Il film Five Nights at Freddy’s 2, sequel del film del 2023 ispirato alla serie videoludica di Scott Cawthon, diretto da Emma Tammi, è uscito nelle sale il 4 dicembre. La pellicola, secondo una recensione, presenta una trama eccessiva a discapito della paura, soffocando gli animatronics.
Secondo la recensione, ci sono saghe che sanno reinventarsi e altre che, nel tentativo di espandere il proprio universo, finiscono per soffocarsi da sole. Five Nights at Freddy’s 2 apparterrebbe a questa seconda categoria.
Il primo capitolo, sempre secondo la recensione, pur con tutti i suoi limiti, riusciva a tradurre l’atmosfera ansiogena del gioco in un horror per famiglie: la claustrofobia del locale, il fascino sinistro degli animatronics realizzati dal Jim Henson Creature Shop e un protagonista tormentato bastavano a tenere in piedi il racconto. In questo seguito, invece, la regista Emma Tammi e lo stesso Cawthon, unico sceneggiatore accreditato, avrebbero scelto di abbandonare l’essenzialità del modello originale per tuffarsi in una rete di sottotrame e riferimenti che appesantiscono ogni sequenza.
Il film si apre nel 1982, quando la piccola Charlotte, emarginata e ossessionata dall’automa Marionetta, assiste a un rapimento nel retrobottega del Freddy Fazbear’s Pizza. Nel tentativo di salvare un bambino dalle grinfie di Spring Bonnie, viene uccisa, fondendosi spiritualmente con la Marionetta stessa. Vent’anni dopo, Mike (Josh Hutcherson) e la sorellina Abby (Piper Rubio), sopravvissuti agli eventi del primo film, sono intenti a ricostruire una vita normale. Secondo la recensione, il copione trasformerebbe entrambi in pedine di un gioco confuso, dove la logica narrativa cede il passo al fan service.
Secondo la recensione, Cawthon sembra convinto che accumulare personaggi e citazioni equivalga a costruire tensione. Ma il risultato sarebbe opposto: Five Nights at Freddy’s 2 apparirebbe come una lunga lettura di un wiki dedicato al franchise, priva di ritmo, suspense e direzione emotiva. Gli snodi principali – il legame tra Abby e gli spiriti dei bambini intrappolati nei robot, il senso di colpa di Vanessa (Elizabeth Lail), figlia del serial killer William Afton – non troverebbero mai una vera risoluzione. Ogni idea interessante si perderebbe in spiegazioni contraddittorie o in scene inutilmente ripetitive.
Ciò che funziona, secondo la recensione, è la componente visiva. Gli animatronics, con il loro design artigianale e grottesco, restano il cuore pulsante del film. Le loro movenze lente e sinistre richiamerebbero un cinema d’altri tempi, quando la paura nasceva dal dettaglio tangibile più che dal digitale. La Tammi riuscirebbe a catturare qualcosa di autenticamente disturbante in un paio di momenti. Sarebbe un lampo, però, subito inghiottito da una struttura caotica che non sa dove andare a parare.
Dal punto di vista della scrittura, Five Nights at Freddy’s 2 sarebbe un disastro annunciato. Quello che nel gioco funziona come frammento di lore da scoprire, qui diventa un ingombrante peso narrativo. Il film non spaventerebbe, non emozionerebbe, non intrigherebbe: si limiterebbe a ripetere informazioni e a costruire situazioni di scarso impatto. Persino la nuova villain, la Marionetta, finirebbe per apparire come un espediente per rilanciare la saga, senza alcuna forza simbolica.
Hutcherson apparirebbe spaesato, prigioniero di un copione che non gli concede alcuna evoluzione, mentre Elizabeth Lail resterebbe intrappolata in dialoghi piatti e svolte prevedibili. Matthew Lillard, che ritorna nei panni di Afton, sarebbe l’unico a sembrare davvero consapevole del tono del film.
Five Nights at Freddy’s 2 poteva essere un’occasione, secondo la recensione. Bastava spingersi oltre il meccanismo del riconoscimento e costruire un racconto che ampliasse davvero la mitologia. Ma la sceneggiatura preferirebbe rifugiarsi nella comfort zone dell’autocitazione, dimenticando che la tensione nasce dal non sapere.
Il problema più grave sarebbe l’assenza di ritmo. La regia di Emma Tammi non creerebbe mai un crescendo, alternando momenti statici a improvvisi scoppi d’azione che non spaventano. Le scene che dovrebbero generare terrore scivolerebbero nel ridicolo involontario, trasformando l’horror in una parodia inconsapevole.
A salvare parzialmente il disastro sarebbe la confezione tecnica: fotografia cupa e satura, scenografie retrò e un comparto sonoro che sfrutta bene rumori metallici e silenzi improvvisi. Ma si tratterebbe di dettagli isolati, incapaci di redimere un film che si perde nei suoi stessi meandri.
Five Nights at Freddy’s 2 confermerebbe quanto sia difficile trasformare un fenomeno videoludico in una saga cinematografica. Nel passaggio dal joystick allo schermo, l’esperienza interattiva si ridurrebbe a un simulacro. Tutto ciò che nel gioco era tensione e attesa, nel film diventerebbe esposizione sterile. Il risultato sarebbe un sequel che non spaventa né intrattiene, un prodotto ingolfato di riferimenti e privo di anima, che dimentica la lezione più semplice: l’orrore, per funzionare, deve sorprendere e lasciare spazio al mistero. Qui, invece, tutto sarebbe già stato svelato e discusso fino allo sfinimento. Ed è proprio questa prevedibilità, più dei mostri meccanici, a rendere Five Nights at Freddy’s 2 un film morto dentro, secondo la recensione.
Five Nights at Freddy’s 2: la recensione del sequel videoludico firmato Emma Tammi
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