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Mal di quorum

Il gioco dei numeri che si cela dietro la segretezza della cabina elettorale

Poco più di quattordici milioni sono stati i voti espressi durante l’ultima consultazione referendaria dell’8 e 9 giugno. Sebbene possano sembrare molti – e vedremo tra poco il perché – non sono stati sufficienti a rendere valido l’esito del referendum. Non è infatti stata superata la soglia del 50% + 1 degli aventi diritto, necessaria affinché il risultato potesse essere considerato valido. È questo, in sintesi, il tanto citato e spesso criticato quorum.

La formula del quorum venne introdotta nella Costituzione, con l’articolo 75, nel secondo dopoguerra, per tutelare la democrazia da decisioni prese da un numero troppo esiguo di cittadini. In altre parole, per evitare che una minoranza potesse determinare scelte di grande rilevanza.

Tuttavia, quella “sparuta minoranza” che ha scelto di esprimere la propria opinione non lo ha fatto scendendo in piazza, creando disordini o mettendo a rischio l’ordine pubblico. Al contrario, nei giorni 8 e 9 giugno si è recata alle urne in modo civile e responsabile, esercitando il proprio diritto-dovere di voto.

I risultati hanno mostrato una schiacciante vittoria del  sui temi legati al lavoro e una vittoria più contenuta, ma comunque significativa, sul quesito riguardante la cittadinanza. Non sono mancati però i No: circa un milione e mezzo per il lavoro e poco meno di cinque milioni per la cittadinanza. Ciò dimostra che molti cittadini hanno espresso il proprio dissenso votando, e non tramite l’astensione, come suggerito da alcuni. E proprio quei “pochi” No rappresentano un valore enorme per la democrazia.

Il paradosso è evidente: i voti non sono stati abbastanza per validare il referendum, ma sono stati comunque sufficienti a scatenare un acceso dibattito nei talk show e sulla stampa. Delle due l’una: o il referendum non ha raggiunto l’obiettivo e dunque non avrebbe senso parlarne; oppure, se ha suscitato tanto dibattito, significa che un valore quell’espressione di volontà lo ha avuto.

Tornando ai numeri: quegli stessi quattordici milioni che non sono bastati per il quorum, nel 2022 sarebbero stati più che sufficienti per mandare a Palazzo Chigi l’attuale coalizione di governo. Questo perché per le elezioni politiche o amministrative contano i voti effettivamente ottenuti, mentre per i referendum si ragiona su quelli che si dovrebbero ottenere. E poco importa che l’affluenza sia in costante calo. Dopo aver definito l’astensione un pericolo per la democrazia, i leader politici tornano a fare i conti con gli spiccioli di voti ricevuti e a valorizzare quel loro striminzito “tesoretto”. Perché, alla fine, è il risultato che conta.

Anche questa è Democrazia.

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