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Il politicamente corretto: un caffè (corretto) al bar

Il linguaggio moderno ha scelto di essere sostenibile, inclusivo e, sopra ogni cosa, innocuo

Una volta al bar si ordinava un caffè e basta. Arrivava corto, amaro, senza scuse. La tazzina era quella classica, bianca, magari sbreccata; a volte il caffè veniva servito nel bicchierino di vetro solo perché non c’erano alternative, non certo per una scelta estetica.

Oggi il bancone è diventato un ufficio complicazioni: il caffè è decaffeinato, macchiato freddo, in tazza grande, al vetro, con acqua a parte o “molto tiepido” (è successo davvero). Il politicamente corretto segue la stessa parabola. Nato come un goccio di buonsenso necessario a pulire il linguaggio, col tempo ha preso il controllo della macchina dell’espresso. Non corregge più, ma diluisce. Non educa, ma addestra. Il risultato è un’informazione trasformata in una bevanda socialmente ineccepibile, ma culturalmente annacquata.

Il linguaggio moderno ha scelto di essere sostenibile, inclusivo e, sopra ogni cosa, innocuo. Se poi non sa di niente, poco importa. L’essenziale è che non disturbi. Ma il racconto della realtà, proprio come il caffè vero, dovrebbe servire a svegliare; oggi, invece, sembra fatto apposta per non far sobbalzare nessuno. Ogni parola viene filtrata, pastorizzata, sterilizzata. Non si dice più ciò che si pensa, ma ciò che supera il controllo qualità del momento. È il trionfo del discorso “sicuro”, quello che non scotta, non macchia e non lascia retrogusto.

In questo scenario, il politicamente corretto diventa un rituale sociale, un segnale di appartenenza più che di consapevolezza. Non conta il contenuto, ma la forma approvata; la parola non è più un ponte, ma una divisa che serve a mostrare di essere “dalla parte giusta“. Proprio come l’ordinazione al bar definisce chi siamo agli occhi degli altri, così il nostro vocabolario diventa un certificato di rispettabilità.

Dopotutto, chi ordina un cicchetto diluito nel caffè sta ingerendo alcolici di prima mattina, ma nessuno si scandalizza. Quel “rinforzino” è ampiamente tollerato. Allo stesso modo, la notizia calmierata dal perbenismo viene percepita come l’unica verità possibile. Il dibattito pubblico finisce così per somigliare a un bar dove nessuno osa ordinare nulla di deciso. Tutti chiedono la stessa cosa, con il timore di sbagliare: un caffè anche corretto, ma quel tanto che basta per non farsi notare. E il barista sorride, incassa e serve il nulla in tazzina.

Eppure, ogni tanto, qualcuno ordina ancora un caffè liscio. Tossisce, storce la bocca, ma finalmente si sveglia. Perché il caffè non deve essere gentile: deve essere vero. Il politicamente corretto non è il male assoluto, ma quando diventa l’unico ingrediente ammesso smettiamo di parlare. Restiamo solo lì, a sorseggiare educatamente il vuoto.

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