Secoli di lotta contro le malattie dell’uva hanno portato a nuove soluzioni sostenibili: le viti Piwi. Questi ibridi, risultato dell’incrocio tra Vitis vinifera e altre varietà, si distinguono per la loro elevata resistenza alle malattie fungine.
La vite Piwi, il cui acronimo sta per Pilzwiderstandsfähig (resistente ai funghi in tedesco), rappresenta una risposta all’esigenza di ridurre l’utilizzo di trattamenti fitosanitari nei vigneti. Le malattie fungine, come la peronospora e l’oidio, hanno rappresentato una sfida significativa per i viticoltori europei a partire dal XIX secolo.
Inizialmente, la risposta a queste minacce fu trovata nella chimica, con lo sviluppo di fertilizzanti, erbicidi e pesticidi. Tuttavia, a partire dagli anni ’70, si è fatta strada una nuova visione, orientata verso l’agricoltura biologica e biodinamica, con un ritorno all’utilizzo di zolfo, rame e altri ingredienti naturali.
Le viti Piwi rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Sono ottenute incrociando la Vitis vinifera con varietà asiatiche o americane resistenti alle malattie fungine. Questo permette di ridurre significativamente, o addirittura eliminare, la necessità di trattamenti in vigneto.
È importante sottolineare che le viti Piwi non sono OGM, ma il risultato di incroci e selezioni. I primi ibridi risalgono all’epoca della fillossera, ma producevano vini di scarsa qualità. Le attuali varietà Piwi sono il frutto di un lungo lavoro di ricerca, con incroci ripetuti fino a raggiungere un patrimonio genetico composto per il 95-99% da Vitis Vinifera.
L’assenza di trattamenti non solo riduce l’impatto ambientale, ma consente anche di risparmiare energia, migliorando la qualità e la fertilità del suolo, evitando il compattamento dovuto al passaggio di macchinari pesanti. Le viti Piwi, quindi, risultano più economiche da gestire e possono essere coltivate anche in aree densamente popolate senza rischi di inquinamento.
La qualità del vino prodotto con uve Piwi è spesso oggetto di dibattito. Si tratta di un vitigno giovane, ancora da scoprire dal punto di vista agronomico ed enologico. Nonostante ciò, esistono già ottimi vini Piwi capaci di offrire un’esperienza di degustazione nuova e unica.
Per ragioni storiche, la coltivazione di uve Piwi è particolarmente diffusa in Germania. In Italia, si concentra soprattutto in Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Abruzzo, Emilia-Romagna e Marche. Attualmente, nel Registro nazionale italiano sono iscritte 36 varietà Piwi adatte alla vinificazione, suddivise equamente tra bacca bianca e bacca rossa.
La viticoltura Piwi rappresenta ancora una piccola quota del panorama vitivinicolo italiano, coprendo circa 3.600 ettari (lo 0,5% dei vigneti), ma è in rapida crescita. Le viti Piwi rispondono alla crescente domanda di sostenibilità e si adattano bene al ripristino di vigneti in aree difficili, rivelandosi interessanti anche in considerazione dei cambiamenti climatici.
Nel prossimo futuro, le viti Piwi potrebbero affiancarsi in modo più significativo alla Vitis vinifera, entrando a far parte anche delle categorie DOC o DOCG, come già avviene in Germania. La loro storia è appena iniziata.
Il futuro del vino è Piwi, la resistenza è sexy
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