Direttore: Vincenzo Di Dino
Editore: Cristian Mameli

Professione tiflologo

... di: Michele Di Dino* | Fonte: Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS 13.08.2020 | 154 | Tempo di lettura 18'

Genitore: "Buongiorno, sono il papà di X, ho avuto il suo numero di telefono dalla maestra. Mi è stato riferito che lei sarebbe disponibile a incontrare mio figlio e le insegnanti a scuola per una consulenza che potrebbe essergli d'aiuto. Mio figlio è già seguito dall'oculista e non ho capito in che cosa consisterebbe il suo intervento e che utilità potrebbe avere per lui".
Io: "Buongiorno, mi presento, sono Michele Di Dino, il Responsabile del Centro di Consulenza Tiflodidattica di Cagliari e mi è stata segnalata la presenza di suo figlio nella scuola dell'Infanzia Y dall'Ufficio Scolastico Provinciale. Il Centro supporta l'inclusione scolastica e sociale dei ragazzi disabili visivi attraverso un'attività di consulenza offerta a titolo gratuito su tutto il territorio della regione Sardegna.
Io non sono un oculista, sono un tiflologo, ossia un esperto nelle problematiche delle persone cieche e ipovedenti. Per poter capire le necessità di suo figlio in relazione alla disabilità visiva avrei necessità di leggere un certificato oculistico per conoscere la patologia che è causa dell'ipovisione e il residuo visivo; di vederlo a scuola, in classe, in giardino, a mensa, durante le attività scolastiche e ludiche, di parlare con le insegnanti e con voi genitori che conoscete il bambino meglio di tutti per potervi chiedere ulteriori informazioni. In questo modo potrò provare a darvi suggerimenti sugli strumenti e le metodologie da utilizzare con X".
Genitore: "Capisco, ma io prima di autorizzarla a recarsi a scuola preferisco conoscerla e parlare con lei".
Io: "Certamente, la aspetto qui al Centro, così oltre a conoscerci avrò la possibilità di mostrarle alcuni sussidi tiflodidattici che potrebbero essere utili a suo figlio durante il suo percorso scolastico".
Dopo esserci conosciuti, il papà di X mi consentì di recarmi a scuola per la prima consulenza. Da allora il rapporto non si è mai interrotto, anzi, il tenore delle successive telefonate è sempre stato il seguente:
Genitore: "Michele, ci sarà una riunione a scuola, tu devi esserci! Se non potessi venire chiederò che la rinviino ad altra data".
Voi che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui penserete: "Che modo strano di iniziare un articolo, con la descrizione di una telefonata. Chissà dove vuole arrivare?".
Il titolo non tragga in inganno. Non è mia intenzione scrivere un articolo su un argomento già trattato da tanti altri prima di me e cioè su chi sia il tiflologo, cosa faccia, quali competenze debba avere.
Sfiorerò necessariamente anche questi argomenti ma vorrei dare un taglio pratico al pezzo e provare a trasferirvi le emozioni, le preoccupazioni, le responsabilità, le difficoltà, le soddisfazioni che vivo svolgendo il mio lavoro.
Ho iniziato col raccontare una telefonata del papà di un nuovo utente perché non si pensi che i genitori siano pienamente consapevoli del ruolo del tiflologo né tutti da subito disposti a dare piena fiducia a uno "sconosciuto". Talvolta si percepisce un'iniziale diffidenza da parte loro e da parte degli insegnanti.
È un lavoro delicato, che si fonda su rapporti umani, con genitori che soffrono perché i loro figli non vedono o vedono poco. E quasi sempre non erano preparati a un evento simile, che sia avvenuto alla nascita o successivamente. Talvolta questi figli non sono colpiti solo nel senso della vista ma vivono una pluridisabilità più o meno importante. Oppure lottano contro patologie gravi o incurabili. O sono affetti da malattie rare delle quali la comunità scientifica sa pochissimo.
Cosa cercano quando parlano con me, quando mi raccontano la storia dolorosa del loro bambino? Cosa si aspettano da me?
Anzitutto percepisco che si sentono accolti quando finalmente si rendono conto di aver trovato qualcuno, competente, che li ascolta e li capisce; ascolta la loro sofferenza, capisce le loro difficoltà, non si meraviglia dei comportamenti, delle abilità, delle inabilità e delle problematiche dei loro figlioli.
Si sentono capiti. E talvolta non si sentono accolti e capiti neanche dai familiari più stretti, dai medici e dagli oculisti.
Spesso mi relaziono con uno solo dei due genitori; i motivi sono diversi: qualche volta il genitore è uno solo, qualche altra volta impegni di lavoro impediscono ad uno dei due di essere presente alle riunioni scolastiche, alle consulenze tiflologiche etc.; qualche volta c'è dell'altro, la non accettazione delle problematiche del bambino che trattengono quel genitore dal partecipare. Quante volte mi è capitato al termine di una consulenza con un solo genitore presente di sentirmi dire: "il mio coniuge questo non lo accetta, o non lo capisce..." oppure "glielo dice lei al mio coniuge? Perché a me non ascolta, dice che non è così".
Quante volte mi è capitato di raccogliere sfoghi di genitori (ma anche di insegnanti) che dopo una lunga telefonata in cui hanno parlato quasi esclusivamente loro mi ringraziano e mi dicono che la telefonata è stata per loro molto utile...
Cercano risposte alle problematiche che non riguardano solo la scuola, ma anche l'educazione, la socializzazione, l'attività motoria, i rapporti con i fratelli/sorelle, il tempo libero, le domande che gli pongono i loro figli e alle quali talvolta non sanno rispondere.
Cercano risposte sul futuro prossimo o lontano dei loro figli, su come affronteranno le varie tappe scolastiche, il mondo del lavoro, e su come potranno affrontare la vita da adulti.
Lavoro con il "mondo della scuola!". Mi relaziono con dirigenti scolastici, personale ATA, educatori scolastici ed extrascolastici ma soprattutto con docenti curricolari e di sostegno di ogni ordine e grado.
Gli insegnanti, in particolare quelli di sostegno, se possono, evitano di confrontarsi con la cecità. Si sentono inadeguati e impreparati e spesso, se "il sistema" glielo permette, preferiscono scegliere di lavorare con alunni portatori di altre disabilità.
Quelli che non possono scegliere o che "coraggiosamente" scelgono l'alunno cieco vanno incontro ad un percorso sicuramente impegnativo ma davvero ricco di soddisfazioni.
Gli insegnanti la maggior parte delle volte sono felici di potersi avvalere della consulenza, del confronto con uno "specialista" che li può supportare nel loro lavoro.
Infatti molti di loro si rendono conto di non avere una preparazione specifica per poter lavorare al meglio con alunni e studenti ciechi e ipovedenti.
Tanti chiedono di poter partecipare a corsi che gli permettano di approfondire le tematiche tiflologiche.
Talvolta invece il supporto del tiflologo viene preconcettualmente mal interpretato e prevale il timore di essere controllati e giudicati. In questi casi è più difficile instaurare una valida collaborazione; l'insegnante non si approccia serenamente, non cerca la consulenza ma prova a evitarla riferendo che tutto procede bene.
In realtà l'insegnante che "evita" il rapporto con il tiflologo spesso tende a ridurre la programmazione dell'alunno perché non sa affrontare le difficoltà che comportano certi argomenti e certe materie.
Alcune volte, soprattutto alla scuola primaria, evitando il contatto col tiflologo spera di allontanare dall'alunno e quindi da sé ciò che gli incute timore.
Cosa spaventa maggiormente gli insegnanti? Il Braille, questo sconosciuto.
Quando l'alunno è cieco totale, sono più rari i tentativi di proporre l'uso di ausili tecnologici che si sostituiscano all'alunno nella scrittura e nella lettura, fin dal primo anno di scuola primaria.
Ma quando l'alunno è inefficiente visivo, poiché è in possesso di un residuo visivo minimo che non gli permette di leggere efficacemente nonostante l'uso degli strumenti ingrandenti, spesso gli insegnanti (e i genitori per motivi diversi) rifiutano l'uso del metodo Braille.
In queste situazioni alcuni insegnanti prima di "rassegnarsi" all'uso del metodo Braille, anche in presenza del parere favorevole dei genitori, propongono l'uso dei già citati strumenti tecnologici. Nell'illusione che le nuove tecnologie permettano di superare ogni difficoltà.
Quando gli insegnanti sono disponibili ad ascoltare i suggerimenti, a rimettersi in gioco e adottare nuove strategie, i risultati che ottengono con i loro alunni e studenti li ripagano della "fatica" di affrontare le novità. Fortunatamente questo accade spesso.
Accade anche che insegnanti che dopo alcuni anni trascorsi con l'alunno cieco potrebbero trovare cattedre più vantaggiose, in termini di distanza da casa o di passaggio al curricolo, responsabilmente scelgano di dare continuità alla didattica col loro alunno. O che al termine del percorso di scuola primaria o secondaria mi dicano che sarebbero disponibili a mettere al servizio di un nuovo alunno cieco l'esperienza maturata.
Sia per le soddisfazioni che hanno ampiamente ripagato i loro sforzi, sia perché si rendono conto che quell'esperienza, piuttosto rara tra i colleghi, potrebbe essere di grandissima utilità per un nuovo alunno.
Lavoro con bambini e ragazzi in età scolare e universitaria.
Anche loro talvolta sono inizialmente diffidenti.
Lavoro con bambini che a causa delle loro patologie sono soliti incontrare oculisti e medici con altre specializzazioni. Che affrontano ospedalizzazioni, interventi chirurgici, riabilitazioni, diete ferree, limitazioni in alcuni giochi.
Spesso, quando li incontro per la prima volta, essendo stati messi a conoscenza che sono un dottore, i più piccoli immaginano di dover affrontare l'ennesima visita medico-specialistica e restano invece sorpresi dal fatto che io gli chieda di giocare, disegnare, colorare, scarabocchiare un foglio, osservare delle immagini o leggere delle letterine o racconti. Che gli proponga di utilizzare sconosciuti, "magici" strumenti quali il videoingranditore, davanti al quale spesso si aprono in un bellissimo e rilassato sorriso e dal quale non si vogliono più separare; o un libro ingrandito, colorato come quelli originali non come quelle fotocopie gigantesche e in bianco e nero sbiadito sulle quali talvolta svolgono i compiti.
Frequentemente al termine della prima consulenza, sorridono e mi dicono: "Tu non sei come gli altri dottori"; oppure "torni a scuola anche domani?".
I ragazzi più grandi, quelli che frequentano la scuola secondaria di primo e secondo grado, generalmente li conosco da quando erano più piccoli, quindi ho già instaurato con loro una relazione positiva. Ma capita di conoscere ragazzi che sono sfuggiti alla rete (sempre più raramente) o che sono colpiti da patologie recentemente insorte o da aggravamenti importanti.
Con loro può essere più difficile instaurare un rapporto positivo. Si sa che i preadolescenti e gli adolescenti affrontano un periodo della loro vita ricco di cambiamenti che spesso crea svariate difficoltà.
Nei ragazzi in cui si associa una disabilità visiva preesistente, o che va aggravandosi, o appena insorta è facile capire che le problematiche adolescenziali si amplifichino notevolmente.
È il periodo in cui i ragazzi prendono veramente coscienza di cosa significa non vedere, delle limitazioni che comporta la mancanza o la forte diminuzione della vista.
Prendono pienamente coscienza delle differenze con i loro coetanei vedenti, che escono da soli e con gli amici, che iniziano a frequentare l'altro sesso, che guidano la bicicletta o il ciclomotore, che praticano sport, giochi e videogiochi dai quali loro sono esclusi.
Diventa più difficile relazionarsi con i coetanei, ma anche con i genitori, i fratelli e gli insegnanti.
Le difficoltà di relazione con i coetanei spesso sono causa di isolamento.
E questo isolamento porta molta sofferenza ai nostri ragazzi.
Spesso gli ausili tiflologici che hanno usato fino allora alla scuola primaria o secondaria di primo grado e che tanto gli sono stati utili, improvvisamente, secondo loro, li identificano agli occhi dei loro nuovi compagni di scuola come "diversi".
Ed ecco che il ragazzo ipovedente rifiuta in classe l'uso del videoingranditore o del libro digitalizzato, si vergogna di praticare attività motoria a scuola perché "corro male o inciampo". Perché teme di essere "additato e giudicato".
Il ragazzo cieco che non ha raggiunto le autonomie personali che hanno raggiunto i suoi compagni di scuola, rendendosi conto che non sa gestire il contenuto di una valigia, o che non sa usare correttamente le posate, o ancora peggio non è in grado di curare la sua persona in completa autonomia, rinuncia a partecipare a eventi socializzanti come mangiare una pizza con gli amici o partecipare a un viaggio scolastico d'istruzione.
Ma in genere non riferisce i reali motivi che lo inducono a non partecipare; spesso preferisce dire che non è interessato perché, per esempio, i compagni non sono simpatici.
E il tiflologo cosa può fare?
Il tiflologo cerca di prevenire la nascita di queste problematiche dando suggerimenti a genitori ed insegnanti prima che insorgano.
Ma quando questo non sia stato possibile o quando le problematiche insorgano comunque, se i genitori, gli insegnanti o i ragazzi stessi mi coinvolgono provo a parlare con il ragazzo, lo ascolto. Parlo con i suoi insegnanti e educatori. Talvolta organizzo delle iniziative di sensibilizzazione nella sua scuola o nella sua classe che hanno lo scopo di far capire le difficoltà che vivono i disabili della vista e di favorirne l'inclusione.
Qualche volta i ragazzi, se trovano il modo di parlarmi in assenza dei genitori, magari a scuola, mi confessano le difficoltà che vivono con gli stessi.
Mi è capitato di sentirmi dire, più o meno apertamente, che non si sentono capiti, che non si sentono accettati, che vorrebbero più libertà, più autonomia, che vivono iperprotetti, che (in caso di ipovisione) i genitori tendono a nascondere le loro difficoltà visive anche rispetto ai parenti più stretti.
Mi è capitato di parlare con genitori che prevaricando il figlio, pur riconoscendo la grave ipovisione dello stesso, rifiutavano ogni ausilio tiflologico perché "non ne ha bisogno, lui è bravo e ce la fa lo stesso".
E il tiflologo cosa può fare?
Utilizza tutti i mezzi a sua disposizione, compreso il coinvolgimento di altre figure quali i dirigenti della sezione UICI, gli psicologi del progetto "Stessa strada per crescere insieme", ma non sempre riesce a ottenere quanto sperato.
Non sempre i casi e le situazioni trattati si concludono con un successo. Talvolta il successo arriva ma si fa attendere più di quanto ragionevolmente sarebbe stato lecito attendere.
Altre volte, il successo non arriva.
Attenzione: il successo o l'insuccesso non sono riferiti al tiflologo.
Il successo è rappresentato da un ragazzo sereno, scolasticamente e socialmente incluso che vive una vita piena e si realizza come persona.
L'insuccesso è rappresentato da un ragazzo che non riesce a raggiungere anche uno solo degli obiettivi, siano essi scolastici, sociali, familiari o di realizzazione della sua persona.
Sono tante le componenti e le variabili che possono determinare il successo o l'insuccesso.
Una buona riuscita del mio lavoro non può prescindere dall'instaurare con le persone che incontro un rapporto di fiducia.
La fiducia è il comune denominatore che deve essere presente nella relazione con i genitori, con gli insegnanti, con i bambini e con i ragazzi.
La fiducia nei tiflologi dei CCT spesso nasce dal fatto che i Centri sono stati istituiti e voluti dalla Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, dalla Biblioteca Italiana per i Ciechi e dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, enti che da decenni operano per il bene della categoria.
Ma deve essere confermata quotidianamente dal nostro lavoro, dal supporto che diamo alle famiglie e alle scuole.
Nasce dal fatto che non promettiamo miracoli, mentre altri lo fanno. E qualche volta dobbiamo riportare alla realtà genitori illusi da chi gli ha detto che i loro bambini con gravi ritardi potranno leggere e scrivere.
Quanta fiducia deve darmi il genitore del bambino inefficiente visivo, che si aggrappa a quel lieve residuo e non vuole accettare l'evidenza che il suo bambino non riuscirà a studiare con l'ausilio della vista? Quanto è doloroso per lui accettare che il suo bambino dovrà utilizzare il metodo Braille?
Quanto è difficile per me spiegargli i motivi della mia proposta! Dargli una notizia per lui spiacevole e allo stesso tempo cercare di infondergli ottimismo per il futuro scolastico del suo bambino. E tutto questo mentre gli insegnanti remano contro per i motivi predetti.
Quanta fiducia deve avere in me un insegnante che ascoltando le mie indicazioni deve modificare i suoi collaudati metodi di insegnamento? Abbandonare le sue certezze e affidarsi a uno sconosciuto?
Davanti a certe scelte, nonostante un'esperienza ormai ventennale, sento una grande responsabilità.
Come quando, e accade spesso, devo "mediare" incomprensioni e situazioni difficili createsi tra genitori e insegnanti.
Infine, quante soddisfazioni dà il mio lavoro!
Una volta un genitore mi disse: "Lei fa un bellissimo lavoro; aiuta gli altri".
Soddisfazione è un genitore che viene al Centro senza appuntamento e senza una necessità e mi dice: "Ero da queste parti per delle commissioni ed ho pensato di passare a salutarla".
Quanti grazie ho ricevuto, quanti bambini ho visto crescere, imparare a leggere, scrivere e far di conto nonostante le mille difficoltà.
Quanti insegnanti spaventati dal Braille hanno imparato e a loro volta insegnato il metodo al loro alunno non vedente e alla classe intera.
Quanti genitori mi hanno detto di aver sentito altri "esperti" che gli hanno dato indicazioni diverse dalle mie mettendogli un sacco di dubbi; ma avendo ormai visto il loro bambino lavorare secondo le mie indicazioni e conseguire gli obiettivi prefissati, riconoscendo che quanto gli avevo detto trovava riscontro effettivo mi hanno detto "noi seguiamo te, noi ci fidiamo di te".
Mi piace concludere col brevissimo racconto di un'altra telefonata ricevuta qualche tempo fa da uno dei miei primi utenti che credo riassuma quanto ho scritto in queste pagine: "Ciao Michele, domani discuterò la mia tesi di laurea, mi piacerebbe che ci fossi anche tu".

 

Si ringrazia  Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS-APS, per l'autorizzazione alla pubblicazione






© Riproduzione riservata

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Michele Di Dino
(Responsabile del Centro di Consulenza Tiflodidattica di Cagliari)

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