È uno di quei film che non riguardi: lo riassorbi. Ti entra di nuovo nel sangue come una vecchia storia che pensavi archiviata e invece eccola lì, ancora viva, ancora ostinata. Michel Gondry dirige Eternal Sunshine of the Spotless Mind con quella sua grazia sghemba, fatta di invenzioni visive e malinconie piegate come fogli lasciati a prendere umidità sul davanzale. Charlie Kaufman scrive una sceneggiatura che sembra un sogno febbrile e lucidissimo allo stesso tempo, e tu ci precipiti dentro senza neanche accorgertene.
Jim Carrey interpreta Joel Barish con un pudore quasi doloroso, lontanissimo dalle sue maschere comiche: uno che si muove come se avesse paura di respirare troppo forte, con lo sguardo perso di chi non sa più distinguere i rimpianti dalle possibilità. Kate Winslet è Clementine Kruczynski, un fulmine umano, un caos bellissimo dai capelli che cambiano colore come se fossero umori liquidi. La coppia è un’orbita interrotta: si amano, si schiantano, si cancellano la memoria grazie a un servizio clinico gestito da Mark Ruffalo, Kirsten Dunst, Elijah Wood e Tom Wilkinson, e poi si ritrovano comunque. Perché certe emozioni non ubbidiscono alla chirurgia dell’oblio.
Gondry trasforma il paesaggio mentale di Joel in un labirinto di stanze che collassano, ricordi che si sciolgono come neve, volti che svaniscono mentre lui cerca disperatamente di trattenere almeno un’immagine, un gesto, un odore. È una fuga all’indietro nella propria testa, mentre fuori il mondo continua a girare indifferente, e tu lo guardi chiedendoti quante cose hai cercato di dimenticare senza riuscirci davvero.
Il film vinse l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, ma la verità è che avrebbe meritato una categoria tutta sua, un riconoscimento per aver raccontato l’amore senza le lusinghe del romanticismo e senza le trappole del cinismo. Qui l’amore è un animale strano: fa male, fa bene, si ripresenta anche quando lo prendi a calci e, soprattutto, non ti chiede il permesso.
Rivisto oggi, nell’epoca in cui deleghiamo alle app la custodia dei ricordi, in cui ogni foto ha un backup e ogni messaggio resta sospeso su qualche server come un fantasma, Eternal Sunshine sembra ancora più profetico. Ci ricorda che le memorie non sono dati: sono cicatrici, mappe, promemoria disordinati di chi siamo stati. E certe volte, anche se ci provi, non puoi cancellare ciò che ti ha fatto vivere davvero.
Il film si chiude come deve chiudersi: con una corsa sulla neve, con due persone che sanno già che si faranno male e scelgono comunque di riprovarci. In quel movimento fragile e ostinato c’è tutto il senso della storia. Tutto il senso, forse, di noi.

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