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Parità di genere non sia solo un esercizio linguistico

“Qual è stato il ruolo delle donne nella scrittura della nostra Costituzione? E come sono state raccontate le donne attraverso quei 139 articoli che hanno sancito la nascita dell’Italia come Repubblica democratica e, soprattutto, hanno definito il Popolo Italiano?

Nel 1947 furono ben ventuno le donne a entrare per la prima volta in Parlamento come deputate. Ventuno figure straordinarie che, con coraggio e determinazione, contribuirono alla costruzione dell’Italia repubblicana e che oggi ricordiamo come le Madri Fondatrici, al pari dei più noti Padri Fondatori. Di queste, cinque ebbero un compito particolarmente importante: furono infatti chiamate a far parte della Commissione per la Costituzione, l’organo incaricato di redigere il testo definitivo da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea.

Ma come furono rappresentate le donne nella nostra Carta fondamentale? Per trovare parole declinate al femminile bisogna scorrere i primi articoli fino ad arrivare all’articolo 37, che si apre con l’espressione “La donna lavoratrice”. In queste parole risuona un riconoscimento profondo: la donna non più confinata al solo ruolo domestico, ma parte attiva della società e del mondo del lavoro.
Lo stesso articolo prosegue intrecciando in modo armonioso le parole madre e bambino, un legame che la Costituzione consacra come indissolubile e, in un certo senso, poetico.

Per coerenza storica, c’è da ricordare che già all’articolo 31 compare il termine maternità, a testimonianza di quanto fosse considerata una condizione fondamentale nella società dell’epoca. In quelle parole si riconosce il valore profondo delle nostre madri e nonne, guide e custodi delle generazioni future, pilastri su cui si è costruita l’Italia del dopoguerra.

Ciò nonostante, sin dai primi articoli della Costituzione, il linguaggio risente fortemente della cultura dell’epoca che si esprimeva con un linguaggio apparentemente neutro, ma in realtà costruito al maschile.

Si parla dei “diritti inviolabili dell’uomo”, usando il termine uomo come sinonimo di essere umano, ma comunque in forma maschile. Solo con l’articolo 3 compare per la prima volta un riferimento diretto alla parità di genere: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”. Bastava questo per indicare gli uomini, ma anche le donne.

Eppure, quelle stesse donne che contribuirono alla stesura della Costituzione — e tutte le altre che ebbero poi modo di leggerla — non manifestarono alcuna indignazione per la mancanza di termini declinati al femminile. Quelle donne seppero guardare oltre la forma, per cogliere la sostanza profonda di quel testo.

Per la prima volta nella storia d’Italia, le donne avevano ottenuto pari diritti: nel lavoro, nella famiglia e, soprattutto, nei ruoli fondamentali della vita pubblica e politica. Era questa la conquista più importante, quella che davvero contava.

Oggi, invece, il riconoscimento della parità di genere sembra spesso tradursi in un esercizio linguistico: l’abitudine a citare sempre entrambe le declinazioni — signore e signori, cittadine e cittadini, operaie e operai — come se la giustizia si misurasse nelle parole e non nei fatti.

Ma il rispetto e la valorizzazione delle donne non possono ridursi a un gesto formale o a un’attenzione grammaticale. Devono tradursi in azioni concrete e quotidiane, in comportamenti coerenti e in un autentico cambiamento culturale, capace di dare pieno significato a quella parità che le Madri Costituenti avevano sognato e conquistato con la loro intelligenza, la loro dignità e il loro coraggio”.

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