Ecco il sito da consultare: Si vota a marzo. www.referendumgiustizia2026.it
Sono già state raccolte in un solo mese ben 542.982 firme, più delle 500 mila firme richieste ma si può ancora firmare entro la fine del mese. La legge costituzionale “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”oggetto della richiesta di referendum confermativo concerne la modifica degli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1, della Costituzione.
Le norme della Costituzione modificata prevedono, in sintesi:
A) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri; B) l’estrazione a sorte dei loro componenti;
C) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari.
Il quesito recita: Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?
Le statistiche sulle firme si possono trovare qui
Le regioni che hanno contributo maggiormente alla raccolta firme sono state Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna che si attestano su una doppia cifra percentuale e centottantamila firme complessive. Molise, Val d’Aosta e Basilicata i fanalini di coda con percentuali inferiori all’1% ma possono recuperare nei pochi giorni rimasti.

Il governo Meloni ha programmato il referendum per domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 scontentando le opposizioni che chiedevano più tempo e l’accorpamento con elezioni amministrative. Questo poco tempo a disposizione vede un vantaggio momentaneo dei sì sui no per 55 a 45%.
Il NO, per poter bocciare la modifica costituzionale, dovrà recuperare terreno e sperare in una buona affluenza anche se non c’è quorum. Quindi basterà un NO in più per eliminare la legge Nordio, dal nome del ministro.
La data decisa dal governo Meloni però potrebbe slittare se il TAR Lazio il 27 gennaio accoglierà il ricorso presentato da un comitato per il NO.
Il comitato per il No che ha raccolto le firme per chiedere un quesito alternativo sulla riforma che contiene la separazione delle carriere ha raggiunto il traguardo in anticipo. Il comitato aveva tempo fino a venerdì 30 gennaio, perché la Costituzione concede tre mesi di tempo dalla pubblicazione del testo della riforma in Gazzetta Ufficiale per provvedere alla raccolta delle firme necessarie alla presentazione di un quesito.
Gli scenari sono diversi, dalla conferma della data allo slittamento a metà aprile (dopo Pasqua).
Il non rispetto della prassi consolidata da parte del governo Meloni è stata interpretata come un tentativo di comprimere lo spazio di partecipazione popolare e accorciare la campagna referendaria.
Per quale motivo? Forse per paura che vincano le ragioni del NO! Cosa si contesta a questa riforma? Che non è una vera riforma della Giustizia perché non migliora il servizio ai cittadini.
La riforma non riduce i tempi dei processi (tra i più lunghi in Europa), non aumenta il personale amministrativo e giudiziario, non regolarizza i precari, non rafforza le garanzie, non assicura la rieducazione del condannato né la certezza della pena.
E anche la tanto sbandierata separazione tra Pubblici ministeri e giudici, esiste già dal 2022 con la riforma Cartabia, ma solo l’1% dei magistrati passa da una funzione all’altra.
La Legge Nordio stravolge la Costituzione e mette a rischio l’autonomia della magistratura, compromettendo l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Con un obiettivo preciso, sostengono i Comitati del NO: sottoporre la magistratura al condizionamento del governo e indebolire i controlli su chi esercita il potere. La legge Nordio, con Autonomia differenziata e Premierato, è parte di un disegno più ampio di profondo e radicale cambiamento della nostra Repubblica democratica. Il risultato è una Giustizia dura con i deboli e indulgente con i potenti. L’autonomia della magistratura non è un privilegio, ma una garanzia di uguaglianza per tutti.
Il rischio è di scivolare verso uno stato autoritario, un po’ come gli USA con Trump.
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