VISITA AL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Un polo attrattivo mondiale con quarantamila reperti. Vincenzo Di Dino e Antonello Altamura in giro tra mummie e sarcofagi.

In una recente visita con il direttore di www.LaTestata.it è emersa la necessità di comunicare l’esperienza unica, data la vista di tali tesori: statue, corredi funerari, mummie, papiri, gioielli, sarcofagi e amuleti magici. Da qui la voglia di continuare ad indagare il legame tra la città sabauda e il mondo egizio; vero, presunto, leggendario ma indiscutibilmente fatto di legami culturali indistruttibili creatisi nell’antichità e mai estinti. 

Bisogna sapere che gli egiziani chiamavano il sarcofago “neb ankh” ossia possessore di vita, elemento indispensabile a proteggere le spoglie mortali per la vita eterna. La copertura rappresentava il cielo, inoltre il fondale simboleggiava semplicemente la terra e i lati indicavano i quattro punti cardinali.

Il defunto rimaneva con la testa a nord, il volto rivolto verso oriente ove il sole nasceva, gli occhi che erano disegnati, sul sarcofago, due “udjat” erano per guardare all’esterno, il ponte col mondo reale. Il sarcofago era, come madre della rinascita, identificato nella dea Nut.

La leggenda narra che dove ora sorge Torino giunse intorno al 1500 a.C. un principe egizio di nome Eridano. Questo fondò un centro abitato, introdusse il culto del dio toro Api e morì poi annegato nel fiume Po mentre partecipava a una corsa di quadrighe. L’origine “artificiale” della leggenda fu totalmente costruita attraverso gli scritti di Filiberto Pingone ed Emanuele Thesauroè raccontata da Giuseppe Ardito.
La storia della città è però davvero curiosamente legata all’antico Egitto, come viene fatto notare da Alessandro Bongioanni e Riccardo Grazzi nel loro Torino, l’Egitto e l’Oriente fra Storia e Leggenda (L’Angolo Manzoni, 1984), e in particolare con l’adorazione di Iside. 

Nel 1567 prima, dunque, del lavoro di Pingone, venne ritrovata a Torino un’iscrizione in marmo con una dedica alla dea Iside. Questo ha fatto sorgere l’ipotesi che in passato esistesse un antico tempio iseo in città, localizzato forse dove ora sorge la chiesa della Gran Madre, presso il punto del fiume in cui sarebbe annegato Fetonte. Molti culti di stampo egizio si diffusero ampiamente in Italia in epoca romana, trasportate dai militari attraverso le campagne in Oriente, dai mercanti e favoriti dal sincretismo religioso romano. Monteu da Po, mostra i reperti di un antichissimo santuario dedicato alla dea Iside eretto nel I-II sec. d.C. Torino esisteva da circa un secolo per volere di Giulio Cesare nel 58 a.C. come accampamento militare durante la campagna di Gallia. Ottaviano Augusto, che intorno al 28 a.C., fondò la colonia di Julia Augusta Taurinorum, il cui impianto ricorda una scacchiera (nel centro storico) la collezione del Museo Egizio reperto collegato al culto di Iside, la cosiddetta Mensa Isiaca. 

Nel 1824 il re Carlo Felice di Savoia fondò il Museo delle Antichità Egizie di Torino, il celeberrimo Museo Egizio, acquisendo una collezione di ben 5.628 reperti riuniti da Bernardino Drovetti, console di Francia in trasferta per l’occupazione in Egitto. Il direttore di www.LaTestata.it, Vincenzo Di Dino, ha omaggiato, con la sua visita, statue, corredi funerari, mummie, papiri, gioielli, sarcofagi e amuleti magici. Il museo ha la prerogativa e voglia di continuare ad indagare il legame tra la città sabauda e il mondo egizio vero, presunto, leggendario, ma fatto di legami culturali indistruttibili creatisi nell’antichità e mai estinti.

All’interno di un palazzo storico nel cuore della misteriosa Torino si dipana l’ancor più  misterioso mondo egizio, ma mai completamente i lunghi occhi delle iconografie e dei papiri ci rimangono incollati pieni di fascino e dubbi esistenziali. 

Nelle visite a questo incredibile Museo si rimane allibiti davanti alle statue delle dee Iside e Sekhmet e quella di Ramesse II, o il Papiro delle miniere d’oro, la mappa delle miniere della zona nel nord-est del Sudan.

Ci si imbatte poi nella tomba intatta di Kha e Merit, risalente alla XVIII dinastia in cui furono sepolti l’architetto Kha e sua moglie Merit con il corredo funerario e che fu ritrovata dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, faraone della III dinastia egiziana.

Il Tempio Rupestre di Ellesija, fatto erigere dal Faraone Thutmose III e donato dall’Egitto all’Italia dopo che nel 1965 il Museo Egizio di Torino lo salvò dal pericolo di essere sommerso dal lago Nasser. Lo Stato italiano donò quindi poi il Tempio al museo. 

Ricordiamo che per gli egizi Anubi è la divinità legata al regno dei morti. Ha il corpo di uomo e la testa di sciacallo, ed è considerato protettore delle necropoli e dei cimiteri, della mummificazione e in generale dell’aldilà. 

Il fascino dell’Egitto è una raccolta del 1933 di articoli scritti da Marinetti dopo il suo viaggio in Egitto nel 1930 e usciti fra il 1930 e il 1931 sulla «Gazzetta del Popolo».

L’Egitto è la terra natale del poeta, vi nacque il 22 dicembre 1876, i sapori e i misteri del Cairo ammantano gli scritti del la “caffeina” del Futurismo. 

Tra il 1903 e il 1937 gli scavi archeologici condotti in Egitto da Ernesto Schiaparelli e poi da Giulio Farina portarono a Torino circa 30.000 reperti. Il Museo ebbe una prima risistemazione delle sale nel 1908 e una seconda, più importante, nel 1924, con la visita ufficiale del Re. A tal proposito, per sopperire alla mancanza di spazio, Schiaparelli ristrutturò la nuova ala del Museo (chiamata poi “ala Schiaparelli”), nella quale espose reperti provenienti da Assiut e Gebelein

Bernardino Drovetti decise di vendere la sua collezione di circa 8.000 pezzi di antichità egizie per rientrare delle ingenti spese sostenute durante le sue ricerche archeologiche. Carlo Felice di Savoia, acquistò la raccolta per istituire un museo a Torino, il 24 marzo 1823.

Carlo Vidua, fu mezzano nella trattativa tra Drovetti e lo Stato sabaudo. Tra i motivi, il Vidua elencava: la necessità, per il Piemonte, di stilizzarsi dal punto di vista culturale; il turismo sarebbe stato attirato dalla collezione di Drovetti ma sussisteva il rischio che la raccolta venisse venduta alla Francia; Drovetti era originario di Barbania vicino a Torino, e voleva fortemente che la sua collezione trovasse la sua collocazione in Piemonte.

Il trasporto via terra della collezione, su carri militari, toccò le città di Genova e Livorno) e solo dopo di Torino.

Rimane mitologico il trasporto della collezione Drovetti che presentò molte criticità legate ai tempi e alla condizione delle strade di comunicazione. Giulio Cordero di San Quintino, fu uno dei responsabili del trasferimento della collezione.

La collezione di Drovetti suscitò subito grande interesse da parte di molti appassionati di egittologia, tra cui Jean François Champollion, egittologo e archeologo francese. Egli, grazie alle sue conoscenze del copto, nel 1822 decifrò per primo i geroglifici e tradusse la Stele di Rosetta, contribuendo così in maniera determinante alla comprensione della storia dell’antico Egitto e della sua civiltà.

Champollion, che fu a Torino per nove mesi a partire dal giugno del 1824 espresse le sue idee sulla conservazione e disposizione dei manufatti e chiese di essere accolto dal nuovo Museo in veste di studioso.

Nell’antico Egitto la presenza divina era fortemente percepita e riguardava ogni aspetto dell’esistenza umana: dei e dee potevano rappresentare i fenomeni naturali e quelli sociali e potevano cambiare di volta in volta i loro nomi e attributi.

Le piene del Nilo, l’esito di una guerra o di un raccolto abbondante e molte altre attività dipendevano dall’umore degli dei e per chi viveva nelle terre dei faraoni era fondamentale saper riconoscere il loro mutevole aspetto e il loro smisurato potere.

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2024-06-04

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