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Il linguaggio omologato, poche parole, sempre le stesse

Parole e espressioni che tutti usano e pochi pensano, e che finiscono per segnare una triste ma efficiente omologazione del linguaggio

Ogni fine anno porta con sé una serie di riti immancabili e rassicuranti, come il panettone, il presepe, gli zampognari e, naturalmente, l’elenco dei neologismi coniato dalla Treccani. Un appuntamento che si ripete con la stessa solennità di un bollettino ufficiale e che sancisce la certificazione annuale del nuovo linguaggio, per dirci chi siamo diventati.

Più modestamente, vorrei offrire anch’io il mio contributo a questa celebrazione, proponendo un elenco di termini ed espressioni largamente utilizzati (non solo nel 2025) che popolano il nostro quotidiano verbale. Parole passe-partout, formule prêt-à-porter, espressioni che tutti usano e pochi pensano, e che finiscono per segnare una triste ma efficiente omologazione del linguaggio. Un vocabolario condiviso non per ricchezza, ma per pigrizia, capace più di uniformare il pensiero che di precisarlo.

Quella che segue non è una classifica — sarebbe impossibile stabilire un vincitore — ma un’elencazione in cui ogni termine concorre a pieno titolo, a pari merito, per spropositato utilizzo, devastante abuso e per l’irritante, ormai tedioso, ascolto quotidiano.

Allora…

Intercalare onnipresente, apre ormai qualsiasi risposta a una domanda, soprattutto in contesti che dovrebbero privilegiare chiarezza e sintesi, come le interviste. L’uso di allora è diventato talmente automatico da precedere qualunque contenuto, quando ancora un contenuto non c’è. Compare con disinvoltura anche laddove la risposta potrebbe esaurirsi in un limpido “sì” o “no”, ma evidentemente necessita di un tempo di riscaldamento verbale, una sorta di preambolo vuoto che segnala l’avvio del pensiero — ammesso che poi arrivi.

Niente…

Paradosso lessicale per eccellenza, apre discorsi che si presuppongono carichi di contenuto ma che, già all’esordio, offrono una sorta di spoiler sulla reale utilità di ciò che seguirà. Un avvertimento preventivo, quasi onesto, che prepara l’ascoltatore al vuoto imminente: niente, appunto.

A trecentosessanta gradi…

Espressione passe-partout che promette completezza e profondità, ma che nella pratica si limita a segnalare una vaghezza a tutto tondo. Utilizzata per conferire autorevolezza a concetti spesso indefiniti, dà l’illusione di aver considerato ogni possibile angolazione, quando in realtà si è semplicemente girato in tondo senza mai fermarsi su un punto preciso.

Piuttosto…

Utilizzato come congiunzione e non come reale alternativa tra un’opzione e l’altra. Invece di scegliere, ingloba tutto: un piuttosto inclusivo, che non esclude nulla e rinuncia con disinvoltura al significato originario.

Diciamo…

Probabilmente l’intercalare più abusato, tanto da comparire più volte nello stesso discorso, spesso dopo ogni breve frase. Si ascolta tipicamente quando non si sa bene cosa dire e si prende tempo per elaborare un concetto — o, quantomeno, per tentare di far credere che lo si stia facendo.

“In quanto”…

Il giochino preferito di chi pensa di parlare elegante, di chi ha trovato il modo giusto per collegare il pensiero appena nato a una conclusione che – si spera – sembri degna. Il risultato? Una frase che comincia con “in quanto”, continua con un altro “in quanto” e finisce in un altro ancora, fino a trasformare qualsiasi discorso in un tunnel senza uscita. Ogni parola sembra chiedere pietà: “Basta! Non ancora un altro ‘in quanto’!” Ma niente, loro continuano imperterriti. Irritante? No, di più: comico nella sua ossessione.

Assolutamente sì!
Probabilmente la risposta più banale da sentire. La conferma definitiva, quella che non ammette dubbi. Chi la pronuncia sembra voler imprimere un sigillo di certezza totale, come a voler affermare con assoluto controllo la propria garanzia di verità. Un vero marchio di sicurezza, impossibile da contestare. E da ascoltare…

Lessico da chef…

Tutti, ma proprio tutti gli chef, quando entrano in cucina iniziano a parlare così.

La nostra è una cucina a kilometro zero, che predilige le materie prime del territorio. La nostra carne, tagliata con il nostro coltello. Il nostro brodo, che bolle nel nostro pentolone, con il nostro fuoco. La nostra padella, il nostro mestolo, il nostro forno che conosce ogni nostra intenzione. Ogni spezia è nostra, ogni gesto è nostro, ogni aroma… nostro. Perché se è nel nostro piatto, è perfetto. E se non lo fosse, beh… non sarebbe nostro. Buon appetito…

Le “virgolette con le dita”…
Non è un’espressione, non sono parole, ma un vero e proprio linguaggio del corpo prestato alla narrazione. Le mani si alzano all’unisono e le dita che danzano nell’aria a imitare virgolette invisibili, si agitano in questa assurda arte marziale del parlato. Ogni parola tra quelle dita diventa sacra, giudicata, processata… da denuncia penale immediata. È così odioso che persino i muri cercano di scansarsi.

E così, come giusta conclusione, si potrebbe affermare che:

Allora, e niente che dire, abbiamo analizzato a trecentosessanta gradi i modi di dire più abusati, piuttosto che quelli più infilati nelle frasi del linguaggio di tutti i giorni e diciamo, che il risultato, diciamo, sembra quasi avvilente, in quanto, ne perde sicuramente il modo di esprimersi. Potrebbe essere preoccupante a lungo andare? ASSOLUTAMENTE SI!!

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