Nel 2007 Fincher smette di uccidere con le immagini e comincia a torturare con l’attesa. Zodiac non è un thriller, è un’ossessione. Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), vignettista del San Francisco Chronicle, si trasforma in detective per caso. Accanto a lui Paul Avery (Robert Downey Jr.), giornalista alcolizzato con la lingua tagliente, e l’ispettore Toschi (Mark Ruffalo), poliziotto vecchia scuola che si perde tra faldoni e indizi che non portano da nessuna parte.
È la storia vera di uno dei serial killer più elusivi d’America. Ma Fincher non mostra la violenza: la suggerisce, la insinua, la fa scivolare tra le ombre e i silenzi. Le scene di sangue sono poche, ma restano stampate nella mente più di qualunque mattanza hollywoodiana. Qui la paura nasce dal dubbio, dal dettaglio, dalla lentezza con cui la verità sfugge.
La colonna sonora è un archivio dell’America degli anni ’70: Donovan, Three Dog Night, Marvin Gaye. Canzoni che sembrano leggere, ma che dentro Zodiac diventano allucinate, come se anche la musica stesse cercando di ricordare un volto, una voce, una firma. Fincher le usa come controcanto ironico, come una radio che suona allegramente mentre un incubo prende forma.
Ogni personaggio diventa prigioniero della propria ossessione. Gyllenhaal impazzisce tra cifrari e ritagli di giornale, Downey Jr. affonda nell’alcol e nel cinismo, Ruffalo si aggrappa alla procedura come fosse una preghiera. Nessuno trova pace, nessuno risolve. Il caso resta aperto, la vita va avanti, ma dentro c’è un buco che non si richiude più.
Zodiac è il manifesto di un’epoca che ha smesso di credere nella verità. Non c’è mostro da catturare, solo l’idea del male che continua a scrivere lettere a una nazione distratta. E quando il film finisce, non hai paura che torni l’assassino: hai paura di somigliargli, di voler capire troppo, di non riuscire più a smettere di cercare.

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