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L’idea di ucciderti. Tra palcoscenico e realtà

L’idea di ucciderti. Tra palcoscenico e realtà.

Noir intenso e toccante è “L’idea di ucciderti”, spettacolo teatrale a cura di Giancarlo Marinelli, rappresentato all’Auditorium del Conservatorio di Cagliari venerdì 18 gennaio 2019. Lo spettacolo è promosso dal CeDac (Centro Diffusione Arti Culturali) per la Stagione 2018-2019 della rassegna La Grande Prosa.

La pièce si sviluppa attorno alle indagini su un delitto in cui una donna ha perso la vita per mano del marito, ripercorrendo le azioni e i pensieri che hanno portato al compimento del brutale omicidio. Eppure, andando a fondo alla vicenda, comprendiamo che lo spettacolo NON parla di femminicidio. È una storia che parla d’amore. Di un amore che si trasforma e viene lentamente avvelenato dall’odio. È la storia di un uomo che ama follemente la sua donna e fa tutto ciò che è in suo potere per renderla felice. Per contro, la donna sembra distruggere questo amore pezzo per pezzo, con una cattiveria che colpisce direttamente lo spettatore, insinuando nella sua mente un’idea, l’idea di uccidere, da qui il titolo dello spettacolo. L’idea che il tragico epilogo della vicenda sia inevitabilmente dovuto al comportamento della donna e che proprio quell’uomo, che nelle scene iniziali urlava con la camicia ancora sporca di sangue, forse ha avuto i suoi motivi. La pièce invita così il pubblico a riflettere sulla facilità con cui questo pensiero può subentrare nella mente di un uomo, rendendo il fenomeno del femminicidio tanto diffuso.

Il protagonista maschile è interpretato da Fabio Sartor, attore di grande talento che riesce a trasmettere tutta la rabbia e la sofferenza del suo personaggio anche allo spettatore più distratto. Accanto a Fabio Sartor, l’attrice cagliaritana Caterina Murino dimostra una grande capacità di trasformismo. Tacchi alti e vestito rosso per interpretare la frivolezza e la sfrontatezza di Elaida, moglie e vittima; tailleur e capelli raccolti per l’algida e risoluta pm che si occupa delle indagini.

Lo spettatore si sente coinvolto nello sviluppo dell’inchiesta e si pone gli stessi quesiti della pm elaborando un possibile finale dopo ogni dialogo tra i due protagonisti. Ed è proprio nel finale che vengono messe in discussione tutte le convinzioni maturate durante la visione dello spettacolo. Ci accorgiamo che non è tutto come sembra e ci interroghiamo sull’effettivo ruolo della giustizia in un caso di femminicidio. È possibile ottenere completa giustizia? Quanta cura viene messa nell’analisi del caso? Chi è il vero colpevole? È possibile prevenire un omicidio? Come viene tutelata una donna minacciata dal proprio compagno? Come viene tutelato un uomo che perde la testa? Come viene tutelata una bambina che vede con i suoi occhi la morte della propria madre? Questi sono i quesiti che la pièce vuole insinuare nella mente del pubblico.

Parallelamente alla vicenda principale, si sviluppano storie secondarie che si intrecciano alla trama arricchendo il senso generale della rappresentazione. I personaggi coinvolti sono magistralmente interpretati da Antonio Rampino, Francesco Maccarinelli e Francesca Annunziata, con la partecipazione straordinaria di Paila Pavese. Tradimenti, rabbia, odio e rancore sono il comune denominatore di queste narrazioni interne. Tutti i personaggi sono vittime e carnefici allo stesso tempo, dando vita ad un gioco di vittime e colpevoli in cui non è possibile puntare il dito ma è necessario riconoscere gli errori di ciascuno nella loro forma e misura.

La scenografia, curata da Lisa De Benedittis, appare scarna e minimale. Tavolo e sedie durante gli interrogatori della pm, pedane poste ai lati del palco per le piccole scene secondarie. Con questa scelta, accompagnata dal sapiente uso delle luci di Luca Palmieri, si vuole enfatizzare la drammaticità dell’azione mettendosi in secondo piano rispetto all’interpretazione degli attori. Ma l’incredibile potenza comunicativa dello spettacolo risiede in gran parte nel teatro stesso, che con la sua magia e immediatezza è capace di attirare il pubblico a sé, trascinandolo all’interno della storia. Riprendendo le parole di Fabio Sartor: “Il teatro è fatto in modo che tutti guardano nella stessa direzione, è un utopia in un certo senso, in quel momento tutti stanno guardando lì”. È la magia del teatro, dove anche la più piccola emozione diventa universale e, allo stesso tempo, incredibilmente personale.

La Testata.info ha intervistato i protagonisti dello spettacolo Caterina Murino e Fabio Sartor, poco prima dell’inizio della rappresentazione al Conservatorio di Cagliari. I temi trattati nella pièce sono stati discussi precedentemente nella sessione speciale del tredicesimo Festival letterario San Bartolomeo “Viva la Libertà. Cagliari contro la violenza”, in occasione della giornata nazionale della violenza sulle donne, il 25 novembre 2018.

Intervista a Caterina Murino e Fabio Sartor

– “L’idea di ucciderti” è uno spettacolo che affronta un tema molto complesso e molto forte come quello del femminicidio. Cosa l’ha spinta a partecipare a questo progetto? Ha sentito la necessità di partecipare in prima persona per sensibilizzare il pubblico su un tema così forte?

Caterina Murino: Lo spettacolo è arrivato tra le mie mani dopo due anni di lavoro con Giancarlo Marinelli per “Doppio sogno”, mi spedì questo copione e l’ho letto con tutti i pregiudizi del mondo, L’ho letto, l’ho chiamato e ho detto “ci faremo massacrare, però voglio salire su questa barca e ci faremo massacrare insieme”. Dopodiché sono rimasta stupita perché forse il pubblico ha meno pregiudizi di quanti ne avevo io leggendolo. Parla di un pubblico ministero che viene chiamato a mezzanotte per interrogare un uomo che ha appena ucciso sua moglie e durante questa nottata racconta la sua verità, una verità terribile, davanti a dei giudici che hanno fatto tanti errori, e tutto questo è storia vera. E quella tragedia che si consuma al finale poteva essere evitata. Quindi vogliamo mettere l’occhio di bue sulla giustizia, tra le altre cose. Sulla giustizia che deve essere più giusta. La giustizia è fatta da esseri umani, capisco, però la giustizia deve essere più illuminata. Non è perché c’è l’uomo contro una donna che la donna è sempre santa e l’uomo è sempre bastardo. Per cui ci sono tante giustizie e tanti femminicidi e noi raccontiamo uno di questi femminicidi e raccontiamo come l’amore può evolversi. Cosa “chiediamo” con questa pièce? Che la giustizia faccia il suo lavoro senza pregiudizi. Un uomo contro una donna non può esistere, ma un essere umano contro un essere umano. Una volta che si portano le prove devono essere giudicati due esseri umani, senza far vincere sempre la donna contro un uomo che potrebbe diventare violento oppure no, come lo vedrete nella pièce. Cosa si può fare affinché questa piaga (la piaga del femminicidio) venga distrutta e annientata? Già è tanto difficile per le donne avere il coraggio di andare a denunciare il proprio compagno. E una volta che arrivano a denunciare, cosa serve dire al marito che non può avvicinarsi per un chilometro, due chilometri, tre chilometri, a casa della moglie? Un raptus di follia, come purtroppo in molti casi avviene, e la donna muore. Allora la giustizia cosa dovrebbe inventarsi affinché la polizia sia al corrente nel momento in cui lui si sta avvicinando realmente alla casa? Un braccialetto elettronico? Qualcosa. Non possiamo certo mettere un poliziotto come guardia del corpo affianco alla donna, ma qualcosa affinché in quel momento, poco prima dell’omicidio, lui venga fermato. Questo è quello che chiediamo. Questo è quello che chiediamo perché ce ne sono troppi, in Sardegna, in Italia, nel mondo. E purtroppo sono famiglie distrutte. Quello che forse possiamo chiedere ancora di più è far capire anche a scuola che amore non significa possesso. Se noi vogliamo possedere un altro essere umano, cioè quella cosa ci appartiene per sempre perché io lo decido e perché è il mio amore, quello non è amore. Perché l’amore per me, secondo me, e credo sia universale, è vedere la persona che noi amiamo felice. Se quella persona la vogliamo rinchiudere in una scatola non è felice, non è felicità, non è voler la felicità della persona che noi amiamo. Per cui credo che se noi dovessimo incontrare una persona, che noi pensiamo sia la persona della nostra vita, però purtroppo la vita poi sceglie altro, e forse quella persona non è quella giusta per noi, e siccome la amo io voglio che quella persona sia felice. Allora, col cuore che si spezza, io apro la porta e rendo libera quella persona. Io mi ricordo un mio ex fidanzato di cui ero estremamente innamorata, lui non aveva il coraggio di lasciarmi allora ho tenuto, ho fatto in modo che questo amore veramente si consumasse, e il giorno che ho detto “forse è meglio prendere una pausa” io ho rivisto la vita nei suoi occhi. Io ho tenuto questo amore per tanti mesi inutilmente, per una pura idiozia di possessione. In quel momento io ho detto “io la amo questa persona ma io voglio la sua felicità” e lì gli ho ridato la vita lasciandolo.

Fabio Sartor: Ho fatto un incontro col regista, con Giancarlo Marinelli, un po’ di anni fa, per un altro spettacolo, e ad un certo punto lui mi disse “guarda io ti seguo da tanto tempo, ti reputo un bravissimo attore, sto scrivendo una cosa e sto pensando a te”. E io ho aspettato. Ero convinto poi, come spesso succede nelle storie teatrali, nelle storie degli incontri con altre persone di teatro, che ci si perda, e invece lui è stato molto preciso, molto puntuale, molto fedele alle sue parole e qualche mese dopo mi ha inviato questo testo. Devo dire la verità, per un momento ho avuto un po’ di paura di tutto questo. Perché è un tema difficilissimo, è un tema complessissimo, non so se sempre si possa parlarne usando una stupida parola “cognizione in causa” perché nessuno sa che cosa succede, cosa è successo prima, cosa è successo dopo, ma in realtà questo, se volessimo andare a fondo del tema, non parla di femminicidio. Parla della solitudine di un uomo di fronte a una parola altissima, la giustizia. Che cosa succede quando un uomo incappa in un’avventura dell’amministrazione giudiziaria, dei tribunali, delle separazioni, e pian piano come viene triturato, come un senso di modi di fare sempre uguali, di fotocopie di altre situazioni, vengono applicate un po’ a tutti, probabilmente perché questo non viene considerato un tema molto importante. In realtà dietro a ogni fallimento di una storia d’amore si nascondono dei drammi terribili, però qualche volta questi drammi possono sfociare in una situazione ancora più grave come quella del femminicidio. Fondamentalmente la storia parla di questo. Come la struttura del nostro sistema giudiziario possa avere poca cura della vita delle persone, e cioè pensare che ogni storia somiglia all’altra e invece nessuna storia somiglia all’altra, nessuna vita è uguale all’altra, nessun finale è uguale all’altro. E neanche in questo spettacolo ci sarà un finale uguale a quello che il pubblico ha pensato all’inizio, perché compito del teatro è mettere di fronte al pubblico tutti i passaggi e dire “eccoci qua, cosa avete fatto, chi è quest’uomo, è così, poi cambi prospettiva, ah no ma forse non è così, forse ha fatto questo, forse ha fatto quello”, e ritorna. C’è tutta una circolarità di azioni che poi ti portano al finale e il finale è esplosivo. Questa è una grandissima commedia. Io ho fatto 40 anni di teatro, raramente ho fatto degli spettacoli dove ho avuto delle reazioni emotive così belle, così piene, così importanti e del pubblico che mi ha scritto lettere importanti, hanno dato senso non solo ad aver fatto questo spettacolo, ad aver fatto tutto il percorso degli anni precedenti. Spesso si va in teatro, si fa uno spettacolino, si ricevono gli applausi che sembrano quasi d’obbligo, tutti se ne tornano a casa e tu resti lì nella tua solitudine di povero artista. Qui invece il pubblico conserva quello che gli hai dato e spesso ho ricevuto dei feedback, delle risposte, delle email che mi hanno confermato che invece li ha toccati profondamente. E questo è un regalo ecco.

– Nello spettacolo interpreta un magistrato che segue le tracce di un omicidio, ma allo stesso tempo anche la vittima. Come è riuscita a trasformarsi e interpretare queste due attitudini così diverse?

Caterina Murino: Beh, la cosa divertente è che ogni volta che parlo con i giornalisti e racconto la storia c’è solamente la nostra storia. Invece in realtà il regista ha scritto altre storie, altre storie d’amore che sono trasformate. Una di queste storie d’amore è la mia storia d’amore, quindi io arrivo che sono imbestialita perché mio marito so che mi tradisce, per cui arrivo e devo giudicare un uomo che è stato tradito e che ha ucciso sua moglie e io sono stata tradita da mio marito. Quindi ho un parallelismo mostruoso soprattutto perché interpreto il pm che interroga un uomo che viene tradito, ho in casa mio marito che mi tradisce, e poi interpreto la donna uccisa che tradisce, quindi è veramente un gioco ad incastro pazzesco, ed è interessante… beh, giustamente ormai l’ho provato quindi sinceramente non so i passaggi che ho fatto per creare questi due personaggi totalmente alle antitesi, però è veramente interessante soprattutto per il pubblico vedere quanti tipi di amori diversi esistono al mondo.

– Nello spettacolo interpreta il principale sospettato di un omicidio. Quanto è stato difficile interpretare il suo personaggio?

Fabio Sartor: Non è difficile, non è facile, bisogna avere il coraggio di prendere le parole. C’era un vecchio detto di un’attrice americana che diceva “in fondo recitare è dire delle battute a memoria cercando di non inciampare nei mobili e facendo finta di essere un altro”. Ma in realtà fai solo te stesso, perché solo te stesso hai. Ho portato quello che posso portare di un’esperienza, di una sensibilità, una cura, un’attenzione.

– Lo spettacolo affronta un tema che, oltre che molto complesso e molto forte, è anche purtroppo molto attuale, quale sensazione vuole trasmettere al pubblico?

Fabio Sartor: Ogni sera il pubblico è diverso. Il teatro è una riunione come l’ecclesia, è un radunarsi e trovarsi insieme, è lo stesso rito che si svolge in chiesa, quindi trovarsi insieme in questi tempi di solitudine è già qualcosa, è già una cosa importante. Sono le ultime poche manifestazioni in cui le persone vanno insieme a vedere qualcosa, vanno insieme a condividere. Il teatro è fatto in modo che tutti guardano nella stessa direzione, è un utopia in un certo senso, in quel momento tutti stanno guardando lì, non capita mai nelle altre arti. In un mostra uno guarda un quadro, uno ne guarda un altro, siamo sempre dispersi. Qui tutti guardano la stessa cosa e, dopo che hanno guardato questa cosa, tutti quanti hanno un’idea diversa.

– Nel corso della sua carriera artistica ha partecipato a produzioni cinematografiche, televisive e anche a spettacoli teatrali come questo. Pensa che questo spettacolo avrebbe avuto un impatto altrettanto forte se fosse nato come un film o come una produzione televisiva?

Caterina Murino: L’idea c’è di fare un film su questa storia qui. Soprattutto in Francia, ogni volta che la racconto adorano questa storia, per cui nasce come spettacolo teatrale e chissà, se vogliamo un giorno anche un film.

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