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Perché così tante giovani donne aprono un profilo su OnlyFans?

Dietro il boom della piattaforma non c’è una moda, ma un mercato del lavoro in crisi

La risposta più facile è “per soldi”. Quella più comoda è “per scelta”. La realtà, spesso, è diversa: una scelta obbligata. I numeri sono alti, troppo alti per essere ignorati. Un fenomeno che merita di essere studiato, analizzato e compreso.

Dopo il Covid, milioni di ragazze tra i 18 e i 25 anni hanno intrapreso una strada che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata estrema. Non si tratta solo di influencer. Tra le creator ci sono studentesse, madri single, freelance, lavoratrici precarie. Per molte è stata una risposta concreta a un mercato del lavoro che non garantisce più stabilità né prospettive.

La crescita di OnlyFans non è stata un trend passeggero. È stata il segnale di un sistema già in difficoltà: i lavori stabili erano diminuiti, gli stage erano diventati la norma, gli stipendi non bastavano a sostenere il costo della vita. Allo stesso tempo, il digitale aveva abbassato le barriere di accesso e l’algoritmo premiava chi produceva contenuti in modo continuo e monetizzabile. Fuori da internet, l’offerta era spesso limitata a contratti sottopagati, affitti insostenibili e promesse disattese.

In questo contesto, la piattaforma è apparsa a molte come l’unica possibilità di ottenere un guadagno immediato, senza attese e senza intermediazioni. OnlyFans non è il problema, ma il riflesso di una crisi più ampia. Dietro ogni profilo non c’è necessariamente esibizionismo o ricerca di visibilità.
In molti casi ci sono bollette da pagare, un master da finanziare, opportunità negate troppo a lungo. In un’economia che ha smesso di tutelare i più giovani, la creator economy è diventata, nel bene e nel male, un’alternativa concreta. Esistono rischi evidenti: stigma, esposizione pubblica, pressione psicologica.
Ma esiste anche ciò che nel lavoro tradizionale si è progressivamente perso: controllo sul proprio tempo, retribuzione rapida, la percezione di avere autonomia sulle proprie scelte. Ed è qui che la riflessione di Sara Renda, espressa nel suo post su LinkedIn, diventa centrale.

Invece di fermarsi al giudizio, pone domande dirette, scomode, ma necessarie:

– Perché i percorsi tradizionali non funzionano più?
– Perché l’unica scelta che paga subito è anche quella più giudicata?
– Cosa dice di noi un sistema in cui una ventenne trova più stabilità su una piattaforma digitale che in un ufficio?

Questo non è un atto di difesa, ma un tentativo di comprensione. E capire è il primo passo per cambiare qualcosa.

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