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Goodbye June: recensione del film, l’eccezionalità nella normalità

Kate Winslet, nota per la sua avversione alla manipolazione estetica e per la valorizzazione del corpo naturale, debutta alla regia con “Goodbye June”, un film che esplora il tema della morte in atto. La pellicola, basata su una sceneggiatura di Joe Anders, figlio di Winslet e del regista Sam Mendes, accompagna lo spettatore in un viaggio emotivo attraverso dinamiche familiari semplici, ma prive di retorica.

L’attrice inglese, conosciuta per ruoli in film come “Revolutionary Road”, “Little Children”, “Omicidio a Easttown” e “Carnage”, non ha mai evitato di mostrare le realtà nascoste dietro le apparenze. Questo approccio si riflette nel suo debutto alla regia, che si concentra su nuclei domestici ordinari, privi di elementi straordinari.

Winslet, sia come regista che come interprete, dimostra una profonda comprensione del potere degli sguardi e dei non detti. Tratta la cinepresa con la stessa cura con cui costruisce i suoi personaggi, limitando le espressioni emotive più eclatanti e confinando il dolore entro i limiti di un pianto soffocato.

Le inquadrature diventano strumenti per separare i personaggi incapaci di condividere lo stesso spazio vitale, come June (interpretata da Kate Winslet) e Molly Cheshire (interpretata da Andrea Riseborough). I raccordi di montaggio enfatizzano recriminazioni e rimpianti, rivelando una tecnica appresa da Winslet durante i suoi trent’anni di carriera.

Il film esplora l’accettazione e la negazione del dolore, mostrando che non esiste un modo giusto o sbagliato di affrontare la morte. Winslet utilizza primi piani e sguardi in macchina per coinvolgere lo spettatore in un lutto comune, cercando un senso di umanità condivisa piuttosto che la perfezione estetica.

“Goodbye June” segue il cammino silenzioso dei fratelli Cheshire mentre accompagnano la madre June (Helen Mirren) verso la morte. Il film mostra una famiglia ordinaria, non disfunzionale come i coniugi Wheeler di “Revolutionary Road”, ma unita nel confronto e nello sconforto.

Tra i personaggi, spiccano la Helen di Toni Collette per la sua idiosincratica leggerezza e il Connor di Johnny Flynn, la cui fragilità non viene pienamente esplorata. Il film immortala il percorso dei fratelli Cheshire che, tenendo per mano la madre, si avvicinano al momento della perdita.

La narrazione evita toni melodrammatici e si concentra sulla quotidianità di una famiglia che affronta una malattia oncologica. Con l’avvicinarsi della morte, l’atmosfera si distende, le recriminazioni svaniscono e le inquadrature si ampliano, mostrando abbracci, mani che si stringono e lacrime purificatrici.

Il film si concentra sulla normalità e, attraverso la semplicità di una famiglia ordinaria, offre sprazzi di vita. “Goodbye June” non aspira a essere un capolavoro, ma un racconto che esplora il tema della morte e la sua capacità di rivelare la vita.

Le cornici delle inquadrature diventano allora paraventi con cui separare chi, come June (Kate Winslet) e Molly Cheshire (Andrea Riseborough), risulta incapace di condividere il medesimo spazio vitale. I raccordi di montaggio si fanno vettori di recriminazioni e rimpianti, in un gioco sottile e simbolico che la Winslet ha appreso nel corso dei suoi trent’anni di carriera e che ora restituisce sotto forma di dolori e sorrisi, abbracci spezzati e altri auspicati, accettazione e negazione del dolore. Non esiste un modo giusto o sbagliato di affrontare la morte che incombe: la Winslet lo sa ed è proprio giocando sulla forza dei primi piani e sugli sguardi in macchina – che interpellano direttamente lo spettatore, risvegliandolo dal torpore passivo della visione e coinvolgendolo in un lutto comune – che la regista-interprete costruisce l’ossatura della sua opera, ricercando un senso quasi perduto di umanità condivisa piuttosto che la perfezione estetica.

Quello immortalato dalla lente della Winslet si fa dunque cammino silente che i fratelli Cheshire compiono tenendo per mano la madre June (Helen Mirren) verso le braccia della morte. Nell’intervallo di respiri deboli e passi pesanti non vi è nulla che ricordi il percorso di Orfeo ed Euridice. Ognuno di loro sa che non c’è bisogno di tenere lo sguardo dritto davanti a sé per prevenire la morte della madre: l’Ade la reclama già. Ciò che resta da fare è riciclare quella perdita in una nuova nascita. Così l’atmosfera si rilassa, le recriminazioni si annullano e le inquadrature si ampliano, coinvolgendo nel loro raggio d’azione fratelli non più soli, ma ritrovati. Non più piani ristretti su volti che celano risentimenti e accuse: con l’affacciarsi della morte, il mondo di Goodbye June vive ora di campi totali su corpi che si abbracciano, mani che si stringono, occhi che si bagnano di lacrime purificatrici.

Dopotutto Goodbye June non ha nulla di più da offrire al proprio pubblico se non la messa in scena di una famiglia del tutto ordinaria, chiamata ad affrontare un percorso oncologico sempre più accumunante per chi siede al di là dello schermo.

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