Quindici anni fa il fallimento del gruppo di alta moda Mariella Burani Fashion Group ha avuto strascichi recenti nelle aule giudiziarie. La vicenda, che ha visto coinvolta una delle imprese familiari più in voga, apparentemente in grado di generare utili costanti, sarà ripercorsa analizzando le cause che hanno portato al suo declino.
Nel 2006, Giovanni Burani, figlio di Walter, viene premiato a Torino con il Confindustria Awards for Excellence, riconoscimento per le imprese eccellenti del Made in Italy. Luca Cordero di Montezemolo, durante la premiazione, sottolinea l’importanza di una «finanza lungimirante e coraggiosa» per l’innovazione.
Interrogato sulla performance del gruppo in un periodo difficile, Giovanni risponde: «Ci siamo focalizzati sul lusso accessibile e nelle diversificazioni. Andiamo su settori ad alti tassi di crescita e alto valore aggiunto». Il management aveva scelto di concentrarsi su pelletteria e gioielleria, settori con maggiore marginalità e potenzialità di crescita.
Giovanni si occupava delle acquisizioni del gruppo, con interessi diversificati. Un analista economico aveva espresso dubbi sulla possibile distrazione dalla moda. Giovanni aveva risposto: «Noi acquisiamo solo società che abbiano break even point facilmente raggiungibili, che siano flessibili in termini di strutture, che continuino a essere profittevoli anche in caso di una riduzione del fatturato». L’AD aveva dichiarato che la politica di espansione geografica era sviluppata secondo logiche di bassa rischiosità e prudenza.
Nel 2007, Giovanni, durante una tavola rotonda, afferma che il fatturato nel 2007 è cresciuto del 12%, superando i 700 milioni di euro per la sola maison di Mariella Burani. Il Gruppo, inclusi i marchi Antichi Pellettieri, Greenvision e Bioera, superava il miliardo di euro. Giovanni si era detto convinto che i mercati avrebbero dato ragione al gruppo nei successivi 5 anni, puntando a raddoppiare i mercati di Cina e India.
Giovanni Burani viene descritto come ottimista, stacanovista e appassionato di sport. Laureato in economia e commercio, entra nell’azienda di famiglia negli anni ’90. Nel 2001, in un periodo di calo dei titoli della moda, Giovanni dichiara con orgoglio che il gruppo ha chiuso l’anno con un rialzo del 3%. La famiglia attribuisce il successo del gruppo alla famiglia stessa, capace di farlo crescere «con intelligenza e senza farsi prendere la mano».
Nel 2008 Giovanni siede in numerosi consigli di amministrazione e riceve il premio Ernest & Young per la categoria Finance. Goldman Sachs ritiene che le quotazioni di Mariella Burani fossero sottovalutate e Cazenove individua nella politica di acquisizioni un fattore di crescita.
Nel 2009 Giovanni si dimette da AD. Nel 2010, Burani Designer Holding, Mariella Burani Fashion Group e Mariella Burani Family Holding si trovano in crisi e viene nominato un curatore fallimentare. La crisi viene quantificata in 65,6 milioni di euro di patrimonio netto. Walter e Giovanni Burani vengono condannati per bancarotta fraudolenta aggravata a sei anni di reclusione e a un risarcimento di circa 13 milioni di euro.
La crisi del gruppo viene descritta come imprevedibile e inattesa. Fino al 2009 gli articoli sull’azienda erano lusinghieri. Nel settembre 2009, con l’obiettivo di appianare le perdite di 83,5 milioni, i titoli dei giornali cambiano tono.
Nel 2008, un articolo aveva evidenziato alcune delle incongruità che sarebbero state portate alla luce nella semestrale del 2009. I dati, apparentemente positivi, nascondevano un margine operativo lordo e un utile operativo deludenti, segnali di difficoltà industriali e finanziarie.
La stilista afferma che la moda non dà profitto e che, senza le operazioni finanziarie, la situazione sarebbe stata diversa. Negli anni ’90 inizia lo shopping della famiglia, con l’acquisizione di aziende italiane ed estere. Nel 1999 nasce Mariella Burani Fashion Group, con l’avvio di una strategia di crescita attraverso acquisizioni. La famiglia entra nel settore degli accessori e dell’abbigliamento in pelle e nell’oreficeria.
Alcuni analisti ritengono che l’inizio del declino coincida con l’entrata in Borsa nel 2000. Nel luglio 2007 le azioni arrivano a valere 27,19 euro l’una, mentre il 28 agosto 2009 vengono scambiate a 2,522 euro l’una. Il 31 agosto la Borsa italiana comunica la sospensione a tempo indeterminato delle negoziazioni delle azioni.
Le imprese in crisi ricorrono spesso al mercato finanziario. Le operazioni finanziarie consentivano al gruppo di apparire più solido e i bilanci venivano gonfiati per aumentare il valore delle azioni. Nel 2008 Mariella Burani Family Holding lancia un’Opa sulla controllata Mariella Burani Fashion Group. Secondo il consulente dei pm, il prezzo dell’Opa era sovradimensionato.
Secondo Alessandro Zattoni, la crisi può essere spiegata dalla gestione da parte di azionisti di controllo o top manager intenti a soddisfare le proprie ambizioni, accentrando le decisioni e circondandosi di collaboratori fidati. Il pm Orsi ha definito la gestione del gruppo «una vera e propria antologia di come non bisogna fare impresa». La combinazione di ardite operazioni finanziarie, bulimia d’acquisizione e ottimismo irrealistico hanno determinato il fallimento del gruppo.
Dopo il crac, la stilista è tornata sulle passerelle col suo cognome da ragazza, Arduini, sottolineando l’importanza dell’indipendenza e del coraggio. Il successo è fondato su un atteggiamento umile e da un solido senso etico, guidato dal talento e supportato dalla capacità di accogliere le opportunità.
Mantenere il focus: La crescita non può essere sostenuta dall’aumento di un portafoglio troppo complesso da gestire.
Essere realisti: Una dose di ottimismo eccessiva si rivela disfunzionale.
Essere umili: La mancanza di umiltà può portare a ignorare i warning signs.
Cosa insegna il crac della Mariella Burani Fashion Group, «antologia di come non bisogna fare impresa»
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