Due ampi studi francesi, condotti dall’Inserm di Parigi e pubblicati su British Medical Journal e Nature Communications, hanno analizzato i dati di oltre 100.000 adulti seguiti per più di un decennio. La ricerca riaccende i riflettori sui conservanti alimentari, sostanze largamente utilizzate per prolungare la durata di cibi e bevande, e mira a valutare l’esposizione ai conservanti e il rischio di sviluppare tumori e diabete di tipo 2.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica si sta concentrando sempre più non solo sulla quantità di cibo consumato, ma anche sulla composizione degli alimenti industriali. In questo contesto, gli studi francesi focalizzano l’attenzione sui conservanti alimentari, sempre più spesso collegati a possibili effetti sulla salute a lungo termine.
Le ricerche, condotte dall’Inserm di Parigi e pubblicate su British Medical Journal e Nature Communications, hanno analizzato i dati di oltre 100.000 adulti seguiti per più di un decennio, fornendo una delle valutazioni più complete sull’esposizione ai conservanti e il rischio di sviluppare tumori e diabete di tipo 2.
I conservanti alimentari sono additivi utilizzati per prevenire la crescita di microrganismi, rallentare l’ossidazione e mantenere colore, sapore e consistenza dei prodotti. Sulle etichette compaiono spesso sotto forma di codici europei, in particolare quelli compresi tra E200 ed E299 per i conservanti “classici” e tra E300 ed E399 per gli additivi antiossidanti.
Si trovano soprattutto in alimenti ultra-processati come prodotti da forno confezionati, salumi, carni lavorate, bevande zuccherate, piatti pronti, snack e salse industriali. L’esposizione non dipende quindi da un singolo alimento, ma dalla frequenza con cui questi prodotti entrano nella dieta quotidiana.
Il gruppo di ricerca guidato da Mathilde Touvier ha utilizzato dati raccolti tra il 2009 e il 2023, basandosi su diari alimentari dettagliati che includevano marche e composizione dei prodotti consumati. Questo ha permesso di stimare con precisione l’assunzione individuale di diversi conservanti.
Nel periodo di osservazione, oltre 4.200 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di cancro, tra cui tumori al seno, alla prostata e al colon-retto. L’analisi statistica ha mostrato che un consumo più elevato di conservanti è associato a un aumento significativo dell’incidenza di cancro, con un effetto particolarmente evidente per il tumore della mammella.
Alcuni additivi mostrano associazioni più marcate rispetto ad altri. I sorbati, per esempio, sono risultati associati a un aumento del rischio complessivo di cancro e a un incremento ancora più rilevante del rischio di tumore al seno. Anche i solfiti, ampiamente utilizzati come conservanti, sono stati collegati a un aumento dell’incidenza oncologica.
Emergono segnali di rischio anche per nitriti e nitrati, già da tempo sotto osservazione per il loro possibile ruolo nei tumori dell’apparato digerente e della prostata. Secondo i ricercatori, questi composti possono contribuire a processi biologici che favoriscono l’infiammazione cronica, lo stress ossidativo e alterazioni cellulari potenzialmente cancerogene.
Il secondo studio ha analizzato l’associazione tra consumo di conservanti e rischio di diabete di tipo 2. Anche in questo caso, i risultati indicano che un’assunzione più elevata di conservanti totali, sia antiossidanti sia non antiossidanti, è associata a un aumento significativo dell’incidenza della malattia.
Il diabete di tipo 2 è una patologia complessa, influenzata da fattori genetici, stile di vita e alimentazione. I ricercatori ipotizzano che alcuni conservanti possano interferire con il metabolismo del glucosio, alterare il microbiota intestinale e favorire uno stato infiammatorio cronico, elementi chiave nello sviluppo dell’insulino-resistenza.
Uno degli aspetti più rilevanti di questi studi è il superamento di una visione puramente calorica dell’alimentazione. Anche a parità di apporto energetico, la qualità degli alimenti e la presenza di additivi possono influenzare in modo significativo il rischio di malattie croniche.
Questi dati rafforzano l’idea che una dieta ricca di alimenti freschi, poco trasformati e preparati in casa non protegge solo il cuore o il peso corporeo, ma anche il metabolismo e i meccanismi cellulari coinvolti nei processi tumorali.
Gli autori sottolineano che si tratta di studi osservazionali, quindi non dimostrano un rapporto di causa-effetto diretto. Tuttavia, la dimensione del campione, la durata del follow-up e la coerenza con dati sperimentali precedenti rafforzano l’ipotesi che l’esposizione cronica ai conservanti possa avere un impatto reale sulla salute.
Il messaggio non è demonizzare singoli alimenti, ma prendere consapevolezza del peso che la dieta industriale può avere nel lungo periodo, soprattutto quando costituisce la base dell’alimentazione quotidiana.
I cibi ultraprocessati sono prodotti industriali ottenuti attraverso molteplici fasi di trasformazione e formulati con ingredienti che difficilmente si userebbero in una cucina domestica. Non si tratta semplicemente di alimenti “conservati”, ma di prodotti progettati per essere stabili, appetibili e pronti al consumo. Li caratterizza una lunga lista di ingredienti, spesso con additivi come emulsionanti, edulcoranti, aromi artificiali, coloranti e conservanti identificabili dai codici “E”. Snack confezionati, bibite zuccherate, piatti pronti, dolci industriali, cereali da colazione raffinati, affettati e carni lavorate ne sono esempi tipici.
Un segnale utile per riconoscerli è proprio l’etichetta: più è lunga e complessa, maggiore è la probabilità che il prodotto sia ultraprocessato. Anche la consistenza uniforme, il sapore molto intenso e la capacità di conservarsi a lungo senza deteriorarsi sono indizi importanti della loro natura industriale.
Evitare del tutto i conservanti è difficile, ma ridurne l’assunzione è possibile con scelte alimentari consapevoli. Il primo passo è privilegiare alimenti freschi o minimamente trasformati, come frutta, verdura, legumi secchi, cereali integrali, uova, pesce e carni fresche. Preparare i pasti in casa consente di controllare ingredienti e metodi di conservazione, affidandosi a tecniche tradizionali come la refrigerazione, il congelamento o la cottura al momento.
Leggere attentamente le etichette aiuta a individuare la presenza di nitriti, nitrati, solfiti, sorbati e benzoati, spesso concentrati in salumi, formaggi industriali, prodotti da forno confezionati e bevande. Quando si acquistano prodotti trasformati, è preferibile scegliere quelli con pochi ingredienti e senza additivi aggiunti. Anche variare la dieta è una strategia efficace, perché riduce l’esposizione continua agli stessi conservanti.
Nel lungo periodo, queste abitudini non solo limitano l’assunzione di sostanze potenzialmente nocive, ma favoriscono un’alimentazione più equilibrata e protettiva per la salute metabolica e generale.
Devo eliminare tutti gli alimenti con conservanti? No, ma è consigliabile ridurne il consumo abituale e privilegiare cibi freschi o minimamente trasformati.
I conservanti sono tutti uguali? No, alcuni mostrano associazioni più forti con specifiche patologie, mentre per altri le evidenze sono ancora limitate.
Il rischio riguarda anche chi mangia questi cibi solo occasionalmente? I rischi emergono soprattutto con un consumo frequente e prolungato nel tempo.
Leggere le etichette serve davvero? Sì, conoscere gli additivi presenti aiuta a fare scelte più consapevoli e a variare l’alimentazione.
Un consumo elevato di cibi con conservanti è associato a un maggior rischio di tumori e diabete di tipo 2. **Due grandi studi** su oltre 100.000 adulti collegano alcuni additivi all’aumento di rischio oncologico e metabolico. **I rischi emergono soprattutto con un’assunzione regolare e prolungata nel tempo.**
Conservanti e tumore: lo studio
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