Li chiamiamo “nativi digitali”.
Sono i nostri figli, i nostri nipoti: bambini cresciuti tra smartphone e social network, per i quali accendere un telefono o una console è naturale quanto allacciare una scarpa. Non hanno mai letto un manuale d’uso; non ne hanno nemmeno mai avuto bisogno. Producono foto, video, contenuti di ogni tipo con la stessa spontaneità con cui noi, un tempo, facevamo scivolare l’acqua in un bicchiere.
Provo a immaginare mio nipote fra quarant’anni.
Lo vedo radunare i propri figli davanti a un grande schermo — o forse, più realisticamente, infilare loro un visore di realtà virtuale — con la promessa di uno spettacolo eccezionale: “Ora vi faccio vedere com’era papà quando era giovane”.
Prima, però, dovrà convincerli ad abbandonare i videogiochi, impresa già di per sé titanica.
Poi lo immagino mentre si collega al suo archivio fotografico: non una scatola di ricordi, ma un server remoto sperduto in qualche deserto americano o su una piattaforma offshore. Immagini sospese in un limbo digitale, custodite finché il gestore del servizio troverà profittevole continuare a ospitarle.
E allora lo spettacolo comincerà: una valanga di selfie.
Vacanze, compleanni, feste di famiglia, gattini, cagnolini, piatti di Natale, piatti in padella, buongiorno, buonasera, buonanotte; piedi sulla sabbia, unghie smaltate, scarpe nuove, ascensori con boccuccia alla Kardashian, foto sfocate, foto buie, flash negli occhi rossi.
La sua vita intera, senza filtri. O, meglio, con troppi filtri.
Io, invece, se voglio tornare alla mia gioventù, non devo collegarmi a nulla.
Mi basta aprire la porta del ripostiglio, accendere la luce e allungarmi fino al terzo ripiano per prendere una vecchia scatola di scarpe. La porto sul divano, soffio via un velo di polvere, scanso un biglietto di un concerto, un floppy disk superstite, e metto le mani su un mazzo di fotografie.
Sono lì, tangibili, sbiadite, reali.
Le sfoglio piano, una a una, e ogni immagine mi riporta a un momento preciso: non solo all’attimo immortalato, ma anche al gesto stesso dello scatto.
All’epoca non avevamo scatti infiniti. Avevamo un rullino, e quel rullino era una promessa di 36 possibilità. Ogni foto era un piccolo investimento, un pensiero, una scelta. Prima di premere il pulsante, ci si guardava intorno, si cercava la luce giusta, un sorriso, un motivo.
E questo limite, che allora ci sembrava solo una seccatura, ci insegnava invece a guardare davvero. A distinguere il bello dal banale.
Oggi scattiamo tutto, sempre, ovunque.
Ma proprio per questo, forse, ricordiamo meno.
Come possiamo recuperare quella sensazione di cura?
Come tornare a scegliere?
C’è chi direbbe: “Cancella le foto inutili”.
Ma c’è un gesto più semplice, più antico, più potente: stampale.
Stampare significa fermarsi, scegliere, valutare. Significa dare peso a un’immagine. Significa decidere che quella foto — proprio quella — merita lo spazio su una pagina reale.
E allora sì, serve una stampante, servono inchiostri e carta. Ma soprattutto serve la volontà di tornare a innamorarsi di un’immagine.
Di farla uscire dal silicio.
Di darle un corpo.
E poi appenderla sul muro, attaccarla al frigorifero, infilarla in un album.
O magari nasconderla in una scatola di scarpe, dove un giorno qualcuno la troverà, la solleverà alla luce e dirà:
“Guarda com’era la vita, allora.”
Ricevi le nostre ultime notizie da Google News
clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella.

