non potrà mai essere considerato un porto sicuro”. La presidente del Mediterraneo, Laura Marmolare, solleva dubbi sulla legalità dell’utilizzo di ingenti risorse pubbliche.

L’indagine del quotidiano tedesco rivela che la costruzione del nuovo centro è sostenuta dalla Missione militare europea Irini e finanziata inizialmente con 3 milioni di euro dall’European Peace Facility, un fondo Ue destinato alle spese militari e di sicurezza.

Il quotidiano Mediterraneo riporta che “l’Italia sosterrà anche la maggior parte dei costi operativi e infrastrutturali, compresa la costruzione della torre radar di Tobruk e la fornitura di tecnologia di sorveglianza marittima”.

I nuovi Centri di coordinamento di salvataggio (RCC) dovrebbero essere costruiti in aree controllate da “istituzioni militari accusate di crimini di guerra, tortura e violenza organizzata” contro migranti e richiedenti asilo. Mediterranea cita, tra queste organizzazioni, le Brigate Tarek Ben Zayed, guidate dal figlio del generale Saddam Haftar.

L’organizzazione sottolinea che i miliziani hanno sparato su un barcone pieno di migranti il 12 ottobre dello scorso anno, “ferendo gravemente tre persone che successivamente sono sbarcate in Italia”.

La cooperazione tra le istituzioni italiane e il governo della Libia orientale non è nuova: Saddam Haftar, “già noto criminale di guerra e trafficante”, è stato ricevuto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a Roma l’11 giugno dello scorso anno.

Il progetto di costruzione di un nuovo centro di coordinamento dei soccorsi nel Mediterraneo centrale avviene in un contesto di aumento dei flussi migratori dalla Libia, con un incremento del 50% rispetto al 2024, secondo i dati Frontex. In particolare, i flussi dalla Cirenaica verso Creta sono aumentati del 280%.

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