María Corina Machado, soprannominata “Donna d’Acciaio”, è stata insignita del premio Nobel per la pace per il suo instancabile impegno nella lotta per la democrazia in Venezuela contro il regime di Nicolás Maduro. Nonostante le difficoltà e le persecuzioni, Machado ha scelto di rimanere nel suo paese e di battersi per un futuro più libero.
Un percorso di impegno civile
Nata a Caracas nel 1967, María Corina Machado proviene da una famiglia benestante. Si è laureata in ingegneria industriale presso l’Università Cattolica Andres Bello e ha conseguito un master in finanza. Dopo un periodo di lavoro nel settore automobilistico in Spagna, è tornata in Venezuela. Nel 1992, ha fondato la Fondazione Atenea, un’organizzazione dedicata all’aiuto dei bambini di strada di Caracas. Questo segna l’inizio del suo impegno attivo nella società civile venezuelana.
Nel 2002, in risposta alle crescenti tendenze autoritarie del presidente Hugo Chávez, Machado ha co-fondato l’associazione di volontariato Súmate. Questa iniziativa mirava a promuovere la partecipazione civica e a difendere i principi democratici. Súmate ha svolto un ruolo cruciale nel promuovere un referendum per rimuovere Chávez nel 2004, un’azione che ha portato Machado a diventare un bersaglio del regime.
Nel febbraio 2010, Machado si è dimessa da Súmate e si è candidata al Congresso con il sostegno di una piattaforma indipendente. La sua vittoria, con l’85% dei voti, è stata un risultato significativo che ha dimostrato il suo forte sostegno popolare. Ha dichiarato di voler lavorare con energia e passione per proteggere il diritto di pensare liberamente e di vivere senza paura.
La lotta contro Maduro e l’ostruzione politica
Nel 2012, Machado ha fondato il partito Vente Venezuela, un partito liberale, centrista e anticomunista. Con la morte di Chávez e l’ascesa al potere di Nicolás Maduro, la situazione politica in Venezuela si è ulteriormente deteriorata.
Nel marzo 2014, è stata estromessa dalla Camera dei Rappresentanti con l’accusa di aver violato la Costituzione accettando un incarico presso l’Organizzazione degli Stati Americani. Nel 2015, le è stato interdetto dai pubblici uffici per un anno, un chiaro tentativo di ostacolare la sua attività politica. Nonostante questi ostacoli, Machado ha continuato a lottare contro il regime di Maduro, guadagnandosi il soprannome di “Dama de Acero”.
“Non potevo restare a casa e guardare il mio paese andare in pezzi.”
Nel 2018, la BBC l’ha inclusa nella lista delle 100 donne più potenti del mondo, riconoscendo il suo ruolo di spicco nella lotta per la democrazia. Machado ha rifiutato di lasciare il Venezuela, nonostante la persecuzione dei suoi oppositori politici e la fuga di milioni di persone dal paese. Ha lavorato per unire il movimento di opposizione contro Maduro, superando le divisioni interne e creando un fronte comune.
Il Premio Nobel e il futuro del Venezuela
Nell’ottobre 2023, Machado ha vinto le primarie dell’opposizione per le elezioni presidenziali, diventando ufficialmente la sfidante del presidente Maduro. Tuttavia, nel gennaio 2024, la Corte Suprema l’ha accusata di corruzione e le ha vietato di candidarsi alle elezioni per 15 anni. Questa decisione l’ha costretta ad abbandonare la sua candidatura e l’opposizione ha dovuto ricorrere a Edmundo González Urrutia come candidato sostitutivo.
Sebbene Maduro sia stato rieletto presidente, i risultati sono stati contestati dall’opposizione e la comunità internazionale non li ha riconosciuti. Nonostante le difficoltà e le battute d’arresto, Machado è rimasta in Venezuela e ha continuato la sua lotta. Il comitato per il Nobel ha lodato Machado per essere rimasta e aver continuato la sua lotta come “campionessa coraggiosa e devota della pace”.
Il suo impegno rimane un faro di speranza per il futuro della democrazia in Venezuela, un paese che ha bisogno di leader coraggiosi e determinati come lei. La sua resilienza ispira molti a continuare la lotta per un Venezuela libero e democratico.
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